Trascorso un anno dall’uscita nelle sale italiane, metabolizzate le polemiche, incassate le delusioni per l’esclusione dalla preselezione tra i finalisti candidati all’Oscar per il miglior film straniero del 2010, è il caso di tornare a Baarìa, ripercorrerne le strade in terra battuta che hanno portato il regista Giuseppe Tornatore nuovamente in Sicilia, alla ricerca di quelle radici che – chi nasce da quelle parti – non riesce a rimuovere mai del tutto.

Stavolta non è necessario che Bagheria diventi Giancaldo. È Baarìa, senza segreti e fraintendimenti.

A circa vent’anni dalla conquista dell’Oscar per Nuovo Cinema Paradiso, Tornatore ritorna sui ricordi della sua vita e li rielabora completando la chiusura del cerchio, allargandosi e spaziando tra gli anfratti e i dirupi, tra strade spianate e giardini, tra stalle e sezioni del PCI, in un set immenso realizzato grazie ad un budget faraonico, ma non tralasciando dettagli e particolari come solo un appassionato collezionista potrebbe fare.

Se in Nuovo Cinema Paradiso il protagonista realizzava un collage di scene d’amore unendo spezzoni di pellicola, in Baarìa il piccolo Pietro Torrenuova baratta le sue figurine, per collezionare frammenti di pellicole che alimenteranno i suoi sogni di regista.

Prima di farlo, però, Tornatore deve volare sopra Baarìa, sul degrado urbanistico, sulla mafia dei campi, sulle lotte contadine, sugli omicidi dei sindacalisti e sulle stragi mafiose, riavvolgendo il nastro fino alla vita del capostipite, il pecoraio Ciccio Torrenuova.

Attraverso la storia di questa famiglia, con l’uso (talvolta smodato) del dolly, Tornatore riscende tra le strade polverose di Baarìa, entra dentro le case e le stalle per riallacciare aneddoti e storielle, aspirazioni e delusioni, battaglie e sconfitte, amori e lutti della costellazione di protagonisti che si riuniscono in un unico affresco corale nel quale, se i personaggi si alternano, la scena rimane sempre la stessa.

La scena è Baarìa, racchiusa e compressa come lo è nella realtà, dilatata ed estesa come lo è nella mente dei protagonisti, traslata ed immensa come lo è nel set che la raffigura in Tunisia.

Baarìa con le sue botteghe, i mestieri, i mostri nelle ville e nelle case, i poeti, i pittori, il podestà, l’assessore corrotto, il venditore di dollari, il bovaro, il disabile, il farmacista, il venditore di salsicce, cugini e fratelli, nonni e nipoti.

Ma su tutti, Peppino Torrenuova (Francesco Scianna), innamorato di Mannina (Margareth Madè), al quale Tornatore guarda come l’occhio nostalgico del figlio guarda suo padre. Un uomo che ha sublimato i suoi ideali fondendoli con quelli del partito nel quale ha militato, sino a divenire da bovaro a consigliere comunale.

Un uomo che ha fatto politica, senza secondi fini né compromessi. Come la si faceva una volta: la politica degli ideali, giusti o sbagliati che fossero.

Non la politica della prostituzione delle idee, non quella del servilismo alla corte del più ricco, non quella delle spartizioni sotto i tavoli, non quella del presenzialismo, non quella dell’assenteismo, né quella del pressappochismo.

Ha ragione Tornatore a dire che la politica era bella. Ha ragione Tornatore a dire che nel film si parla di mafia, anche se non era la mafia dei legami intrecciati tra le mani in tasca dei palazzinari e i kalashnikov del braccio armato. Ha ragione Tornatore a cercare i fondi per il suo film dove i fondi ci sono, perché l’idea di un film è come un’onda inarrestabile.

È bravissimo Tornatore a realizzare le scene di massa. È bellissima la fotografia dei primi ricordi. È grande Tornatore nel manovrare attori e mezzi.

Sbaglia Tornatore a cercare esclusivamente tra i suoi ricordi. È sbagliato dilatare un film nella durata, piuttosto che nel tempo della visione. Eccede Tornatore, nell’esagerata ricerca del realismo, che culmina con la scena vera dell’uccisione di un toro.

Grande, infine, Ennio Morricone che riesce a sorprendere ancora, mescolando sapientemente la polvere del West a quella di Baarìa, creando così una bellissima partitura epica e malinconica.

Troppe note? Troppi mezzi? Troppi soldi? Troppo grande?

Sì. Le braccia degli uomini sono troppo corte per abbracciare il mondo intero in una sola pellicola, anche se C’era un volta Baarìa, grande e bella.

No. Le gambe del nostro cinema sono troppo corte per riportarci agli antichi fasti nel mondo intero.

Tornatore ha le gambe per correre e vuole riuscirci.

Corri Peppuccio, corri! Il cinema oggi è come uno sputo nella terra battuta. Stringi i denti e vai!

 

 Si ringrazia per l’editing M. Laura Villani

 

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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