”Sono le ventuno e dieci. All’aeroporto berlinese di Tegel una voce gentile e asettica comunica ai passeggeri stanchi di aspettare che il loro volo per Amburgo è finalmente pronto all’imbarco. La voce, proveniente dalla California, è di Angelika B., che siede davanti al suo schermo”[i].

Se questo è l’effetto più immediato e diretto della globalizzazione sul sistema lavoro della società industriale (la necessità di lavorare insieme in un luogo determinato, per produrre beni o servizi non vale più), saremo portati a pensare che ci muoveremo da casa sempre meno, finché impigriti e stanziali, diverremo sempre più simili a Jabba the Hutt di Guerre Stellari.

 

 

 

Ma, per fortuna, non è così. Perché l’effetto antitetico della globalizzazione è che aumenta il movimento delle persone (oltre che delle merci, valute, pensieri, mode, traffici illegali e fate voi), a causa di un’irrequietezza geografica favorita dall’abbattimento dei confini, dei muri, delle divisioni culturali e anche dalla proliferazione dei voli low-cost, effetto loro stessi del medesimo fenomeno della globalizzazione.

Non tutti, però, nonostante l’abbattimento dei costi di trasporto, hanno la stessa propensione al movimento. Per esempio, i ricchi tendono a vivere maggiormente nel tempo che nello spazio, perché per loro una qualsiasi distanza può essere colmata senza pensarci su molto. I poveri, invece, rimarranno tendenzialmente più legati al territorio. Non ci credete? Fate la prova. Chiedete ad un metalmeccanico: dove vivi? Vi darà l’indirizzo di casa. Chiedetelo al grande manager di una multinazionale e non saprà indicarvi un luogo preciso (Roma, New York, Caraibi). Però, è indubbio: ci si muove maggiormente, finendo – chi più, chi meno – a vivere un po’ qui e un po’ là. Si, perché la vecchia locuzione cartesiana “cogito ergo sum”, oggigiorno, tende sempre più ad essere sostituita dalla nuova concezione filosofica dell’esistenza, riassumibile nel detto “ci sono, quindi esisto” (sull’argomento vedi anche: Massimo Petrucci, \”Potresti non esistere, lo sapevi? Questione di tv\”).

L’anelito di vita di Fèrete, padre di Admeto[ii]: «La luce t’è cara. Pensi che al tuo padre cara non sia?», si manifesta ora nella luce riflessa e specchiata della propria esistenza attraverso lo sguardo degli altri, non importa quali altri, purché questi diano e siano in condizione di dare un segno di rimando della propria presenza. E, sebbene il web aiuti ad essere presenti in più posti del globo, vale ancora il piacere di essere fisicamente lì dove si concentrano gli interessi maggiori, anche a costo di sottoporci a continui spostamenti con il contenitore delle nostre menti, che è il corpo.

Ah, e non ci stupiamo se tendiamo ad affaccendarci tanto per dimostrare la nostra esistenza e a darle un peso specifico corrispondente alla nostra concezione personale della vita: il problema è vecchio come la camminata a piedi. Ne parlava William Wallace in Braveheart – Cuore impavido: «Siete venuti a combattere da uomini liberi, e uomini liberi siete: senza libertà cosa farete? Combatterete? Certo, chi combatte può morire, chi fugge resta vivo, almeno per un po’… Agonizzanti in un letto fra molti anni da adesso, siete sicuri che non sognerete di barattare tutti i giorni che avrete vissuto a partire da oggi, per avere l’occasione, solo un’altra occasione di tornare qui sul campo ad urlare ai nostri nemici che possono toglierci la vita, ma non ci toglieranno mai la libertà!». Dare un senso alla vita si deve e si può: in fondo, lo stesso concetto era riassunto in poche parole da Angelo Massimino, compianto presidente del Catania calcio, nella mitica frase «A questo mondo c’è chi può e chi non può. Io può». Ecco, riferito al viaggio, potremmo dire: «C’è chi c’è e chi non c’è. Io c’è».

 

Vite in viaggio, allora, anche al cinema, perché il cinema è uno spaccato della vita, anche se talvolta in forma di farsa. Vite come quelle del tagliatore di teste (Tra le nuvole), Ryan Bingham (interpretato da George Clooney), o di Viktor Navorski (interpretato da Tom Hanks), il cittadino proveniente dalla Krakozhia e giunto negli stati Uniti con un passaporto non valido (The terminal). Vite entrambe in movimento, profondamente diverse però. L’una è quella di un uomo cinico che rifiuta di dare un luogo alla sua esistenza, sempre pronto a prendere un volo pur di sfuggire ad una vita monotona e piatta, sia essa in un monolocale da single che in un appartamento da uomo sposato. L’altra è quella di un viaggiatore per necessità che, giunto nel paese di destinazione (gli Stati Uniti), si vede negare l’ingresso da parte di funzionari pignoli che, in attesa delle necessarie autorizzazioni, lo relegano – seppure non in stato di detenzione – all’interno del terminal.

Vite diverse, non solo nella concezione del movimento, ma anche nell’approccio con gli altri. Perché Ryan Bingham fa della sua solitudine lo scudo contro l’inevitabile invecchiamento che porta – come direbbe Danton nel dramma di Georg Buchner – a considerare la vita come una decomposizione semplicemente più complicata ed organizzata della ghigliottina. Viktor Navorski, invece, utilizza anche quello scampolo di vita vissuta all’interno dell’angusto terminal (rispetto l’esterno e sconfinato territorio degli States), per approfondire e godere di nuovi rapporti umani, scoprire nuove amicizie e provare emozioni.

E il terminal assume un significato diverso per ciascuno di loro, divenendo luogo del prestigioso riconoscimento delle miglia accumulate da parte del frenetico viaggiatore manager e, invece, laboratorio della vita e delle sue innumerevoli sfaccettature per il cittadino proveniente dall’immaginario Paese dell’Est. Per l’uno il terminal è un luogo di passaggio tra una partenza ed un arrivo, tra una città di provenienza e una di destinazione, per l’altro invece diventa lo iato, il confine tra il principio e la fine, tra il prima ed il non ancora.

Ma ciò che differenzia maggiormente le vite dei due personaggi è l’attesa nei confronti dell’altro, la spinta al viaggio, la ricerca interiore: Ryan Bingham parte per comunicare il licenziamento a dipendenti di aziende che neppure conosce, perché quello è un lavoro che gli permette di stare lontano dalla sua stessa vita, dalla riflessione e dai valori degli uomini comuni. Viktor Navorski viaggia, invece, per compiere una missione, l’ultima futile cosa che avrebbe fatto piacere a suo padre.

Vite diverse, viaggi diversi, rappresentazioni delle necessità umane dell’approvazione di sé, della necessità di dare un senso alla vita, sia rifuggendo i luoghi che eleggendoli a senso della propria missione. Partiamo e arriviamo, ma dove andiamo?


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[i] Ulrich Beck, Che cos’è la globalizzazione, Carocci editore.

[ii] Euripide, Alcesti.

Tinos Andronicus

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Massimo P.
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