A Radames non piace svegliarsi la mattina presto, non ama lavorare la terra: le sue sorelle e sua madre hanno le mani rovinate, le unghie perennemente nere. Hai voglia a lavare, la terra non va via.

Vuole scappare da questa vita, ma con la scuola non vi è riuscito. Ha finito a stento le medie: in quinta elementare dopo tante insistenze era riuscito a convincere la madre e il padre a mandarlo ancora a scuola. In questa opera di persuasione l’aveva aiutato la padrona delle terre, la signora Perozzi che con voce dolce: “è un bimbo riflessivo, attento, fatelo studiare, lo ospito in casa mia”.

Malgrado l’entusiasmo iniziale, i tre anni di scuola media a Bibbiena per Radames furono un tormento: unico contadino in una classe di viziati ragazzini borghesi. Quel nome inattendibile che il padre, appassionato di opera lirica gli aveva imposto solo perché letto in una locandina sulla porta del teatro Dovizi, avendo esaurito i nomi maschili di tradizione familiare, gli pesava tremendamente soprattutto perché i suoi cari compagni di scuola lo prendevano in giro intonando di quella pizza l’orrendo foco alludendo al forno della sua masseria.

Questo tormento finì quando Ferdinando, il primo rampollo di casa Perozzi, suo compagno di scuola lo mise sotto la sua protezione.

E da allora si legò a doppio filo con Ferdinando.

 

Tre anni trascorsi in casa della signora Perozzi, tre anni a fare le faccende di casa, tre anni a pulire il culo al paralitico Perozzi padre, tre anni a dormire in un lettino ai piedi del letto del vecchio Perozzi spesso insonne.

Insomma una sorta di giovane badante a disposizione completa di tutti i maschi di casa Perozzi per ogni servizio ed evenienza.

 

L’unico sollievo durante questi anni è il coro delle voci bianche del teatro Dovizi: ha un talento stupefacente, è la prima voce solista.

 

Finita la scuola trova il suo destino pronto: la terra e le pecore, altro che il bel canto.

E ritorna alla masseria.

 

Nicola Bugai non comprende il suo unico figlio maschio: parla poco, reagisce sempre a quello che non gli piace con una ira silenziosa, ma che si legge negli occhi.

Radames cerca di sfuggire ai lavori più faticosi come sfugge le frequentazioni femminili.

 

Eppure Radames è bello, alto, magro; i capelli neri lunghi e morbidi, il colorito olivastro e gli occhi verdi manifestano un gene recessivo rispetto a tutto il resto della famiglia. La madre e il padre, cugini alla lontana, e le sorelle sono tutti piccoli e tarchiati, capelli chiari, viso lentigginoso, occhi di un acquoso azzurro.

 

Radames grazie all’aiuto dei Perozzi e ai meriti del padre che ha fatto la marcia su Roma, ha ricevuto l’incarico di procaccia postale per l’intero contado di Bibbiena e l’ha scampata dal servizio militare perché è stato ritenuto indispensabile alla vittoria finale.

 

Le figlie femmine Nicola le ha maritate tutte anche se continuano a dare una mano soprattutto con la filatura e la tessitura della lana.

 

E’ l’estate del 1944, la quarta estate di guerra, di fame, di tante lacrime: tanti giovani non sono tornati, sepolti nelle pianure attorno al Don e nel deserto libico. Ma questa è anche un’estate di guerra davanti all’uscio di casa, piena di morti, di incendi, di tradimenti, di vendette, di coraggio e di viltà.

 

In quell’estate del 1944 il Casentino è quasi una vallata di donne, di maschi sono rimasti in pochi, solo i vecchi, le camice nere imboscate e Radames.

 

Malgrado la guerra le pecore vanno tosate, loro non sentono ragioni. Tutta la famiglia si è preparata all’evento. Radames ha ripulito i sacchi di orbace per riporci la lana, la madre ha preparato qualcosa per il banchetto, è un banchetto di guerra, ma le tradizioni vanno rispettate.

 

Sono le quattro del mattino, è buio: la madre Assunta lo scuote. Radames si stiracchia, manda giù la tazza di latte, infila un lungo camicione di tela blu stinto, indossa il tabarro arancione di procaccia postale, inforca un largo cappello di paglia e scende giù in cortile dove Nicola l’aspetta alla guida del baroccio.

Fanno il giro per raccogliere le sorelle.

Dopo una mezz’ora sono in cima alla collina dove è ricoverato il gregge.

 

Ci sono anche le altre famiglie proprietarie del gregge e intanto che arrivi il tosino, che poi è una tosina, Giuditta, che abita a Stia, qualcuno intona una canzone e fa girare un fiasco di vino e il formaggio.

 

Giuditta la tosina arriva puntuale anche se si è fatta tutta la strada a piedi da Stia. E’ alta, magra, ossuta, i capelli grigi pettinati in una lunga treccia arrotolata sulla nuca, il colorito scuro di chi sta sempre all’aperto e gli occhi neri come il carbone, sulla cinquantina. E’ rimasta vedova giovane, con due figli gemelli, Antonio e Francesco che, appena possibile, sono andati a lavorare a Firenze in un lanificio.

 

Quando i fascisti hanno iniziato a rastrellare per l’arruolamento nella Repubblica Sociale, i due sono tornati in Casentino e insieme ad alcuni soldati sbandati hanno organizzato una piccola brigata di partigiani. Hanno fatto saltare la caserma della Divisione Goering fuori Bibbiena: otto tedeschi morti.

