Boston, ai giorni nostri. La gente vive in un mondo rassicurante, nel quale non ci sono più omicidi e il rischio che il proprio corpo venga danneggiato è assicurato da un sistema di vita vissuta attraverso l’utilizzo di manichini (lett. surrogati), che si muovono, escono, lavorano, parlano ed interagiscono tra loro (e con i pochi umani ancora in circolazione in carne ed ossa) in nome e per conto dei corrispondenti originali, che li manovrano stando comodamente connessi dalla poltrona di casa.

Soltanto una setta capeggiata da un uomo, chiamato il Profeta, si oppone a questo stile di vita e trama affinché, uomini e donne vere, possano ritornare a farla da padroni sul nostro pianeta.

Una notte, però, l’assassinio di un surrogato provoca in modo inaspettato anche la morte a distanza del proprietario-manovratore. Su questo strano caso sarà chiamato ad indagare il detective Tom Greer (interpretato da Bruce Willis), il quale utilizza a sua volta un corpo surrogato, ringiovanito e finanche capelluto, per operare nel mondo reale.

Il mondo dei replicanti è un film di fantascienza diretto da Jonathan Mostow, basato sulla graphic novel The Surrogates, scritta da Robert Venditti e Brett Weldele, ed esce in questi giorni in versione dvd. Poco più che un B–Movie con gran condimento di scene d’azione, ma ben fatto e dignitoso, che coniuga regia classica e puro divertimento.

Da un tipico film di fantascienza ci si aspetterebbe soprattutto un futuro rappresentato da macchine, navicelle, tecnologie e scenari che non sono al momento realizzabili in modo concreto. Ed invece il regista del film ha preferito non concedersi distrazioni che possano allontanare lo spettatore dal focus della storia. Pertanto, si tratta di una fantascienza sui generis, senza tappeti mobili, diavolerie tecnologiche, auto galattiche e con la sola presenza inquietante di un elemento che lavora e coesiste a stretto contatto con gli uomini – ancora esistenti – nel mondo terreno fatto di relazioni, casa, bottega, lavoro, responsabilità, compere, mutui, svaghi e divertimento: quello degli automi che vivono la loro vita per interposta persona.

Infatti, niente cupi scenari metropolitani, niente cieli grigi e plumbei come premonizioni di disastri imminenti, niente poggia incessante, né la filosofia alta e illuminante di Matrix o di Blade Runner. Qui i manichini sono poco più che plastiche, muscoli e parrucche che si muovono in città pulite, ambienti ben illuminati e felicità in pillole rappresentate da uno stile di vita, il cui fine ultimo è godere in modo sintetico del piacere virtuale.

Però, c’è un però: tutto questo rende felici i proprietari manovratori? Il dubbio lo pone il nostro detective quando cerca il contatto reale con la moglie vera, meno bella del suo manichino, con vere rughe e vere occhiaie, ma assente perché non ha ancora metabolizzato la morte del figlio e, pertanto, preferisce vivere soltanto in modo riflesso – connessa al suo surrogato – attraverso la rappresentazione amplificata e distorta di sé.

E vale la pena non soffrire mai, quando il risveglio è dolce soltanto attraverso l’aiuto di tranquillanti, la vita vera è vissuta soltanto in pigiama e pantofole, l’estetista è poco più che un meccanico e si finisce per “farsi” di titillamenti provocati da scariche elettriche? In questo mondo sicuro, che posto rimane per le emozioni, il dolore, l’amore, la speranza e il (dis)piacere di lottare per un sì o per un no?

Il mondo dei replicanti pone l’accento su un fenomeno che non rappresenta il futuro, ma il postmoderno, cioè l’attuale nostra epoca narcisista e nichilista, dominata da modelli di vita propagandati dai media, nei quali le idee sono frasi precotte e confezionate da venditori di tappeti porta a porta, con rassicuranti sorrisi a trentadue denti e doppiopetto blu. Una società nella quale l’esigenza di apparire belli ha sopravanzato, non soltanto, l’importanza di mettere in risalto le qualità interiori dell’individuo, ma finanche il peso di esserlo effettivamente nel senso strettamente fisico e reale. Se ieri ci si poneva l’interrogativo sul fatto che potesse essere più opportuno appartenere al modello dell’essere piuttosto che a quello dell’avere, oggi – più cinicamente – ci si interroga sull’esigenza dell’apparire rispetto a quella dell’essere. Perché, se non appari, non sembri, non trasmetti, non pensi e non ragioni come tutti trasmettono, pensano o ragionano (ma soprattutto appaiono sia dentro che fuori) sei out.

Questo fenomeno, nella società civile, è l’appiattimento che genera l’avvento di uomini massa, privi di cultura propria, di radici, ideali, legati soltanto da esigenze produttive, che la sera si ritirano nei loro rifugi e, protetti, sicuri, si connettono tecnologicamente con il resto del mondo, fatto di automi belli come loro, cinici come loro, determinati come loro.

In politica sarebbe l’altra faccia dei regimi democratici, poiché quando si cerca di realizzare l’ideale egualitario si ottiene una sorta di livellamento verso ciò che è comunemente ritenuto giusto e che tende a sfociare nel dispotismo: «Vedo chiaramente nell’eguaglianza due tendenze – diceva Tocqueville – una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l’altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più».

Scenari apocalittici e lontani da B–Movies, ipotesi catastrofistiche, delirio escatologico si dirà. Però c’è un Paro, un cucciolo di foca–robot ideato dall’Advanced Institute of Science and Technology del Giappone (si veda il link in fondo all’articolo) per esigenze di pet-therapy. I malati (o anche le persone sole) possono interagire con lui e scambiare coccole ed effusioni. Oppure c’è il Boston Dynamics Big Dog (link), un mostruoso ibrido, una via di mezzo tra un cane ed un mulo, tutto ferro e rotelle, impossibile da abbattere; o, ancora, i robot danzanti della Sony (link); c’è la donna androide del dottor Epstein (link) ed altri casi ancora. Altro che avatar, i robot sono già tra noi, pronti a prendere il nostro posto qui e subito.

