di Elisa Scaringi

 

 

Ci sono film che racchiudono molteplici aspetti positivi che li rendono imperdibili. Uno di questi è sicuramente Borg McEnroe. Ispirato a una storia vera, il film parla di molte cose e lo fa in maniera magistrale. Perché esistono registi al di fuori della scuola hollywoodiana capaci di produrre lavori che nulla hanno da invidiare al circuito americano. Il danese Janus Metz Pedersen decide, infatti, di parlare di un campione della vicina Svezia, rendendone ancora più realistici i tratti nordici utilizzando attori autoctoni che parlano la lingua madre (Sverrir Gudnason, che interpreta Björn Borg, e Stellan Skarsgård, nei panni dell’allenatore Lennart Bergelin).

Il tema fondamentale è la finale di Wimbledon ’80, con Borg che concorre per il quinto titolo e McEnroe che viene dato tra i favoriti, nonostante il suo scarso successo mediatico. Da qui si dipana uno degli obiettivi del film: contrapporre, attraverso una partita realmente giocata, l’America aggressiva e istintiva alla Svezia pacata e riflessiva, mettendo in campo la rivalità agonistica e lo scontro implicito tra due modi di essere.

Si scatena così un boomerang di intenti che si inseguono: l’agonismo può essere positivo? Ci si può spingere oltre i propri limiti? I sentimenti possono essere domati? L’amicizia può prescindere dalla rivalità nel gioco? Il film risponde positivamente, mostrando attraverso una semplice partita di tennis quanto questa possa implicare nei giocatori che la vivono. Da soli contro l’avversario, sono padroni del proprio corpo e portati a modellarsi sulle caratteristiche dell’avversario: astuti e intelligenti, fanno della palla ciò che vogliono, conformando movimenti e reazioni al contesto di gioco. Proprio come in Open di Andre Agassi, libro confessione sulla sua carriera da tennista, dove ogni partita non è solo un gioco, ma è soprattutto un duello con se stessi, il proprio corpo e i limiti che il carattere impone.

Una semplice partita di tennis si trasforma in un duello all’ultima palla, dove chi perde è comunque vincitore perché ha dato il meglio di sé. Quindi meglio non andare su Wikipedia a leggere l’esito della partita prima di vedere il film: andrebbe persa tutta l’adrenalina che la visione implica.

 

 

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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