«Camminavo lungo la strada con due amici

quando il sole tramontò

il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue

mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto

sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco

i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura

e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura» (Edvard Munch).

 

Tutto cominciò con un urlo. Ma non fu un urlo improvviso, non fu terrore. E neanche l’urlo del dolore nel corpo. L’urlo partì lentamente, quasi sfilacciandosi su se stesso. Poi si contorse e prese vigore, spessore e consistenza, infine si dispiegò nella sua gravità. Mostrò la sua nascita profonda e la sua natura inquieta, proveniva dall’abisso dell’animo. Era l’urlo dell’orrore.

L’urlo era l’angoscia dei deboli, degli impotenti. Lo sdegno di Dio. Il disagio della ragione che non trovava risposte. Era lo stridore di ciò che non si poteva spiegare. Di ciò che si temeva. Di ciò che si sperava non accadesse mai. Le doglie della tribolazione per la lotta della morte e della distruzione contro l’intera specie umana.

L’urlo era il presagio di un’umanità sofferente, dello scontro dell’uomo contro l’uomo, era l’anticipazione dell’orrore che inevitabilmente sarebbe arrivato. L’urlo era una cosa che non aveva ancora un nome, perché non era ancora successa.

Vide uomini e donne, tanti. Corpi abbracciati o che si spingevano, affollati, l’uno contro l’altro. Braccia e gambe scomposte, svigorite, intrecciate e rilasciate, in pose innaturali. E teste, calve, rasate, sdentate. Volti rigidi, fissi, in espressioni di stupore, sguardi inconsapevoli, focalizzati sul nulla. Corpi sfioriti, sviliti, uomini, donne, larve del passato vigore, bambini, bambine, crisalidi di un futuro negato.

 

Mucchi di corpi, ammassati, raccolti, accatastati, buttati. Vite gettate, inutilizzate, abortite, violate. Corpi nudi, senza più vergogna, sessualità, paura, coraggio, freddo, caldo. Ossa, scheletri, pelle raggrinzita e piegata. Piagata, ferita, umiliata e torturata. Contenitori delle passate passioni, delle lotte combattute, delle emozioni sofferte. Di interessi, bisogni, noncuranze, privazioni. Amori, affetti, sollecitudini, preoccupazioni, odi, inimicizie, risentimenti, accanimenti. Emozioni ora inutili di un tempo trascorso, gettato, sciupato e abbandonato come quei cumuli di ossa.

 

 

 

E ancora, baracche, filo spinato, uniformi, fango e polvere, tanta polvere, tanto fango. Il rumore di quelle grida, il lamento di quella moltitudine gli impediva di sentire. Il dolore proveniva dai corpi relitti e riempiva la caverna della sua anima. Il lamento saliva come una musica straziata e profonda. Gli tormentava lo spirito e lo piegava in una spirale di compassione e di impotenza.

 

 

 

Cadde in una dolorosa disperazione. Le poche forze che si sentiva addosso lo lasciarono di colpo. Le ginocchia vacillarono e si piegarono come fuscelli dopo essere stati falciati. Avrebbe voluto piangere, ma fu capace di piangere solo un pianto senza lacrime. Ricordò di averne piante molte e, ora, restava solamente la forza dell’urlo del dolore. Si piegò in se stesso, desiderò di sparire. Si contorse quasi in cerca di una protezione, cercò di farsi ossa, scheletro e pelle come le ossa, gli scheletri e la pelle che gli stavano attorno. Se avesse potuto diventare camaleonte lo avrebbe fatto. Si sarebbe trasformato in pietra, in terra, in polvere, in fango.

 

 

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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3 thoughts on “L’urlo dell’orrore

  1. Grazie per il commento, Emilia.
    L’urlo di Munch è un esempio di quell’arte espressionista che i nazisti bollarono come degenerata e che tentarono di cancellare. Di contro i nazisti furono parecchio interessati all’arte in genere, sia nel fare incetta delle opere che venivano sottratte ai normali circuiti per finire nelle collezioni private dei gerarchi di Hitler, che con le campagne di propaganda sapientemente organizzate e sovvenzionate da Goebbels.
    Sotto il regime nazista anche l’arte era controllata e catalogata. Gli artisti dovevano, piuttosto che esprimere qualcosa, rimandare ai principi del nazismo e all’esaltazione della razza ariana.
    L’urlo è stato dipinto parecchi anni prima dell’avvento del nazismo. Eppure molti ritengono che sia una preconizzazione di quell’indicibile sofferenza dell’animo che avrebbe trovato la sua vera ragione di essere nei tragici accadimenti che sarebbero avvenuti di lì a poco.
    Come ciò sia potuto succedere (se lo sia stato effettivamente) nessuno lo può spiegare. In effetti ci piace pensare che sia stato così.
    L’arte però ha qualcosa di miracoloso: riesce a esprimere cose che le parole non possono dire e lo fa in tempi non cadenzati con l’incedere dei fatti.
    In questo senso l’urlo anticipa e chiude l’orrore del genocidio e della Seconda guerra mondiale.
    L’urlo però è anche qualcosa che si perpetua nell’oggi.
    Così se tendiamo l’orecchio, possiamo sentire urlare l’anima di Emilia, di Tinos e quella di milioni di individui che sono stati o che sono ancora e che non possono dimenticare.

  2. Difficile lasciare un commento, riuscire con le “sole parole” ad esprimere una sensazione…Quella del vuoto lasciato da tutti coloro che hanno subito. Coloro che ad un certo punto, e per volere di chi poi, non potevano più esistere. Come un urlo che rieccheggia ancora la memoria. Da qui il mio unico desiderio: tramandare, far conoscere, divulgare, parlarne ogni volta si sente questo frastuono, che torna, si sente ancora…tra la gente, nelle case, negli occhi degli anziani. Si, perchè quando tutti i testimoni se ne saranno andati, “qualcuno” potrebbe dire che tutto questo non è mai esistito!La mia anima stà urlando!!!

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