C’era una volta il cinema italiano. Quello vero, intendo. Quello che si permetteva di sfidare a duello il più famoso collega d’oltreoceano, quello che se ne fregava di rendere conto e ragione agli incassi ed ai produttori. Anzi, erano loro stessi, i produttori italiani, a chiedere di più, a cercare la competizione, a rilanciare, convincendo le loro piccole pellicole a sostenere una lotta impari, evocativa del coraggio ma anche dell’incoscienza di Davide, quando si presenta al cospetto del terrificante Golia.

E seduti in sala c’eravamo noi, curiosi ed emozionati noi, incerti e speranzosi noi, che ci aspettavamo grandi cose. Noi, capaci di fare grandi sogni e d’invidiare – assieme a monsieur Lacombe / Truffaut –  il Ray / Dreyfuss di Incontri ravvicinati del terzo tipo, mentre si accingeva a partire con gli extra terrestri.

Noi, capaci di danzare con Tony Manero sulla pista da ballo, al suono dei Bee Gees, ma anche di rispondere alla chiamata alle armi per il Vietnam lasciando a casa il fucile da Cacciatore con un colpo solo. Oppure no, di non partire, bruciando la cartolina al suono di Aquarius e di Let the Sunshine In, perché – anche se eravamo degli stronzetti con il sorriso da ebete – non ci pareva affatto giusto finire come il soldato Palla di lardo.

Noi, che ci sentivamo trasgressivi, solo perché Mrs. Robinson osava sfilarsi le calze di seta davanti un neo Laureato o che, semplicemente, credevamo nella possibilità del riscatto dell’ultimo della classe, al punto tale da pensare di potere battere il campione del mondo dei pesi massimi, esaltandoci con le musiche di Bill Conti.

Però, noi non eravamo capaci soltanto di fare grandi voli pindarici, che compiacessero alle grandi produzioni americane. Noi eravamo anche orgogliosi di un cinema italiano che competesse con quello americano. Noi scendevamo nella terra, tra le viuzze di piccoli paesi, entravamo nei bar, dialogavamo con la gente umile, visitavamo i paesi del belpaese. Cercavamo Alfredo Alfredo, perché gli Amici miei erano i nostri ed eravamo orgogliosi della nostra commedia. Tanto che l’avevamo chiamata commedia all’italiana: A ciascuno il suo.

E’ vero, facevamo i western, ma erano spaghetti – western. Perché gli americani so’ forti, ma what’s american boy, mi te magno. E ce li magnavamo davvero! De Laurentiis (no questo, l’altro, quello vero, Dino), a parte diventare ricco con L’oro di Napoli, fece arrivare King Kong dall’America. Lo scimmione era più peloso di Serpico, ma Jessica Lange in compenso era uno schianto.

E se Cristo si è fermato ad Eboli, noi guardavamo oltre, volevamo Il sorpasso, volevamo di più, praticavamo l’impegno civile, stavamo svegli sempre, altro che la Notte prima degli esami, per aspettare Il giorno della civetta, scendevamo in strada per difendere Sacco e Vanzetti, perché avevamo paura de I mostri, ma di quelli veri, quelli che L’istruttoria è chiusa – dimentichi, quelli de Il caso Mattei. E, quando sentivamo puzza di bruciato, pretendevamo che nessuno fosse protetto, volevamo finanche l’Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Altro che processo breve. Perché, altrimenti, Quo vadis, baby? Mica siamo tutti Porci con le ali. Ciononostante, anche Giovannona coscialunga aveva la sua dignità. Anzi, Yuppi Du! Quel genere non era molto Profondo rosso e il divieto ai 14, adesso, sarebbe meglio metterlo alle frasi sui baci di cioccolato, per presunte oscenità alla Federico.

Oggi, tutto questo non c’è più. Il cinema italiano è morto, o quasi. Si, qualcosa ancora si muove, respira, ma al tempo del tunz tunz para para tunz, perché non solo Milano is burning, ma tutta l’Italia. Ed il cinema si adegua.

Chi va nelle sale? Mica i quarantenni, mica i cinquantenni. Quelli sono troppo impegnati a pagare mutui e bollette, che la sera non vedono l’ora di fare divano.

Ma tanto, chi sono io per dire questo? Chi sono io per giudicare? Guardate il nome scritto sulla rubrica: Il mio nome è nessuno. Io vi potrei solo raccontare la favola dell’uccellino. Che ne so io delle nuove generazioni, della Generazione mille euro? Che ne so dei lucchetti, dell’Amore 14? Per me, 3msc sono quelli che ho visto l’altro giorno mentre ero in auto: tre ragazzini senza casco su un motorino, ossia 3 minchioni sul cinquantino.

