di Elisa Scaringi

 

murale di Jeeg Robot

 

Un filone romano si sta facendo avanti, in punta di piedi, nel panorama cinematografico italiano; riprendendo le fila del quadro pasoliniano intorno alle borgate e ai suoi poveracci. Per Paolo Sorrentino Roma è pur sempre quella dipinta dall’immaginario collettivo (San Pietro e il Colosseo, i Fori Imperiali e l’Altare della Patria), luogo ideale per rispolverare e mettere a nuovo l’arte di Fellini. C’è chi, invece, tenta di filmare ciò che davvero sta capitando in città, attraverso luoghi periferici dove la speranza più che altro soccombe a colpi di svalorizzazione e la lontananza dal centro è inversamente proporzionale alla depressione sociale.

Amore tossicoSbocciata negli anni dieci del XXI secolo, questa corrente di rifondazione romana del neorealismo trova il suo incipit nel lontano 1983, quando Claudio Caligari usciva in sala con Amore tossico[1]. Impostosi come realista puro nel racconto di una periferia drogata (per il quale ha arruolato giovani realmente eroinomani), dopo vent’anni si è trasformato nel Kubrick italiano, firmando, in Non essere cattivo[2], l’arancia meccanica nelle notti violente della Roma fine anni Settanta. Da un lato la vita di periferia dura e cruda, quella triste e difficilissima; dall’altra la criminalità più cruenta, non più esclusiva delle mafie meridionali. Claudio Caligari, dunque, fonda e attraversa questa prolifica corrente del cinema contemporaneo, delineando i caratteri di una città nascosta.

Due sono gli esempi chiave di questo indirizzo romano-centrico, entrambi opere prime: Lo chiamavano Jeeg Robot[3] e Cuori puri[4]. Al centro sempre dei borgatari qualunque, che quasi soffocano al peso di un destino malsano. Marcati dal timbro della periferia più oscura (Tor Bella Monaca per il primo e Tor Sapienza per il secondo), i due protagonisti maschili sono molto simili nell’animo: mossi da una bontà inusuale per l’ambiente in cui sono cresciuti, decidono di non nascondersi più dietro un’etichetta già stampata. Ognuno, poi, ne fa ciò che meglio crede; tenendo sempre come obiettivo il riscatto per la propria onestà.

Jeeg RobotSe Enzo Ceccotti, in arte Jeeg Robot, trasforma Tor Bella Monaca nel set per il primo superhero all’italiana, l’esordiente Simone Liberati (sulla scena Stefano) rimane se stesso, il ragazzo comune che tra case popolari e spaccio di droga si fa paladino di una visione più profonda dell’esistenza. Due facce, quindi, della stessa medaglia; due eroi buoni che non temono il cattivo di turno. In due pellicole che sanno attingere ai maestri del proprio genere per realizzare uno stile originalissimo: Gabriele Mainetti porta la Hollywood più spettacolare lungo le torbide rive del Tevere; Roberto De Paolis utilizza il realismo sociale dei fratelli Dardenne per raccontare una storia tutta italiana. In entrambi i casi la scenografia è molto circoscritta: il mondo dellaCuori puri periferia, infatti, esclude i grandi spazi del centro cittadino. Qui la sacralità non sta nei luoghi di un passato glorioso, ma nei cuori di uomini soli, invisibili alla società dei privilegi. Pur non essendo colti, i due protagonisti sanno cos’è la giustizia, facendosene paladini nonostante la propria condizione di esclusi. Enzo Ceccotti è il ragazzo burbero che accumula yogurt gialli in frigo; Stefano è il fallito venuto dalle case popolari di Tor Sapienza. Eppure ciò non gli impedisce di farsi eroi del quotidiano.

Il primo si trasforma in Jeeg Robot, mito della donna amata (qui non diva, ma con problemi psichici e abusata dal padre). Usa la nuova forza conquistata per combattere il maligno, facendo della periferia il luogo privilegiato per la nascita di un super eroe dall’accento romano. Il secondo, invece, difende la propria coscienza di uomo giusto anche di fronte all’evidenza di una vita che difficilmente potrebbe essere altro dallo spaccio e dalla violenza. Due evoluzioni bonarie dello stesso ambiente: nel film di Mainetti il risvolto educativo sta nell’utilizzare la propria forza senza dimenticare la bontà di spirito; nella pellicola di De Paolis, invece, l’umile fonda la vera fede, scardinando i precetti più odiosi attraverso i valori evangelici vissuti inconsapevolmente.

Due opere, quindi, che portano con sé una visione più profonda dell’esistenza umana, che riesce a superare gli ostacoli di una vita vissuta ai margini, contrapponendo la coscienza al destino già scritto di uomini qualunque. Intorno a questi cardini ruotano, poi, altre visioni ai margini della città di Roma: Alì ha gli occhi azzurri[5] (dove protagonista è Ostia e il suo Nader, che cerca di coniugare le proprie origini arabe in un contesto italiano di periferia); Et in terra pax[6] (nel quale è centrale il quartiere Corviale con le sue storie di ghetto dalle tinte fosche); 5[7] (una storia di droga al Quarticciolo, borgata popolare dove gli italiani del sud d’Italia lottano quotidianamente contro il degrado); Pezzi[8] (un documentario di storie disastrose al Laurentino 38); Senza nessuna pietà[9] (un noir dalle tinte scure, dove Roma è quella buia che si rifugia nella baraccopoli di Ostia). Tutti esempi calzanti di un cinema giovane e indipendente, nel quale la sociologia dei contenuti impone al pensiero contemporaneo una seria rilettura di temi Sacro GRAquali la marginalità nelle metropoli, i nuovi processi di cittadinanza, la deriva immobiliare delle classi medie, le seconde generazioni di immigrati. Il tutto accompagnato da un maestro come Gianfranco Rosi, che, con il suo Sacro GRA[10], ha battezzato agli onori degli altari questa fonte ricchissima di storie che è la periferia romana. Un documentario assolutamente innovativo per l’ambientazione: quel Grande Raccordo Anulare che segna quasi il confine tra buono e cattivo, tra la capitale e il resto del mondo, tra i benestanti e la classe media, tra chi vive e chi sopravvive. Ecco, allora, che in questo filone non possono mancare Suburra[11], con la perversione della Roma bene, e Romanzo criminale[12], che contende lo scettro di città violenza alla Napoli di Gomorra.

 

 

[1] Amore tossico, Claudio Caligari, Italia, 1983

[2] Non essere cattivo, Claudio Caligari, 2015

[3] Lo chiamavano Jeeg Robot, Gabriele Mainetti, Italia, 2015

[4] Cuori puri, Roberto De Paolis, Italia, 2017

[5] Alì ha gli occhi azzurri, Claudio Giovannesi, Italia, 2012

[6] Et in terra pax, Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, Italia, 2010

[7] 5, Francesco Dominedò, Italia, 2011

[8] Pezzi, Luca Ferrari, Italia, 2012

[9] Senza nessuna pietà, Michele Alhaique, Italia, 2014

[10] Sacro GRA, Gianfranco Rosi, Italia 2013

[11] Suburra, Stefano Sollima, Italia, 2015

[12] Romanzo criminale, Michele Placido, Italia, 2005

 

murale di periferia a Roma

 

 

 

Gamy Moore
Follow me

Gamy Moore

Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
Gamy Moore
Follow me

Latest posts by Gamy Moore (see all)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.