di Elisa Scaringi

 

Roberto Faenza, classe 1943, torna al cinema con La verità sta in cielo, rappresentazione delle vicende legate alla scomparsa di Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno del 1983. La pertinenza storica di fatti e personaggi toglie molto spazio alla rievocazione cinematografica di eventi che, seppur reali, avrebbero meritato di essere raccontati in maniera più filmica e meno didascalica. Rispetto, infatti, a film quali Romanzo criminale e Suburra, con i quali la nuova pellicola di Faenza condivide l’ambientazione romana, La verità sta in cielo manca di un tocco davvero innovativo alla storia, fermandosi al semplice contesto del racconto didascalico di una vicenda ancora irrisolta come quella della giovanissima Emanuela Orlandi. D’altronde Faenza si è sempre distinto per le sue scelte cronachistiche e romanzesche, partendo da Silvio Foreverer (sull’ascesa politica di Berlusconi), passando per Il delitto di Via Poma (intorno all’assassinio di Simonetta Cesaroni), fino ad arrivare a I giorni dell’abbandono (trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Elena Ferrante).

L’unico a spiccare è sicuramente Riccardo Scamarcio, perfetto nei panni di quel dandy malavitoso che fu Enrico De Pedis, il vero protagonista di una storiacast film Faenza ancora lontana da una chiara risoluzione. Per il resto, però, una scialba recitazione e una regia priva di immaginazione tolgono molto a un film che avrebbe potuto essere qualcosa di più. La malavita romana, infatti, sembra qui assopita, sovrastata quasi dall’incombenza di una curia romana che amministra la cosa pubblica, sposta soldi e fa compromessi. Ma sappiamo che, in realtà, la banda della Magliana è stata molto di più di quello che sembra dalle immagini di un film nel quale l’occhio del regista è concentrato a raccontare tutta la deriva economica e spirituale di un Vaticano più interessato al denaro che non alle cose dello spirito.

Meritevole, quindi, per la sua pertinenza ai fatti e al racconto a tutto tondo di una storia che lega indissolubilmente malavita e curia romana, La verità sta in cielo lascia l’amaro in bocca. Non tanto per il suo finale sospeso, quanto per l’assenza di quel tocco cinematografico che lo avrebbe potuto trasformare in un gran bel film. Sembra mancare, infatti, l’idea e l’intuito del regista, incapace di amalgamare i fatti storici in un intreccio gradevole e adrenalinico. Come è accaduto in altri film: non solo quelli di ambientazione romana come Suburra e Romanzo criminale, ma anche in pellicole del calibro di Gomorra e Anime nere. Opere in grado di raccontare la malavita in maniera assolutamente impeccabile, senza però tradire la verità storica, capaci di iniettare nella storia reale la creatività dell’artista.

 

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