Recensione a cura di Bearhardy


Happy Family è un noioso déjà vu. Nessuna delle idee del film è nuova, ma proprio nessuna. Salvatores, che è comunque regista ed autore di esperienza provata e comprovata professionalità, ci presenta un prodotto che sembra più che altro girato per obblighi contrattuali.

Il film è tratto da un libro ed è sceneggiato anche dallo stesso autore del libro. In genere questa non è una garanzia di fedeltà, ma almeno di condivisione di responsabilità nel prodotto finale che è, diciamocelo, piuttosto mediocre.

In Happy Family non c’è nulla di nuovo, il tema dei personaggi dello schermo che prendono vita propria è stato abbondantemente sfruttato, talvolta bene come in La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen, talvolta male, comunque non è nuovo. Certo, non ci si può aspettare sempre qualcosa di nuovo in un film. Woody Allen, per esempio, fa quasi sempre lo stesso film giocando su poche variazioni, ma lo fa così bene che a parte qualche caso isolato gli si perdona la cosa. Salvatores, invece, in questo film ci mette un po’ di quello che abbiamo visto in altri film e il prodotto finale è piuttosto mal riuscito. La passeggiata in bicicletta di Fabio de Luigi non vi ricorda forse quella in vespa di Moretti in Caro Diario? Il monologo sulla dedica del film a chi ha paura non vi ricorda, ma purtroppo solo ricorda, il ben più celebre monologo di Mark Renton in Trainspotting che aveva ben altra forza? E cosa dire della carrellata finale sugli oggetti se non che l’abbiamo già vista nella scena finale de I soliti sospetti? E Simon e Garfunkel? Musica meravigliosa, ma Il Laureato era tutt’altro (mi sembra che anche in quel film ci fosse il tema della famiglia).

In Happy Family la trama si sviluppa male, resta incompiuta, anche le famiglie sono alla fine improbabili. L’accenno alla omosessualità del figlio e poi il massimo del luogo comune: gilet fatti a mano (l’omosessuale ama cucire), l’amico del cuore con cui “studiare” e scoprire le proprie inclinazioni, il look vagamente modaiolo da “Milano da bere”… veramente una noia mortale.

L’apoteosi del film si raggiunge nel dialogo in barca sull’immensità e l’eternità del mare fra Abatantuono e Bentivoglio: mette i brividi… e non certo di piacere.

Abatantuono recita bene, ma sempre seduto, nel suo tendere verso dimensioni fisiche alla Bud Spencer o, se preferite lo sport, bisteccone Galeazzi. Recita un personaggio improbabile e stereotipato, come sono tutti i personaggi del film, nessuno escluso.

Se almeno Milano si salvasse, ma non si salva neanche lei, perché a parte le inquadrature della “Milano da pedalare”, Salvatores ci regala una lunga sequenza di immagini in bianco e nero accompagnate dalla musica, ovviamente di Simon e Garfunkel, che grondano tristezza. È una Milano tristissima e brutta, come non l’abbiamo mai vista e come sicuramente non è. Era infinitamente meglio la Milano notturna di Kamikazen, ultima notte a Milano, peraltro sempre di Salvatores.

Se c’è qualcosa da salvare in questo film, oltre ad Abatantuono, sono gli attori Margherita Buy, Carla Signoris e Fabrizio Bentivoglio. Tutti grandi professionisti del cinema italiano che non potrebbero sbagliare un film neanche se volessero… il resto è noia.

httpv://www.youtube.com/watch?v=KilQZi-X3KY

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Happy Family, Italia, 2010, regia di Gabriele Salvatores

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