The road

Un padre (Viggo Mortensen) ed un figlio (Kodi Smith-McPhee) sono in viaggio, da un tempo indefinito verso il sud. Quale sud, non importa. Cosa sia successo prima non si sa, ma si vede: ovunque, intorno a loro, distruzione e desolazione, clima da scenario post-atomico, cieli scuri, paesaggi inceneriti, alberi che crollano come fossero l’anelito di vita del nostro pianeta, come braccia che collassano sui fianchi di un gigante oramai privo di forze.

E loro lì, si muovono lenti come fantasmi, quasi non parlano. Spingono un carrello nel quale sono riposti i pochi effetti personali. Il padre a volte ricorda. E sono bei ricordi, come quelli che tutti noi abbiamo: una sera a teatro con la moglie (Charlize Theron), entrambi eleganti, puliti, innamorati. Oppure la vede distesa in un prato, incosciente di quel futuro che ora si è rivelato vuoto come il nulla.

In quel nulla, lei non c’è più. Un tempo, dopo la nascita del figlio, ha abbandonato la casa dove la famiglia aveva trovato riparo e la sopravvivenza. Quella, però, non era vita. Non sarebbe durata a lungo.

In The road, di John Hillcoat, le scene sono dipinte così, come le parole del telegrafo che, una ad una, staccate, quasi non hanno un suono, un senso ed un significato, ma nel loro assieme comunicano la notizia funesta e lentamente compongono il telegramma che annuncia la morte.

Tutto è morto, o quasi. Qualcosa ancora resiste, ma è la parte peggiore dell’umanità. E’ la resistenza estrema, la lotta animalesca per la vita, anzi per la sopravvivenza. Gli uomini, alcuni, pochi, privi di risorse ed alimenti, sono in lotta tra loro. Alcuni organizzati in piccoli gruppi, senza più decoro o dignità, svuotati della parte migliore di sé, privi dell’anima, vagano nel gigantesco girone infernale e hanno abbandonato l’ultima reticenza, quella della profanazione del corpo dei propri simili.

«Noi non mangeremo mai carne umana, vero?», chiede il figlio. Noi siamo i buoni, risponde il padre. Ma come riuscire a sopravvivere in un contesto nel quale tutte le regole sono saltate? Ci sono solo due opzioni: o si riesce ad andare avanti, verso sud, dove si spera di trovare cibo, calore ed il mare con le sue risorse, oppure ci sono due proiettili nel tamburo di una pistola e devono essere usati bene. Perché, prima di essere presi dagli altri, sarà meglio che padre e figlio muoiano entrambi.

E’ quasi un grido, ma strozzato, che gonfia dentro la pancia e che, uscendo non produce alcun suono. E’ il lento, ma inesorabile sopravanzare della morte, la decomposizione lenta del pianeta, il suo sgretolamento dall’interno, l’estinzione per mano amica, l’orrore al quale ci si adatta senza volerlo.

“L’uomo si abitua a tutto, alla morte sui campi di battaglia, alla morte negli ospedali, a uccidere e a soffrire”, scriveva molti anni prima Alexis de Tocqueville, anch’egli nel deserto dell’America, ma in un viaggio all’inverso, quello della scoperta (Quindici giorni nel deserto americano). “Un antico popolo, primo e legittimo padrone del continente americano, si squaglia come la neve sotto i raggi del sole ogni giorno che passa. A vista d’occhio sparisce dalla superficie della terra. Al suo posto, negli stessi luoghi, un’altra razza cresce con una rapidità ancora più sorprendente. Davanti a lei cadono le foreste, le paludi si prosciugano; invano laghi grandi come mari, fiumi immensi si oppongono alla sua marcia trionfale”.

E’ forse una nuova razza che avanza? Ora, considerate se questo è un uomo, qualcun altro direbbe. Cosa può avere spinto Cormac McCarthy, nel suo romanzo La strada (dal quale è tratto il film), a stringere così pesantemente la cappa di morte e di oscurità attorno alle vite dei suoi personaggi, noi non lo sappiamo: se maggiormente abbia voluto porre l’accento sulle responsabilità dell’uomo per il disastro ecologico che lentamente, ma inesorabilmente, continua ad avanzare, oppure sulle responsabilità maggiori per le possibili devastazioni dovute alle guerre, o ancora sul degrado morale che tutto distrugge come un tarlo dall’interno? E, sinceramente, non crediamo che sia giusto neanche chiederselo perché se un romanzo termina senza un prima e senza un dopo, non saremo certamente noi a profanarne le estremità mancanti. E non lo ha fatto neanche il regista.

