Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler irrompe in scena nell’agognata veste di uno dei principali protagonisti della politica mondiale. Dopo avere provato l’ascesa con scarsa fortuna, il Presidente della repubblica Paul von Hindenburg ne appoggia la nomina a Cancelliere della Germania. «Lei ha consegnato il paese a uno dei massimi demagoghi di tutti i tempi» gli scrisse Ludendorff. «Le profetizzo che quest’uomo fatale trascinerà il nostro reich nell’abisso e sarà causa di inimmaginabili miserie per questa nazione» [1].

Se ogni evento storico inizia con una lotta intorno al nome, diciamo pure che totalitarismo e genocidio, dispotismo e tirannia, sono nomi che annunciano eventi storici di lotta e di sofferenza, di una portata incommensurabile per l’umanità. L’uomo di strada percepisce a pelle la portata di questi terribili termini che segneranno il Novecento e, istintivamente, ne riconosce in Hitler la massima espressione e autorità. Il regime nazista e il suo capo trasudano assoluto, dominio, supremazia, fanatismo, messianismo in ogni aspetto della loro stessa essenza. Hitler giunge a quel tipo di ruolo come se la scena fosse stata preparata appositamente per lui. E quando giunge, Hitler non deve piegare gli eventi al suo volere, sono gli eventi che si piegano da soli al suo passaggio. All’avvento di Hitler è come se il tempo messianico dell’attesa sia, fatalmente, giunto al termine.

Eppure ogni regime, per quanto forte e radicato possa essere, reca già in sé il germe della fine. Pertanto, ove il tiranno sia forte, altrettanto forte sarà la voglia del cambiamento e il desiderio di libertà dell’umanità che soffre sotto il suo potere dispotico, che – prima o poi – il suo regno cadrà.

È così che, anche per Hitler che aveva profetizzato la durata millenaria del suo regno, giunge il tempo della fine. Ma ciò che rende incomprensibile all’uomo comune i termini del disastro lasciato sul campo, non è tanto la domanda senza risoluzione: «Come si è potuti giungere fino a questo punto?», quanto piuttosto l’ostinata e folle tenacia con la quale il tiranno abbarbicato al potere e alla sua poltrona si mostri disposto a tutto, pur di non arrendersi di fronte all’evidente disfacimento del suo regime.

Quali sono, dunque, i motivi che consentono a un solo uomo di tenere sotto scacco una nazione e, di conseguenza mezzo mondo, attraverso l’uso del suo seducente fascino e, ove occorra, del suo cinismo senza confini? E perché, finito l’effetto del magico potere della seduzione, al ritorno del desiderio di libertà degli oppressi, il tiranno non cede le armi, ma preferisce piuttosto crollare assieme ai suoi fedeli gerarchi e – magari – a un intero popolo?

«Se perderemo la guerra avrà poca importanza che scompaia anche il popolo tedesco. Nel momento attuale non ha senso farsi scrupolo di non distruggere quello che serve ad assicurare la sopravvivenza alla popolazione civile; al contrario è giusto che noi stessi distruggiamo tutto. Questo popolo si è dimostrato un popolo debole ed è una precisa legge di natura che tutte le creature più deboli siano destinate a scomparire». Così farneticava Hitler negli ultimi giorni, asserragliato nel bunker scavato sotto la Cancelleria di Berlino. Lo racconta il film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, del regista tedesco Oliver Hirschbiegel, ispirato al libro La disfatta di Joachim Fest e ottimamente interpretato da un grande Bruno Ganz.

Nel delirio che ne aveva sempre caratterizzato le gesta, amplificato dalla ristrettezza degli spazi del bunker, Hitler si ostina a tentare di dirigere il corso di una guerra nella quale le truppe e gli eserciti non esistono più. «Nei gran rapporti dell’inizio di aprile, Hitler aveva ancora il coraggio di parlare di mosse contromosse e attacchi sui fianchi scoperti del nemico d’Occidente. […] Hitler spostava le sue divisioni da un punto all’altro, in un orribile e sinistro gioco della guerra […] Quelle truppe non le avevo viste sul terreno o, se le avevo viste, si era trattato di reparti privi di armi pesanti, armati di solo fucile» [2].

Ma prima ancora di giungere a questo punto, ci chiediamo quali fossero state le armi segrete che avevano consentito a Hitler di portare sin lì il mondo sull’orlo della catastrofe? Certamente molte. E occorrerebbero biblioteche intere, più che libri, per contenerle. Ma vediamo di estrapolarne dieci:

  1. «Hitler appare come un uomo i cui mezzi sono razionali, ma i cui fini sono folli. Nel caso concreto, la visione dei fini influisce sull’uso dei mezzi» [3].
  2. «L’ondata di entusiasmo popolare – sia pure prodotta da una regia ricca d’inventiva e costantemente alimentata – che accompagnò le fasi della presa del potere da parte di Hitler svigorisce a prima vista tutte le asserzioni che vorrebbero ravvisare in quell’evento un incidente della Storia» [4].
  3. «Il nuovo ordine, che assunse per presto chiari contorni, si arricchì non solo di seguaci e motivazioni (nonostante le molte e volgari insulsaggini che si propalavano), ma perfino di prospettive future come i suoi portavoce non si stancavano di gridare» [5].
  4. «L’inclinazione a elevare ogni questione contingente a una decisione sui massimi sistemi, e a caricare ogni evento politico di contenuti mitologici» [6].
  5. «Una comunità popolare di amareggiati, in attesa soltanto di un Führer – di una guida – capace di fornirle le necessarie parole d’ordine» [7].
  6. «Furono soprattutto la totale mancanza d’un senso di responsabilità che trascendesse la sua persona, di una semplice e disinteressata etica di servizio e di una morale storica a distinguere Hitler da ogni immaginabile predecessore» [8].
  7. L’individuazione di un nemico oggettivo contro cui unire in battaglia i suoi seguaci: «Da un lato gli ebrei sono visti come una specie di non uomini o di sotto – uomini […] Dall’altro essi sono temuti come concorrenti in quanto depositari […] di una sapienza originaria, che in qualche modo avevano ereditato e distorto» [9].
  8. Lo stile di vita, apparentemente morigerato ma insano: «Lunghe ore di ozio, notti in bianco per futili chiacchiere, dormite al mattino. È vero che anche Churchill stava sveglio sino a tarda notte, ma per lavorare» [10].
  9. L’ostinata fiducia nelle proprie capacità: «Se non riesce, non ci rimane altra possibilità di vincere la guerra. Ma ce la faremo! […] Sfonderemo la linea nemica al centro […] faremo centinaia di migliaia di prigionieri» [11]. «Hitler dava prova di una stupefacente creatività man mano che la situazione si deteriorava. Quando altri avrebbero già gettato la spugna di fronte alle avversità, lui trovava nuove idee e nuovi mezzi, certo non sempre realizzabili; ma la sua immaginazione e la sua capacità d’improvvisazione erano quasi inesauribili» [12].

10. «Da accorto autocrate, a Hitler ripugnava condividere un’oncia di potere e si sforzava di mantenere costantemente divisi i suoi sottoposti. Le briciole d’autorità erano parsimoniosamente distribuite in modo che nessuno ne avesse troppe. L’apparente onnipotenza di alcuni era solo provvisoria. […] Una delle tattiche di Hitler consisteva nell’affidare le stesse missioni a rappresentanti di istituzioni diverse. […] Hitler concentrava nelle proprie mani un potere straordinario » [13].

«Le circostanze della sua fine, in quella che uno degli inquilini definì la sotterranea tana della morte, gli ordini impotenti e gli attacchi d’ira con i quali tentò di opporsi alla sconfitta che si stava avvicinando, danno l’impressione che si fosse in un certo senso prefigurato il suo scellerato fallimento» [14]. L’ultima mossa di Hitler, l’undicesima, fu quella di non arrendersi, anzi di non farsi trovare affatto dall’Armata Rossa che era oramai nei pressi del suo bunker. Verso le 12.00 del 30 aprile 1945, dopo essersi suicidato con un colpo di pistola alla testa, dietro sua disposizione, il suo corpo e quello di Eva Braun vennero portati all’esterno della Cancelleria e dati alle fiamme affinché i resti non fossero trovati né profanati. Per Hitler fu come un ritorno a casa.

In questo modo sembra che Hitler abbia voluto realizzare la sua ultima volontà di entrare nella Storia come se non fosse mai esistito. Nasce un insolito sospetto: quello che i tiranni resistano strenuamente sperando in un colpo di scena, in un improvviso cambiamento, in un’inaspettata risorsa che possa giungere dall’esterno e che – all’ultimo momento – tentino di riparare in luoghi sicuri, a loro congeniali, di sparire per sempre. Del resto, «La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente… sparisce».

Si ringrazia per l’editing M.Laura Villani

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VOTO E GIUDIZIO AL FILM 8 – Avere concentrato l’attenzione sugli ultimi giorni di Hitler è il grande pregio di questo film. Occorre vigilare perché nuovi fanatici, assetati di potere, non seducano ancora i popoli e li portino sull’orlo del baratro.  In questo film Bruno Ganz supera se stesso.

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[1] Giorgio Galli, Hitler e il nazismo magico , Bur, 2002, pag.135.

[2] Albert Speer, Memorie del Terzo Reich, Oscar Storia Mondadori, 2007, pagg. 540 – 541.

[3] Giorgio Galli, Op. cit., pag.192.

[4] Joachim Fest, La disfatta – Gli ultimi giorni di Hitler e la fine del Terzo Reich, Garzanti, 2005, pag. 39.

[5] Ivi, pag. 40.

[6] Ivi, pagg. 41 – 42.

[7] Ivi, pag. 43.

[8] Ivi, pag. 47.

[9] Giorgio Galli, Op. cit., pag.55.

[10] Ivi, pag.267.

[11] Ivi, pag.273.

[12] Bernd Freytag von Loringhoven, Nel bunker di Hitler, Gli struzzi Einaudi, 2005, pagg. 57 – 58.

[13] Ivi, pagg. 58 – 59.

[14] Joachim Fest, Op. cit., pag. 124.

Tinos Andronicus

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Massimo P.
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