«Allora, questa è la fine, ma è anche l’inizio di una storia che è la mia vita e di cui mi piacerebbe ancora parlare con te per vedere insieme se, tutto sommato, c’è un senso».

Come raccontare un film, La fine è il mio inizio di Jo Baier, che è la trasposizione di un libro–testamento, con testimonianze e ricordi della vita di Tiziano Terzani (nel film, Bruno Ganz), pubblicato postumo dal figlio Folco (Elio Germano)?

«Caro Folco, se tu ed io ci sedessimo ogni giorno sotto la pergola per un’ora ed io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore, dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita? Un dialogo tra padre e figlio, così diversi e così uguali. Un libro–testamento che toccherà a te mettere assieme.».

Già, come raccontarlo se non attraverso le parole che mancano, quelle che camminano con il corpo che le trasporta, evitando che il vento se le porti via per sempre assieme alla cenere?

«E se tu mi chiedessi le cose che hai sempre voluto chiedermi ed io parlassi a ruota libera di tutto quello che mi sta a cuore dalla storia della mia famiglia a quella del grande viaggio della vita?». Sono le parole che formano il cerchio disegnato sul pezzo di carta di riso con un pennello: è la vita che si conclude, il cerchio che Tiziano cerca di chiudere con grande dignità e onore. «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede», diceva l’apostolo Paolo.

Il giornalista-scrittore chiude il cerchio attraverso le parole, i ricordi di una vita, le sue riflessioni mature, impreziosite e incastonate dal viaggio nella sofferenza. Ma è una sofferenza che non fa piangere, che non fa rimpiangere nulla, perché ciò che Tiziano lascia è un contenitore vuoto: «Se mi vuoi chiedere come stai? Benissimo! La mia testa è libera. Mi sento magnificamente. C’è solo questo corpo che fa acqua da tutte le parti: marcisce. L’unica cosa da fare è staccarsene e abbandonarlo al suo destino».

Tiziano Terzani, una vita spesa sul fronte della conquista di un cambiamento che potesse portare qualcosa di nuovo per l’umanità, nato in un quartiere popolare di Firenze e affacciatosi sul palcoscenico della Storia del suo tempo – dal Vietnam alla Cina, alla caduta dell’Unione Sovietica – partito a soli trentatré anni con l’intera famiglia come collaboratore di un giornale per l’Asia, si ritira dalle scene della carriera per svernare nel suo piccolo Himalaya sulle colline toscane, attendendo, come un monaco zen, l’arrivo della morte. Non quella con la falce – una visione spaventosa e orrenda – ma quella che rappresenta un nuovo inizio, la nuova esperienza.

 

«È vero che hai accettato questo fatto di morire?». «Ah, ah, ah! Vedi, questa di morire è una cosa che vorrei evitare. Mi piace molto di più l’espressione indiana lasciare il corpo. Il mio sogno è di scomparire come se non esistessi a questo momento del distacco. La morte non mi preoccupa perché mi ci sono preparato. Almeno ci ho pensato. Nella mia vita ho fatto tutto quello che volevo fare, ho vissuto con grande intensità, per cui non sento di avere alcun tipo di rimpianto. Non ho ragione di recriminare per avere ancora del tempo per fare questo e quello. Sono pronto ad andarmene, non ho paura. Anzi, quella che mi sta davanti ora è forse la più strana, interessante, nuova cosa che mi sia mai capitata. La morte è in verità l’unica cosa nuova che mi può ancora succedere».

 

Lucidamente, in modo sereno e niente affatto consolatorio, Tiziano si avvicina all’esperienza mancante della propria vita, quella che hanno provato tutti gli uomini che l’hanno preceduto e che proveranno tutti coloro che verranno: miliardi di esseri, in una terra, che non è altro la natura che cresce e si sviluppa sul grande passato di questi uomini e di queste civiltà.


Tra una tazza di tè e una passeggiata nel meraviglioso Tibet, disteso tra il tetto e il cielo della Toscana – la più bella regione d’Italia – Tiziano racconta le esaltanti esperienze della sua vita al figlio Folco. Perché, se la morte non giunge inaspettata, la vita l’ha raggiunto in tutta la pienezza e bellezza dei momenti che l’hanno forgiata: il sessantotto, Parigi infuocata, la fantasia al potere. Tutti elementi che suggestionano e ispirano un giovane a dare il meglio di sé. E perfino la Cina di Mao, nonostante gli occhiali ideologici con i quali la si guardava e che la facevano vedere oltremodo bella. La Cina che proponeva il più grande esperimento d’ingegneria sociale del mondo. La Cina che doveva diventare la culla della sua unica e antica cultura e invece – sotto quel criminale – divenne una società nuova ma deludente e fallimentare.