Questa è l’arte. Non si discute, prendere o lasciare.

 

 

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3 Replies to “The road”

  1. all’inizio non riesci a capire,ma piano piano vieni inghiottito dall’atmosfera delle situazioni e cominci a domandarti..COME MI SAREI COMPORTATO?..è sicuramente uno di quei film che vorresti rivedere anche più volte..

  2. ciao Pacco, èèèèè Paco!!

    dovrei leggerlo
    la prossima che sono in libreria ti chiamo

    non c’ho capito una cippa, il film è bello?
    vale la pena fare ambo prima libro poi film?

    in pratica fammi capire, arte è quando qualcuno fa qualcosa di piacevole fruizione o di stimolante e raggiunge questi obiettivi facendo una cosa fuori dagli schemi o di estrema eccellenza?

    ….ma se ieri un chitarrista amico a cui ho proposto di adottare un gattino o un cagnolino che ho mi ha risposto che in casa sua entrano solo animali già scuoiati e pronti per il forno, possibilmente pure conditi, premesso che è un brav’uomo……mi chiedo, bisogna guardare così lontano per trovare i problemi dell’umanità e tentare di risolverli????????????????

    1. Approfitto di questo intervento per rispondere a quanti chiedono di sapere se un film è bello, oppure se valga la pena andarlo a vedere.

      Cerco sempre di non esprimere in termini netti e perentori se il film mi sia piaciuto o meno, in quanto credo che il mio senso di soddisfazione e di piacere non debba necessariamente coincidere con quello della maggioranza.

      Oggi è abbastanza comune parlare di ciò che non piace, di esprimersi con un parere “contro”. Ciò stimola la discussione e permette all’opinionista di mettere in luce le proprie idee.

      Anche questo non mi interessa, di conseguenza, finisco per parlare di film che – secondo me – valga la pena in qualche modo di prendere in considerazione.

      Dunque, ogni tanto mi scappa qualche “bello” o “bravissimo”, però, più che lasciare la mia idea sulla bellezza del film, mi piace parlare di ciò che sta intorno ad esso: le situazioni, gli stati d’animo dei personaggi, le emozioni che può suscitare negli spettatori. Il resto vorrei che ciascuno lo decidesse da sé andando a vedere il film se, sulla base di quanto detto, lo reputi interessante.

      La recensione preventiva dovrebbe servire, dunque, per orientarsi sul genere, sul tema trattato, sui personaggi, il cast. Costituirebbe, insomma, una sorta di mappa per raggiungere il luogo. Ma la scelta di andare in quel luogo, dipende dal viaggiatore.

      Esiste, però, un’altra funzione della recensione, che è quella che preferisco. E’ quella spiegata da una mia amica, la quale pensa che la recensione sia un confronto tra le proprie sensazioni, dopo avere visto il film, e quelle di qualcun’altro, come una chiacchierata tra amici, confrontandosi e cercando di mettere in ordine le emozioni.

      Per quanto riguarda la possibile delusione di chi vede il film dopo avere letto il libro, dico che questo è un problema antico e irrisolto. Il film non potrà mai eguagliare il libro. Il film ne è una “riduzione”. In termini tecnici, la sceneggiatura tratta da un libro si chiama “adattamento”. Dunque, sarebbe bene non fare confronti, ma cercare d vedere le due opere come espressioni artistiche differenti ed autonome, come due persone di lingua ed etnia diverse che parlano dello stesso tema, per esempio l’amore: ognuno lo esprimerà a modo suo, ma entrambi ne renderanno l’idea.

      Ecco perchè l’arte non deve necessariamente essere qualcosa di sublime, non ci si aspetta più da essa qualcosa di inequivocabilmente ed universalmente bello (chi ha la chiave giusta per definire le cose tali?), ma piuttosto essa deve trasmettere emozioni, nelle sue molteplici forme e sfaccettature.

      Infine, per evitare che quest’argomento venga preso troppo seriamente in considerazione, concludo riassumendo con una frase di Nino Frassica la mia risposta:
      “Non è bello ciò che bello…. ma che bello, che bello, che bello”.

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