Ragazzi, non lo sapete che rischiate la vita? Ho voglia di te, va bene. Ma mica deve essere per forza L’ultimo bacio. Esiste anche Baciami ancora e, scusate se ve lo dico, ma non è sempre Natale a Miami. E il fatto che mi ami, non deve necessariamente presupporre che ti dica, Scusa ma ti voglio sposare. Rischiate di diventare Ex.

La vera vita, come nei veri film, è una situazione veramente complicata. Non vi illudete, abbiamo una sola vita ed è meglio non sciuparla. Meglio, ad esempio, La ricerca della felicità che Sette anime.

E poi, ricordate: meglio un mercoledi da Sergio Leone che cento pomeriggi del sabato da pecoroni. Non lasciatevi infinocchiare, chiedete più qualità, ma anche meno Moccia e meno cinepanettoni. Siate meno truzzi. Muovetevi di più.  Il mio detto è: mente sana in sport all’aria aperta. Si, aria, come nei film. Quello che sgranocchiate assieme al pop corn non è cinema: è aria, lieve e leggera. Dopo averla respirata, non resta niente. E poi, perché pagare per ciò che già la tv distribuisce abbondantemente?

Se voi continuate a richiedere questo tipo di cinema, questo sarà il cinema che faranno. E a noi Non ci resta che piangere chi se n’è andato, sapendo che è difficile accettare di perdere per sempre, qualcosa di così prezioso.

Altrimenti, diteci, che possiamo fare noi? Cosa possiamo fare per contrastare la casta, la grande famiglia di produttori che tutto controlla, lo straripamento costante che scende dal monte degli ascolti in tv e inonda questa valle dei ricordi nostalgici? Ben poco.

Però, non è detta ancora l’ultima parola. Non tutto è perduto. Si potrebbe ancora giocare un’ultima carta, sebbene audace: formulare un invito ad un Invictus, ad un Texano dagli occhi di ghiaccio, uno di quelli che non si lascia mettere sotto da niente e da nessuno.

Lui arriverebbe qui, in Italia, nell’anonimato, al capezzale di questo cinema sfinito, per tonificarlo, per rinvigorirlo, per portare – dall’alto dei suoi ottant’anni – la sua linfa vitale. Arriverebbe con il suo andamento dinoccolato ed il passo felpato. Con il tocco della mano invisibile che adopera dietro la macchina da presa. Entrerebbe come uno Straniero senza nome, ma dotato di un Potere assoluto, consapevole del rischio di una missione impossibile: entrare vivo nel covo de Gli spietati, per non uscirne in posizione orizzontale, con l’intenzione di farne Un mondo perfetto, cercando di portare il nostro cinema nuovamente al centro di un duello, di farlo volare nuovamente in alto, lì Dove osano le aquile.

Non occorrerebbero tante parole. Lui è un tipo taciturno che, piuttosto che parlare, preferisce fare parlare la sua pistola. Basterebbe dirgli: Ispettore Callaghan, il caso Sgorbio è tuo.

Però, chissà? Alla fine, forse, i conti non tornerebbero neanche a Clint.

Tunz, tunz. Nun te reggae più.


Clicca un link a caso e scopri se sei truzzo o nostalgico:

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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3 thoughts on “Tunz tunz para para tunz, ma non è un film

  1. Solamente un vero conoscitore e appassionato del cinema poteva scrivere questo articolo,usando i titoli dei films,come stesse narrando una storia,portando il lettore a spasso per la trama e,ahimè,rendendolo consapevole che,a parte qualche eccezione,il cinema italiano non è più quello di una volta.Si può cambiare?Penso di si,non spendendo più tanti soldi(scusa il gioco di parole) per vedere films da due soldi.Grazie Tinos.E' sempre un piacere leggerti.

    1. E’ solo una passione. Quella che ho raccontato qui è una mini storia, in pillole, di alcuni film che hanno lasciato qualcosa nella mia vita. Penso che ciascuno di noi ne abbia. L'insieme di questi film fanno una lista di ricordi, sensazioni e anche rimpianti, per ciò che si sapeva fare e che oggi non si vuole (o non conviene) fare più. Ce ne sarebbero altri, molti altri.
      Credo che si possa fare un alnalogo ragionamento con le musiche. Ognuna di loro può essere legata ad un particolare ricordo.
      Grazie, Antonella.

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