 

Ed è iniziata una feroce rappresaglia. Della piccola brigata partigiana vengono catturati tutti e fucilati, tranne Antonio e Francesco che si nascondono nell’eremo dei Camaldoli.

Radames durante i suoi giri nella vallata a consegnare lettere li nota e ne parla a Ferdinando Perozzi, la sua anima nera, che li denuncia ai tedeschi.

La mattina di Pasqua del 1944 un intero battaglione della Divisione Goering con l’appoggio di un manipolo di camicie nere di Bibbiena, fa irruzione nel convento. Gli otto religiosi presenti vengono fucilati sul posto, mentre Antonio e Francesco sono prima torturati e poi portati, più morti che vivi, nella piazza principale di Bibbiena, dove vengono fucilati e i corpi bruciati.

 

Rimasta sola, Giuditta continua a fare la tosina e a coltivare un piccolo castagneto dietro la sua diroccata masseria sopra Stia.

 

Ed è la migliore tosina della valle.

 

Senza dire una parola, con un cenno fa portare le pecore fuori dal recinto, le sdraia sul dorso e, con una abile e rapida mossa, una volta a terra, lega insieme le quattro zampe. Da una sacca di pelle, tira fuori gli attrezzi del suo lavoro: due paia di forbici di ferro brunito, appuntite, grandi, lunghe circa 35 cm, con lame triangolari affilatissime. Non hanno viti e la molla è una curvatura del ferro sul manico. Nel corso della tosatura le bagna e le affila di continuo: le lame sono dei veri e propri rasoi che la donna maneggia con destrezza, velocità ed attenzione per non ferire la pecora. China sulla pecora legata che talvolta tenta di divincolarsi, la stringe con forza. ma anche con dolcezza e mormora delle parole e chissà come la pecora si calma. La tosatura viene fatta a regola d’arte dalla testa fino alla coda ed il vello viene via bello preciso, è una pelliccia composta e uniforme.

 

La tosatura è iniziata presto di buon mattino, per evitare il sole, intorno alle nove Giuditta ha completato il suo lavoro e incassa la sua mercé : la lana di una pecora. Raccolta la lana in un sacco si avvia per andare via, quest’anno non partecipa al povero banchetto di tempo di guerra.

 

Ma prima di andare via deve ancora finire il proprio il lavoro: nel gregge c’è un maschio di troppo che va castrato. E Giuditta lo fa come va fatto.

 

Intanto durante la tosatura Radames raccoglie i velli nei sacchi: in neanche mezz’ora ha riempito i quattro sacchi che gli toccano.

Ha finito il suo lavoro e si avvia verso il fondo dell’aia, dietro l’ovile, dove c’è una casupola diroccata, usata per conservare gli attrezzi. Apre la porta metallica, si guarda intorno per vedere se qualcuno lo sta osservando, guarda all’interno, un respiro profondo e si infila nella casupola, chiudendo lentamente la porta dietro di sé. Poi fa scorrere, con un rumore stridente, il chiavistello interno che blocca la porta.

 

Trascorre una mezz’ora, la porta si riapre e Radames esce con un sorriso morbido sul viso.

 

Dopo qualche minuto dalla porta esce una figura alta e slanciata, i capelli biondi ricci, labbra carnose e il mento tondo con una vistosa fossetta al centro: è Ferdinando Perozzi il figlio del padrone; niente di nuovo sotto il sole, anche nel 1944 in Casentino, il giovin signore, specie se figlio del federale, esige lo jus primae noctis sempre e comunque, maschi e femmine che siano.

 

Ma Radames, chissà perché, ci crede a quell’amore rubato in casupole abbandonate o sui sedili della Aprilia di Ferdinando nascosta tra i castagneti. E’ certo che questa sia la strada giusta per uscire dalla masseria, per togliersi di dosso quella puzza di contadino ed ora davvero non può più fare a meno di Ferdinando.

 

Mentre nella masseria prosegue la festa della tosatura, Radames si mette disteso a pancia all’aria, sotto i castagni, a fantasticare. Immagina di essere nella foresta africana, ne ha vista una in un film, lontano dalla idiozia delle sorelle eternamente incinte, dalla grettezza della madre che maneggia il danaro come se ci facesse l’amore, dalla cupezza del padre sempre triste ed eternamente ubriaco, dalla lussuria più o meno occulta dei braccianti che lavorano per il padre e non perdono occasione per toccargli il culo, dai tentativi degli eroici soldati tedeschi e delle altrettanto eroiche camicie nere che ogni volta che lo incrociano gli fanno profferte oscene.

 

E come vola la sua fantasia: ora c’è Ferdinando, quando finirà la guerra gli ha promesso di portarlo a Roma e la sua vita cambierà. Gli ha promesso di farlo entrare nel coro del teatro dell’opera.

 

Ferdinando intanto sta correndo verso il pianoro e si sistema la camicia nera nei pantaloni, non ha tempo di fantasticare, oltre al lavoro di gloriosa camicia nera deve dividersi tra i suoi tanti amanti maschi e femmine, troppi.

Ma quella mattina Ferdinando Perozzi ha una brutta sorpresa: in fondo al viottolo, seduta sul predellino dell’Aprilia, c’è Giuditta che l’aspetta, con in mano le stesse forbici affilatissime, usate poco prima sul povero agnello.

 

E anche questo lavoro Giuditta lo fa a regola d’arte: c’era un altro montone di troppo nel Casentino.

Si ringrazia per l’editing Maria Laura Villani

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