di Elisa Scaringi

 

Room film

 

Room è un film dalla doppia faccia. Nella prima parte il punto di vista è quello di Jack (interpretato magistralmente dal piccolo Jacob Tremblay). Cinque anni e vissuto fin dalla nascita nella piccola stanza dove è tenuto prigioniero da Old Nick. Ma a sua insaputa. Perché Ma’ (Brie Larson, premio Oscar come miglior attrice proprio per questa interpretazione) ha creato per lui tutto il mondo nella piccola stanza. Un mondo fatto di giochi, risate, ginnastica, e una violenza da cui viene tenuto fuori quando la notte si chiude nell’armadio a dormire. Resa non a caso più grande rispetto alle dimensioni reali per tutta la prima parte del film attraverso riprese grandangolari, la stanza è quella vista dagli occhi del piccolo Jack. L’armadio, la lampada, il letto sono le comparse di questo mondo racchiuso in pochissimi metri quadrati.

Nella seconda parte del film il punto di vista cambia, e diventa quello di Ma’, diciassettenne rinchiusa per cinque anni in un capanno claustrofobico dal suo aguzzino. Dopo una svolta ben costruita, Ma’ può tornare al mondo proprio grazie a quel figlio che il mondo non lo ha mai conosciuto. E così il film prosegue con il racconto di una donna che si trova a fare i conti con quanto di più duro si possa vivere. Tornare alla realtà dopo anni di reclusione e violenza, con un figlio che a cinque anni si trova a dover scoprire il mondo. Le telecamere, il clamore mediatico, l’affetto dei genitori, non riescono a risollevarla da un danno psicologico profondissimo. Ma l’affetto di un figlio che la accompagna nel cammino verso le sue paure sì. Rivedere quella stanza, ormai così piccola ad occhi non più abituati, permetteranno ai due di ricominciare a vivere.

 

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