La nuova società occidentale è libera ma l’uomo è succube dell’economia. Questa sarà la grande battaglia del futuro: liberarsi dell’economia che incatena le nostre vite, mentre l’uomo vuole sapere cosa c’è venuto a fare in questo mondo. Invece il sistema t’impone di piegarti al consumismo. Da qui il grande passo di Tiziano verso l’unica rivoluzione che possa veramente servire: quella che nasce dentro ognuno di noi. Tiziano l’ha compreso e da allora non è più un ex giornalista, perché qualunque identità è limitativa, se sei un direttore delle poste, una volta in pensione diverrai il vecchio direttore. Noi siamo molte cose: alcune vere, altre potenziali. Invece dovremmo essere un tutto, una parte di qualcosa di più grande. Perché: chi tiene assieme tutto il mondo, chi fa cantare gli uccellini?

Con Folco e Tiziano c’è anche Saskia, la figlia (Andrea Osvart). E poi c’è lei, Angela (Erika Pluhar), sua moglie, la mamma di Folco e Saskia: «Per me Angela è stata tutto. Il palo al quale l’elefante decide di lasciarsi legare con un filo di seta. Potrebbe dare uno strattone e liberarsi quando vuole, ma quel filo non lo tira. Ha scelto di rimanere legato a quel palo. Angela! Lei era tutto quello che io potevo sognare ed io caddi incantato». «Che cosa aveva la mamma di speciale?». «Era calda, genuina, sincera, era così vera. Io sapevo che quella era la mia donna. Non c’era alternativa.».

Ed è lei, Angela, che chiude gli occhi al suo amato Tiziano. Lei non piange, perché lui non vuole, non perché non vi sia motivo: deve essere difficile lasciare andare qualcosa di così bello. Ma in fondo Tiziano l’aveva abituata ai suoi lunghi viaggi.

Alla fine, cosa resta dunque della vita? Diceva un vecchio proverbio indiano: «La vita è come un ponte, attraversalo tranquillamente, ma non costruirci una casa.».

 

Si ringrazia per l’editing M. Laura Villani

 


VOTO E GIUDIZIO AL FILM: 8 – Manca ancora il coraggio di portare al cinema storie che, come questa, siano fondate sul dialogo e sull’edificazione dell’anima. Si tratta, in fondo, di un libro raccontato. Ma è raccontato bene. Evitate il confronto con il vero Terzani: Bruno Ganz reinterpreta magistralmente il “personaggio” per convertirlo in protagonista, come del resto succede in tutte le storie biografiche. Forse fin troppo scelte e accurate, quasi da effetto cartolina, le immagini commentate dalle musiche avvolgenti di Ludovico Einaudi. Probabilmente vi commuoverete e uscirete dal cinema malinconici, ma non tristi.


 

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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5 thoughts on “La fine è il mio inizio nel grande cerchio della vita

  1. Sì, forse proprio in questo è la chiave del film, nel dialogo del padre che parla con il figlio. E nel rapporto che ne scaturisce, intenso e profondo, come ce lo mostra il regista.
    Jo Baier ha detto in un’intervista che “per rendere una persona comprensibile, concreta e visibile occorrono elementi che non sono contenuti nel libro”. Dunque, attraverso questo dialogo Jo Baier ci restitisce il Terzani personaggio, la sua immagine di uomo piuttosto che il suo pensiero.
    Ciao.

  2. Il film non l’ho ancora visto, ma ho letto l’articolo..
    penso, che quando c’è un inizio ci sono dei dubbi, parlarne con qualcuno è bello, perchè c’è un confronto..
    Allora, io dubito, quindi penso, quindi mi confronto… dunque Sono.
    Sono… Esisto.
    Ciao.

  3. Il libro è sempre più completo del film, ma quest’ultimo offre un’emozione diversa: ciò che nel libro è lasciato all’immaginazione del lettore, nel film è presentato in chiaro, pronto all’uso, ma secondo la visione del regista.
    Sebbene nel film si tratti di finzione scenica, nel libro non vedi gli occhi di Tiziano che un po’ ridono, mostrando sicurezza nella prova che sta attraversando, un po’ si smarriscono nell’inevitabile dubbio e nel dispiacere di lasciare ciò che si ha di più caro.
    Ciononostante, si tratta di un film che è stato scelto di rappresentare quasi in forma di audio libro. Il regista ha fatto una scelta minimalista anche dal punto di vista tecnico. Non sappiamo perché, ma lo si può immaginare.
    Ne è risultato un film lento e privo di una vera storia, una via di mezzo tra l’intervista e il film di fiction: questi i motivi delle critiche negative.
    Secondo me, invece, l’idea di rappresentare il film come un dialogo, o se vuoi una confessione, un testamento, lo rende oltremodo interessante e originale.
    Tutto poi ruota attorno a questo (nel film) meraviglioso rapporto tra il padre che racconta e il figlio che ascolta (le ultime emozioni del genitore).
    Grazie e a presto.

  4. Francamente preferirei leggere il libro, sul film ho sentito pareri discordi. Di solito rispetto al libro il film che ne viene tratto delude sempre un po’. La tua recensione è molto bella e invogliante, e penso che finirò col vederlo, così ne riparliamo. Grazie

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