E noi che faremo, ci ribelleremo? Sì, anzi no. Ce ne andremo a casa e utilizzeremo le nuove tecnologie, assoggettandole al predominio della razza umana, non rinunciando alle nostre prerogative, piegando le nuove scoperte a nostro uso e consumo, per vivere più forti, sicuri e protetti, aiutati e felici.

Basterà inserire login e password, come abbiamo appena fatto, e saremo già connessi. Io, ad esempio, sono Tinos Andronicus e tu chi sei?


Il trailer del film: watch?v=YHIS8wgS1uo

Chi c’è dietro il surrogato:watch?v=4H_R4iebxqs

Leggilo ascoltando questa musica: watch?v=48OPkf0LVVc

Paro, la foca-robot: watch?v=Vx8mv87e6wE

Il Boston Dynamics Big Dog: watch?v=W1czBcnX1Ww

I robot danzanti della Sony: watch?v=9vwZ5FQEUFg

La donna androide del dottor Epstein: watch?v=MY8-sJS0W1I




Tinos Andronicus

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Massimo P.
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4 thoughts on “Il mondo dei replicanti

  1. Non so se sia in linea con ciò che ho letto, ma più procedevo nella lettura, più mi tornava nitida alla mente una situazione di un anno fa.
    Proprio in questi giorni, l’anno sorso ho portato i miei 25 alunni a mangiare la pizza per festeggiare la fine delle elementari. Un paio di minuti dopo esserci seduti e per tutto il tempo della cena, ho visto apparire 25 telefonini con i quali i ragazzi hanno cominciato ad inviare sms, non solo a persone lontane, ma tra loro stessi. Non parlavano tra di loro, ma messaggiavano!
    Il tutto è durato per circa un’ora e mezza e la mia preoccupazione di evitare chiasso ed urla nel ristorante affollato è andata a farsi benedire.
    Preferivo quando c’era gran caos, ma i ragazzi si parlavano.

    1. Forse alle elementari è troppo presto, ma il telefonino è una grande invenzione. Come per tutte le invenzioni, è l’abuso di esso che lo trasforma in elemento negativo.
      Una volta ho visto un uomo ed una donna, seduti fianco a fianco, in un ristorante. Lui aveva accavallato la gamba destra e lei la sinistra. Entrambi erano separati da un telefonino che ciascuno di loro teneva nell’orecchio più vicino al compagno. Insomma, erano specularmente opposti. La situazione è durata per mezz’ora abbondante. Eppure si saranno dati almeno un appuntamento per stare assieme, no?
      Mi sarebbe piaciuto pensare che fossero un marito ed una moglie che, in cerca di una soluzione per risolvere la loro crisi sentimentale, fingevano di essere due amanti che, segretamente, si sussurravano dolci parole d’amore al telefono.
      Purtroppo, dopo avere riattaccato, hanno continuato a mangiare ignorandosi.

  2. Ho appena finito di vedere questo film e,sono rimasta molto delusa.Avevo già letto la tua recensione,ma non avevo ancora visto il film e non potevo rispondere.Che dire?Condivido il tuo commento,ma devo aggiungere,se il film mi ha delusa,il tuo commento mi preoccupa un po’.Hai ragione,basta inserire una password e sono in contatto con te e altra gente che non conosco realmente,ma c’è una grande differenza fra questo tipo di comunicazione e vivere sdraiati con una cuffia in testa a dirigere il nostro replicante costruito come noi lo vogliamo.Bello,giovane….Che mondo sarebbe questo?Meglio brutta,ma umana alle prese con il traffico,le spinte degli ineducati,la coda al supermercato.Forse sono io mal disposta verso la contina e veloce evoluzione del progresso tecnologico,affascinata e ancorata al passato e sarà pure sbagliato,ma non ci sto ad un futuro senza sentimenti ed emozioni.

    1. I tuoi sono i dubbi dello stesso detective. E appare simbolica la scena nella quale lui esce con il suo corpo vero e i manichini lo urtano e lo spingono. Lui quasi non conosce più quelle sensazioni: gli uomini, forse, le hanno perdute.
      Perchè un manichino al posto del corpo vero? Per la sicurezza, innanzi tutto. Ma non solo: potendo scegliere come apparire, gli uomini rendono il meglio esteriore di sé. In un mondo fortemente competitivo come il nostro, la bellezza si trasforma da valore aggiunto a valore di base, per la scalata al successo.
      Ora, se ci fossero ancora le vecchie generazioni, i saggi ed i mentori, i precettori a limare queste tendenze, a dare valore alla diversità, a mantenere viva la percezione del bello nella sua diversità, il problema sarebbe minore.
      Oggi, forse, tutto questo non c’è più. Anzi, avanza il contrario. Uguale (e bello, ma vuoto come il manichino) è la regola per vincere. Dunque, chi fermerà questa tendenza?
      I link sotto la recensione dimostrano che la scienza sta avanzando molto velocemente in questi progressi: l’uomo virtuale non è più impossibile. Starebbe a noi limitarne la portata, fare in modo tale che i robot siano e restino solo macchine che non sostituiscano mai l’uomo.
      Il mondo dei replicanti è quello che potrebbe essere definito un B-Movie. Ma la fantascienza resta oggi uno dei pochi generi che si interroga veramente sulla nostra epoca attuale e sull’immediato futuro prossimo.
      Dunque un film che, se non emoziona, fa riflettere.
      Grazie per il tuo commento. A presto.

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