di Francesco Grano

 

Hotel Artemis

 

Stati Uniti d’America, 21 giugno 2028: il governo approva la legge volta alla privatizzazione dell’acqua. Il popolo americano insorge, facendo così sprofondare l’intera Nazione nel caos, mentre nella città di Los Angeles esplode una vera e propria guerriglia urbana. L’unico posto rimasto, apparentemente, al sicuro dai violenti scontri è l’Hotel Artemis, una sorta di ospedale segreto per soli criminali: a dirigerlo ci pensa “L’Infermiera” (Jodie Foster) con l’aiuto dell’assistente Everest (Dave Bautista). Ed è proprio quando sembra procedere tutto liscio che alla porta dell’Artemis bussano i fratelli rapinatori di banche Sherman (Jean Thomas) e Lev (Brian Tyree Henry), rimasti feriti durante uno scontro a fuoco, e la killer Nice (Sofia Boutella). A complicare la situazione ci pensa un irascibile trafficante d’armi (Charlie Day) ospite della struttura, l’arrivo di una poliziotta ferita, vecchia conoscenza dell’“Infermiera” e il Re dei lupi (Jeff Goldblum), il criminale che controlla l’intera Los Angeles.

Arrivato nelle nostre sale cinematografiche con un anno di ritardo rispetto al resto della distribuzione internazionale, Hotel Artemis (del regista Drew Pearce, qui alla sua opera prima dietro la macchina da presa), fin dal suo incipit in medias res, mostra in maniera diretta e senza fronzoli quella che è la sua natura: un bizzarro e, per certi versi, inaspettato calderone di generi, sottogeneri e situazioni non nuove che, ciò nonostante, riescono a tenersi lontano dal sapore di già visto. Spaziando dalla sci-fi distopica al thriller, Hotel Artemis dispensa stilemi e tòpoi di tanta cinematografia di genere, in particolare soffermandosi sull’heist movie, il gangster movie e il noir. Di questi, Pearce (che qui riveste anche il ruolo di sceneggiatore) recupera e mette in scena le figure arche(tipiche) quali la coppia di rapinatori/losers rappresentata da Sherman e Lev, il criminale/gangster Re dei lupi temuto da tutti e che tiene in pugno la metropoli nonché la femme fatale/killer Nice con una “mission impossible” da compiere proprio all’interno dell’Artemis.

Sì, perché tra le mura sicure di questo sancta sanctorum vigono delle regole ben precise da non infrangere, come quelle di non far entrare i non affiliati e di non uccidere gli altri ospiti presenti. Due regole, queste, che vengono violate e infrante nell’arco di poco tempo e che possono costare, a tutti, la vita. Hotel Artemis si rifà a cult come Le iene di Quentin Tarantino (impossibile non fare un parallelismo tra i nomi in codice dei rapinatori tarantiniani e gli ospiti dell’ospedale criminale) ma anche al più recente 7 sconosciuti a El Royale per quanto concerne l’ambiente d’azione circoscritto in cui tutte le vicende prendono le mosse. Parimenti, sono chiari i riferimenti (e l’ambientazione losangelina a metà strada tra il vintage e l’ipertecnologico ne è la prova) a quel capolavoro firmato Ridley Scott ossia Blade Runner nonché al suo recente sequel Blade Runner: 2049. Eppure, prendendo una situazione filmica di là e aggiungendo una citazione di qua Hotel Artemis riesce a costruire un microcosmo poliedrico e originale di personaggi e personalità (sulle quali spicca “L’Infermiera” interpretata da un’invecchiata, appositamente, Jodie Foster che regala un personaggio dal passo rapido e incerto ma, allo stesso tempo, dalla battuta al vetriolo) e, mescolandolo con un pizzico di John Carpenter, gli permette di mettere in scena un vero e proprio assedio “domestico” tra assediati e assedianti durante una lunga (e letale) notte di imprevisti.

Nel suo esiguo minutaggio, infatti, Hotel Artemis non offre – ingenuamente – allo spettatore il fianco scoperto della noia; al contrario, procedendo per addizione, va per la sua strada in un susseguirsi di rivelazioni, flashback approfonditivi, senza dimenticare le rese dei conti finali. Queste ultime sono orientate verso scoppi di violenza brutale e alla filmografia action asiatica soffermandosi, in particolar modo, sugli accurati combattimenti a colpi di close quarter combat e armi bianche specie in una sequenza, quella che vede la killer interpretata da Sofia Boutella respingere numerosi avversari, che riporta alla mente la lotta nel corridoio dell’Old Boy di Chan-wook Park e quella, ben più grandguignolesca, nella cella di The Raid 2: Berandal di Gareth Evans. Tra influenze stilistiche e originalità, tra momenti decisamente pulp e altri impregnati di black humour, Hotel Artemis riesce a ergersi come un divertissement lontano dal tipico entertainment blockbuster estivo mantenendo, così, l’aura di individualità di un prodotto filmico che, pur non esente da difetti (come il mancato approfondimento del background biografico e psicologico di alcuni comprimari), si lascia guardare piacevolmente confermandosi, così, come un esordio registico senza infamia e senza lode.

 

 

 

 

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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