di Elisa Scaringi

 

Per Ken Loach sicuramente la classe non è acqua. Dopo una lunga carriera potrebbe essere fisiologico un calo, ma lui si dimostra invece un grande artista, dal tocco semplice e sensibilissimo, non a caso vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Nel suo ultimo lavoro (Io, Daniel Blake) tornano i temi sociali, divenuti la carta d’identità del suo cinema. Questa volta è la burocrazia ad avere la peggio: la denuncia è infatti contro un sistema che organizza numeri di previdenza sociale e contatti telematici, dimenticando il valore degli esseri umani.

Non a caso Daniel Blake dichiara di essere un semplice cittadino, “niente di più e niente di meno”. Questo dovrebbe aprirgli le porte dello stato sociale, garantendogli di ottenere senza sforzo l’indennità di malattia dopo un attacco cardiaco. E invece il suo calvario inizia proprio dopo il ricovero, durante quella convalescenza nella quale si rende necessario convincere un professionista della salute che lui non può lavorare.

Un uomo solo, vedovo e senza figli, che intenta una lotta contro la burocrazia: una pratica estenuante di rimbalzi, eterne telefonate, moduli on line. Un rimpallo senza fine in cui Daniel Blake si trova costretto a intentare anche la via del sussidio di disoccupazione pur di non tornare a lavorare, come giustamente vogliono i medici da lui. Contrariamente a quanto dicono lo stato e le sue peripezie farraginose. Anche in un paese come l’Inghilterra, che non è l’Italia in fatto di lenta arretratezza. Ma anche le migliori democrazie non sono perfette, e lo stato sociale è il primo a sottostare al peso di un mondo sempre più globale e sempre meno umano.

Così Daniel Blake incarna la lotta contro lo stato che nega i giusti diritti. Ma rappresenta anche quel cittadino comune che non disdegna di aiutare e condividere con l’altro, che si trova più o meno sulla stessa barca. Qui l’altro è la giovane Daisy con i suoi due figli. Loro diventeranno la figlia e i nipoti mai avuti: la famiglia con la quale condividere il triste destino di una società crudele e assassina. Perché in fin dei conti, tutto il film ruota intorno a questa drammatica verità: l’assenza dello stato sociale arriva a uccidere i suoi cittadini, sommersi da una burocrazia incomprensibile che non riconosce i giusti diritti.

Io, Daniel Blake diventa quindi lo specchio dell’Europa contemporanea, nella quale il divario tra classe politica e ceto popolare si fa sempre di più largo eKen Loach profondo, rendendo la vita quotidiana un vero inferno per chi rivendica giustizia ed equità sociale. Un’Europa sempre più frantumata: fatta di ideali e valori ormai lontani dalla realtà viva dei tempi moderni. Io, Daniel Blake irrompe con tutta la sua triste drammaticità, scuotendo anche l’animo più duro e insensibile. Mentre Ken Loach ci regala un pezzo di cinema che difficilmente si potrà dimenticare.

 

  

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