Ci sono vite che si srotolano lentamente e ci sono particolari insignificanti che si fissano nella mente, pretendendo e vantando diritti che il tempo non può negare. Come quel 21 giugno 1974, che fu l’ultimo giorno nel quale Ricardo Morales e sua moglie fecero colazione assieme: prese un tè al limone, che la moglie gli preparò per via della sua tosse persistente, e lui lo addolcì con una zolletta e mezza di zucchero. E per il resto della sua vita ricordò ogni piccolissimo dettaglio di quella mattina.

No. Non è il modo giusto per iniziare un romanzo. La parola giusta è “temo”. Ma cosa temo? Temo è solo una parola ricordata in sogno ed annotata, appena svegli, in un blocco di carta tenuto accanto al letto.

Ci sono omicidi e casi irrisolti che, il tempo che passa, non riesce a seppellire. Magari i ricordi si offuscano, quelle sensazioni che avevi si confondono e si mescolano, ma alcune questioni e punti ancora sospesi ti rodono dentro e, se li rinchiudi nella soffitta della tua mente, da lì sopra continuano a bussare, finché non sali per andare a mettere in ordine.

Ci sono infine storie importanti, amori impossibili e non dichiarati che non muoiono mai, nonostante le rughe del tempo.

Appare confuso? E’ vero. Come potrebbe non esserlo in un caso per stupro ed omicidio, nel quale l’assassino reo confesso, individuato attraverso l’intuito di Benjamin Esposito (Ricardo Darin), funzionario del tribunale di Buenos Aires, investigatore lento e pignolo, colpito dallo sguardo di un amico della vittima – poco tempo dopo il suo arresto – è stato prontamente rimesso in libertà dai servizi segreti?

E cosa teme Benjamin Esposito, adesso in pensione, dopo che sono trascorsi venticinque anni? Glielo chiede Irene Menéndez Hastings (Soledad Villamin), assistente del procuratore, sua ex collega, vecchia fiamma e passione, mai dichiarata.

“Temo” è soltanto una prova di scrittura, un mezzo per liberare l’immaginazione. Ma le parole, nei sogni possono assumere una forma diversa, simulata, camuffata. E tutto, così, finisce per rendersi ancora più confuso. Esposito, per mettere ordine ai suoi ricordi sceglie la strada che lo obbliga a scavare nella sua mente, scrivendo un romanzo che è il fil rouge che deve essere riannodato per risalire al punto di partenza.

Il segreto dei suoi occhi (Oscar 2010 quale miglior film straniero) è una commistione di generi, con prevalenza di giallo e una solida base di noir. Ma il regista Juan José Campanella non disdegna di mescolarli in modo istintivo al melodramma d’amore, perché la vita stessa non è a comparti: si ride, si piange e ci si interroga senza soluzione di continuità, anche nel corso di una sola giornata. Così “temo” può diventare “te amo”, perché potrebbe essere il rimorso per un amore che non ha avuto il coraggio di esprimersi e di manifestarsi appieno.

E adesso, dopo tanti anni, quella passione sopita ritorna per chiedere conto e ragione. Perché le cose belle, gli sguardi, soprattutto quelli che parlano d’amore non possono essere dimenticati: gli occhi parlano, anche se talvolta si preferisce non farli parlare.

«Hai aspettato molto?», chiede Deborah a Noodles, uscendo dal teatro. «Tutta la vita», risponde Noodles in C’era una volta in America, altro film imperniato sulla cadenza della memoria. Tutto scorre, tutto si trasforma. La nostra vita sembra oggi diversa, staccata, cambiata. Ma la passione, quella non può cambiare mai.

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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5 thoughts on “Il segreto dei suoi occhi

  1. Non amo questi generi neppure al cinema ma leggendo questo commento mi è decisamente venuta voglia di andarlo a vedere

    1. Spero ti piaccia. In questo film, più che la tecnica realizzativa, è la trama molto bella.

  2. Non ho visto il film, ma questa recensione è davvero bella, soprattutto nel passaggio: “perché le cose belle, gli sguardi, soprattutto quelli che parlano d’amore non possono essere dimenticati: gli occhi parlano, anche se talvolta si preferisce non farli parlare”.
    Grazie Tinos!

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