di Sissi Lutricuso

 

ofelia

 

Quando i miei mi portarono al cinema per la prima volta avevo cinque anni e quella sala buia con l’odore forte di popcorn e lo schermo gigante mi parve il posto più bello del mondo. Più delle giostre, del parco, della piscina, del negozio di giocattoli e dello zecchino d’oro. Perché tutte quelle cose erano simulacri di magia, scherzetti buffi per ingannare la realtà, ma il cinema, invece, era la magia stessa. Una magia tanto eccezionale da poter entrare persino nella mia giovane vita.

E tra i suoi variegati generi, il cinema ci regala la magia al livello più alto quando indossa l’abito del “fantasy”. Questo termine, nato nell’ottocento a partire dalla letteratura inglese, include tutte quelle storie in cui la fanno da padrone il mito, la fiaba e il soprannaturale. Sullo schermo le leggende, tramandate oralmente nel corso dei secoli dai cantori e poi scritte per non essere mai più dimenticate, prendono vita grazie alla creazione di un vero e proprio universo incantato, dove ogni cosa, anche la più incredibile, diventa reale. L’imponderabile, nascosto dietro le forme di alberi parlanti, streghe benevole e fattucchiere malvagie, bambini con doni speciali, foreste piene di misteri e re e regine di paesi lontani, diventa normale, persino scontato. Anche lo spettatore più scettico finirà per abbandonare, nel corso del film, tutte le sue convinzioni sulla vita e sarà catapultato nel regno delle fiabe. Si legherà alla sorte dei protagonisti, il più delle volte portatori di un compito da assolvere, partecipando a tutte le sue disavventure e si ritroverà a sperare che il bene possa avere la meglio sul male, almeno lì, nel posto dove i buoni possono farcela. E il bene, quasi sempre, trionfa.

L’atmosfera in cui sono immersi i personaggi e le musiche che accompagnano le vicende dei protagonisti sono un contorno essenziale, quasi quanto la storia in sé. Molto spesso è l’ambiente esterno a intervenire in aiuto dell’eroe inviandogli segni e messaggi o donandogli oggetti magici. Ma è sbagliato pensare che il regista usi scenografia e colonna sonora con lo scopo di renderli co-protagonisti, perché un film fantasy senza un castello e senza un sentiero nel bosco diventerebbe altra cosa. Una strega senza la sua capanna con i filtri magici, un re senza trono, un eroe senza animali parlanti e un malvagio assetato di potere senza la sua roccaforte, sarebbero persone come le altre.

il labirinto del faunoIl nostro viaggio, attraverso il cinema fantasy, può avere inizio. E per cominciare vi racconterò la storia di Ofelia, protagonista de “Il Labirinto del Fauno”, film diretto da Guillermo del Toro nel 2006. È stato questo film a spalancarmi le porte del fantastico, facendomene innamorare.
Sullo sfondo di una Spagna dilaniata dalla seconda guerra mondiale, una piccola roccaforte tra le montagne vive la lotta partigiana, ultimo spiraglio di salvezza contro la dittatura dell’esercito di Francisco Franco. Una bambinetta dagli occhi dolci, orfana del padre, cerca disperatamente di affrontare la guerra e il secondo matrimonio della madre con il crudelissimo capitano Vidal da cui aspetta anche un figlio. Perdutamente rapita dalle storie meravigliose che legge nel suo libro, Ofelia si immedesima a tal punto da finire per creare un’altra realtà in cui non solo tutto è migliore, ma dove esiste un regno in cui lei è la principessa erede al trono. Tutto sembra a portata di mano per la piccola, se non fosse che ci si mette di mezzo un fauno dall’aspetto cupo, ma buono d’animo che la sottopone a tre prove di coraggio. Soltanto con il superamento di queste, la principessa potrà riprendere il posto che le spetta nell’altro regno. E di certo Ofelia non si tira indietro.

Perennemente divisa tra la sofferenza della vita reale e la leggerezza di quella visionaria, non riesce a scegliere da che parte stare. È l’amore per la cara madre e il desiderio di poterla salvare dalla terribile sorte che la attende, accanto ad un uomo tanto spietato, a trattenerla dallo spiccare il volo. Costretta a fingere rispetto e devozione per il patrigno violento, resiste grazie al pensiero delle prove. Il mondo reale è tetro, spoglio, pieno di persone malvagie e di povere creature sottomesse e sofferenti; il mondo fantastico è, invece, pieno di colori, di giustizia e di grazia. Quando la mamma, unico legame con la vita vera, muore, per Ofelia non esiste una ragione valida per restare. Ma nel momento della fuga si ricorda del suo fratellino appena nato e proprio in nome di questo legame sacro e indissolubile compirà il suo ultimo sacrifico, il suo dono d’amore.

La fiaba diventa il mezzo per affrontare la morte e il dolore e confrontarsi con i propri demoni, ma anche il simbolo di tutto ciò che la vita può offrirci. Persino nel dolore più profondo si può trovare una spinta alla sopravvivenza, una ragione per andare avanti. E il legame tra fratello e sorella risorge dalle macerie della guerra.

Ma quello che Ofelia vede attraverso l’immaginazione è davvero frutto della sua fantasia? Il labirinto dove il fauno la trascina per l’ultima prova è solo un sentiero come un altro? E il regno incantato è soltanto la proiezione di una ragazzina che non vuole affrontare la realtà? Forse no. Ciò che sembra ovvio si capovolge, è quello che accade in tutte le storie di magia. Che cosa succede allora? Semplice. Finiamo per credere al mondo fantastico e guardiamo come falso e bugiardo quello reale. Crediamo di nuovo negli incantesimi, nei re e nelle stanze magiche, come quando eravamo bambini. E proprio come quando eravamo bambini non vogliamo sentire ragioni, il regno magico esiste, eccome se esiste! Dobbiamo solo crederci.

Ofelia, il cui nome rimanda alla bella e dannata dell’ “Amleto” di Shakespeare, è la porta che ci conduce verso il nostro mondo dell’infanzia che, crescendo, abbiamo finito per dimenticare e rinnegare. Ofelia ci regala la possibilità di credere ancora nelle favole, cosa che si traduce nella fiducia che i buoni possano vincere sui cattivi.

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