di Elisa Scaringi

 

Gli americani sono i maestri in fatto di criminal movie. Ma non tutti riescono col buco. Un po’ come le ciambelle: di rado se ne trova una perfetta tra mille difformi. The Accountant fa parte delle mille venute maluccio, ma gustose, la cui sopravvivenza tra i film sufficienti si deve soprattutto all’interpretazione di Ben Affleck. L’attore, due volte premio Oscar (sceneggiatura per Will Hunting – Genio ribelle e produzione per Argo) rende la pellicola di Gavin O’Connor un po’ più goduriosa di quanto lo sarebbe senza di lui. Non che la storia non abbia spunti interessanti: anzi, proprio perché ha una sua originalità ci si sarebbe aspettato di meglio da parte di un regista che ha strabiliato con Warrior e ora un po’ deluso con The Accountant.

Il buco che sarebbe stato bello curare sta sicuramente nella rappresentazione di un uomo affetto da autismo che riesce comunque, grazie all’educazione The Accountantforzatamente violenta del padre, a vivere e sopravvivere da solo nel mondo, lavorando come geniale contabile e prendendosi cura di se stesso. Nel film, invece, quest’analisi passa molto in secondo piano: ciò che ne emerge è un moderno Robin Hood che lavora per i ricchi, salva i poveri e sostiene la ricerca sull’autismo. Ma nulla di più. La malattia è marginale rispetto alle armi e alle arti marziali: una pura apparenza di gesti ripetitivi e filastrocche, che rischia di sminuire un argomento così profondo quale la possibilità per le persone autistiche di avere una vita normale e soprattutto autonoma.

Le aspettative, dunque, sono deluse. Come l’acquolina che stuzzica lo spettatore. Nulla di speciale viene aggiunto a un film come The Accountant, che rischia di rimanere nella mischia delle mille ciambelle al gusto di criminal movie, buone ma non poi così speciali. Sicuramente il protagonista, Christian Wolff, avrebbe meritato maggiore attenzione critica da parte di sceneggiatore e regista. Ben Affleck prova a metterci del suo, soprattutto dopo un’opera ben riuscita come Argo. Ma purtroppo l’attore non può tutto. È solo un po’ di zucchero su di una ciambella bella grande.

 

 

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