di Elisa Scaringi

 

L'insulto locandina

 

Se un film si potesse racchiudere in una battuta, nel caso de L’insulto sarebbe sicuramente: “Il primato della sofferenza non ce l’ha nessuno, mai”. Un semplicissimo tubo di scolo dell’acqua diventa, infatti, il capro espiatorio per dare il via a una disputa giudiziaria che non salva nessuno: da una parte il libanese (Toni) che accusa, dall’altra il palestinese (Yasser) che subisce.

Portati come siamo a identificarci con la vittima oppure a giustificare il carnefice, in questo film quello che appare è solo il sintomo di una sofferenza nascosta, e quello che ci sembrava giusto un attimo prima diventa improvvisamente sbagliato, trasformandosi. Se il palestinese (Yasser) è il migrante “protetto” e “accudito” per quanto ha vissuto, il libanese (Toni) è la vittima silente che, dopo aver subito un torto grave (passato sotto silenzio dalle autorità), cova pian piano un dolore che inevitabilmente sfocia nella rabbia incontrollata. Dunque, il rapporto vittima-carnefice viene continuamente ribaltato, mescolando sullo schermo le ragioni di due uomini che, alla fine, condividono lo stesso dramma: essere entrambi succubi di una nazionalità che non perdona.

Il palestinese (Yasser) è il migrante “tutelato”, rinchiuso nei ghetti di Beirut (uguali a quelli di ogni grande città del mondo), discriminato nel lavoro soloattori film per il fatto di essere straniero (ingegnere impiegato come operaio visto che la laurea non gli viene riconosciuta). Il libanese (Toni), invece, è il cittadino “di periferia”, invisibile agli occhi dello stato e mal tutelato nel suo essere uomo di seconda categoria (meccanico, figlio di un coltivatore di banane).

L’insulto potrebbe, allora, essere definito come un film “concentrico”, che si dirama dalla questione della sofferenza che abita ciascun essere umano, per arrivare a parlare di qualcosa di molto più alto e al di sopra delle parti: da dove nasce il rispetto dell’alterità, e soprattutto se questo possa essere chiuso entro dei confini oltre i quali sia lecito dirigersi. Dal discorso intorno a due uomini che si affrontano in quel di Beirut, si raggiungono alti livelli filosofici – e morali – nella disputa su cosa sia “discriminazione razziale” e se possa esistere realmente un “primato della sofferenza”. Naturalmente la risposta, sebbene possa essere solo e soltanto negativa, non è scontata: l’offesa delle parole, di un singolo uomo, può travolgere lo stato delle cose, innescando un vortice di pareri giudiziari e assalti giornalistici, capaci di condurre la semplicissima questione di un tubo indesiderato ad assumere fattezze geo-politiche.

Si arriva a dissertare sulla nazionalità di un uomo, sullo stato sociale di un paese come il Libano, sul dialogo tra le religioni (cristiani e mussulmani), sul potere di una parola come “sionismo”, sulle conseguenze di un mancato riconoscimento quale quello dello Stato di Palestina. Tutto in un unico film: mai ripetitivo, autoritario o giudicante. Per il regista Ziad Doueiri non esiste né vittima né carnefice: ci sono soltanto due uomini che tentano di sopravvivere come meglio possono in una città difficile (Beirut) all’interno di uno stato (il Libano) che non sa riconoscere le reali debolezze di ciascuno. Che è poi quello che accade in molte grandi metropoli – anche occidentali – soprattutto se incapaci di accettare (dai governanti ai semplici cittadini) il valore del riconoscersi altri e diversi.

Un esempio per tutti potrebbe essere ciò che sta accadendo proprio oggi in Italia, dove fatti di cronaca diametralmente opposti (ma tutti concentrati nella regione Marche) stanno monopolizzando il dibattito politico e il sentire comune. Fino a che punto è lecito difendersi da soli da quello che solo alcuni considerano un nemico (lo straniero)? È corretto giustificare un estremista di destra soltanto perché lo stato è assente? Un morto italiano ha un “valore superiore” rispetto al cadavere di un rifugiato? Se un nero uccide è passibile, di fronte alla legge, di una pena maggiore rispetto a un bianco che spara contro uno straniero? A tutto questo un film come L’insulto dà un’unica risposta: no.

Lo straniero non è un nemico, e nessun estremismo può giustificare la violenza (fisica o verbale). Come nel caso del libanese (Toni), fervente militante del partito più nazionalista che ci sia nel suo paese, anche nel nostro il pensiero politico e le azioni comuni non dovrebbero mai ledere i diritti fondamentali di ciascun essere umano. Nessuna vittima, infatti, ha un valore superiore rispetto alle altre, perché “Il primato della sofferenza non ce l’ha nessuno, mai”.

 

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
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