di Francesco Grano

 

Sulla terra appaiono misteriosamente dodici astronavi aliene. Senza riuscire a sapere cosa vogliono i visitatori extraterrestri dall’umanità, i vari governi nazionali si smobilitano per tentare un primo contatto con gli occupanti degli oggetti non identificati. La linguista Louise Banks (Amy Adams), che in passato ha già lavorato per l’intelligence statunitense, viene ingaggiata dal colonnello Weber (Forest Whitaker) per guidare un team di esperti, di cui fa parte anche il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner), con il compito di stabilire un canale di comunicazione tra gli umani e gli alieni. Arrivati in Montana, dove una delle astronavi è comparsa, Louise e Ian si ritrovano faccia a faccia con le enigmatiche creature aliene. Con pochi indizi e in difficoltà, i due esperti tentano in tutti i modi di tradurre la simbologia utilizzata dai visitatori, prima che un’escalation militare prenda vita.

Dopo aver mostrato il lato oscuro dell’America di provincia, fatto di violenza e giustizia privata nel thriller psicologico Prisoners (id., 2013) e la sanguinosa guerra di confine tra agenti federali e cartelli della droga messicani in Sicario (id., 2015), il visionario regista canadese Denis Villeneuve, rivelatosi un vero prodigio del cinema degli ultimi anni, torna sul grande schermo con Arrival (id., 2016). Trasposizione del racconto Storia della tua vita, contenuto nella Arrivalraccolta Storie della tua vita (Stories of Your Life, 2002) di Ted Chiang, Arrival è un genuino esempio di quel classico genere sci-fi che affonda le sue radici in opere votate non solo ed esclusivamente all’intrattenimento mainstream ma, piuttosto, mirate a consegnare un messaggio sul quale riflettere.

Se, da una parte, l’ultimo lavoro di Villeneuve può (giustamente) riportare alla mente cult movie come il sempreverde Incontri ravvicinati del terzo tipo (Close Encounters of the Third Kind, 1977) di Steven Spielberg o il Contact (id., 1997) di Robert Zemeckis, dall’altra sarebbe alquanto affrettato e azzardato liquidare Arrival come un semplice e banale film infarcito di citazioni (e situazioni) gratuite. Denis Villeneuve riprende sì quel fantomatico primo contatto tra civiltà – ovvero tra l’umanità e quelle provenienti dal profondo spazio siderale – senza tuttavia riciclare quanto si è già visto, in decadi di cinema, nel buioArrival della sala. Il regista canadese affronta quell’intramontabile mito sulla possibilità di instaurare una comunicazione tra esseri diversi, non appartenenti allo stesso pianeta. E questo è il compito che cercano di conseguire l’esperta linguista Louise e il fisico Ian (la prima interpretata da una immensa Amy Adams, il secondo da Jeremy Renner, eccellente comprimario) prima che sia troppo tardi, prima che l’ottusità dei piani alti, di chi detiene il potere politico e militare, metta a segno un grave e irreparabile errore. Arrival non porta sul grande schermo orde di alieni cattivi e con un unico scopo, ovvero quello di distruggere pianeti e intere popolazioni, leitmotiv, questo, di molta fantascienza catastrofica degli anni Cinquanta e Novanta (Emmerich docet), ma visitatori che cercano di mettere in guardia l’umanità dai pericoli a cui va incontro.

L’opera di Villeneuve si concentra sul lato prettamente pacifico di un incontro interplanetario; un incontro che porta con sé un importante messaggio difficile da interpretare. Arrival viaggia verso quei muri costruiti nella e dalla società odierna, in cui l’ascolto e il dialogo vanno, giorno dopo giorno, scemando, andando in direzione dell’incapacità di parlare veramente senza filtri alcuni. Nonostante la cripticità e la difficoltà di conversazione tra esperti umani e esseri alieni, permeata dalla minaccia di quella violenza che risponde all’istinto ancestrale di sopravvivenza, Arrival dimostra di essere l’(in)comunicabilità di una futura speranza, di un monito relativo all’aiuto tra simili, a dispetto delle differenze di aspetto e di linguaggio. Ed è proprio questa incomunicabilità che si trasmuta in vera comunicabilità che permette ad Arrival di trasmettere il suo importante messaggio principale: siamo tutti uguali, siamo esseri viventi in cui, senza esclusione alcuna, vivono sentimenti ed emozioni, che ci permettono di rapportarci al prossimo senza porre barriere di alcun tipo.

Gli stessi sentimenti vibranti e pure emozioni che il vero cinema riesce a far provare dinnanzi a magistrali e grandiose opere come questo lavoro di Denis Villeneuve, un film che ha tutte le caratteristiche per essere già un nuovo cult assoluto riuscendo – soprattutto – a far aprire gli occhi su l’unica cosa in cui (forse) possiamo ancora credere in questo pazzo mondo: la speranza.

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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