In genere non amo i film-documentari con materiale di repertorio, ma al tempo della sua uscita (2008) mi venne la curiosità di vederlo, anche perché lessi  due critiche contrastanti: quella di Repubblica e quella del Giornale .

Il valore di testimonianza sociale e di costume viene esaltato da una fortissima impronta di stile e da una decisa quanto originale scelta di linguaggio. Da un documentarismo tutto affidato alla manipolazione e alla elaborazione delle più varie fonti di repertorio, senza escludere le più fatue o (apparentemente) effimere come pubblicità, fotoromanzi o filmini familiari. Con sensibilità e intelligenza da ammirare.” (Paolo D’Agostini, ‘la Repubblica’, 7 marzo 2008)

“Al cinema quanti sbadigli si possono fare in un’ora e un quarto? Dipende dal sonno arretrato, dalla distanza dall’ultimo pasto e, naturalmente, dal film. Con ‘Vogliamo anche le rose’, della giovane, ma non giovanissima, regista milanese Alina Marazzi, si rischia la lussazione delle mascelle. Tolto il cappello davanti alla pazienza dell’autrice, probabilmente cresciuta a Capanna e Antonioni, per la sua ammirevole ricognizione negli archivi, bisogna ribadire che questi settantacinque minuti sembrano un’eternità.” (Massimo Bertarelli, ‘Il Giornale’, 7 marzo 2008)

Ebbene, con rammarico, mi tocca dare ragione al critico del Giornale di S.B.

Sono uscito prima della fine, irritato, infastidito e per giunta incazzato.

La descrizione che Alina Marrazzi  fa degli anni ’60 e degli anni ’70, usando materiale di repertorio, è settaria e fuorviante.

Secondo la Marazzi le giovani generazioni di quegli anni o erano emeriti bacchettoni, pieni di frustrazioni e complessi o freakettoni dediti all’amore libero ed alle canne.

Si è dimenticata della maggioranza dei giovani di quegli anni che, non erano né stupidi bigotti né sciagurati frequentatori di Parco Lambro, ma sono cresciuti maturi, liberi, hanno votato per il divorzio e per la legge dell’aborto, hanno avuto maternità/paternità consapevoli, hanno educato i propri figli alla tolleranza, al rispetto, all’eguaglianza, ai valori della democrazia, senza bisogno di maestri di pensiero e di folcloristiche manifestazioni di piazza.

Parlo per esperienza diretta ed uso il maschile solo per regola grammaticale.

Tutto quello che affermo riguarda anche le donne.

Sono stufo di decotte polemiche di genere.

Io parlo di persone.

L’episodio più irritante e fastidioso, da telenovela venezuelana, è quello della ragazza che, nel 1975, si fa mettere incinta e poi va ad abortire.

In quale posto sperduto vivevano quei due?

Forse non conoscevano il preservativo?

Sono uscito infastidito durante l’episodio dell’assemblea di autocoscienza a Parco Lambro: una sequela di “cioè e discorso del, nella misura in cui” !

Forse l’intenzione era di fare un film comico e la Marazzi ha toppato!

O forse non ho capito la sua comicità!

 

Per completezza di informazione si può leggere questa intervista rilasciata da Alina Marazzi… sempre che si riesce ad arrivare fino in fondo.

I  fiori li ho sempre regalati,  senza bisogno di richieste e senza aspettare la festa della donna.  

E non regalo mimose:  mi fanno starnutire.

Nell’occasione mi piace riproporre una mia poesonza:

Una volta il menestrello vagante

nelle contrade antiche

strimpellava la mandola,

raffazzonava strambotti

e poesie di occasione.

Ora c’è la festa dei versi

delle mimose all’ingrosso

dei  cioccolatini a profusione

Si sprecano rime

una pioggia di versi

che domani ritornano a dormire

in pagine polverose e ammuffite

che pochi leggeranno.

E non mi si venga a dire che  l’8 marzo non è la festa dei versi e neppure quella dei cioccolatini e delle mimose, ma solo un giorno per ricordare, per fare memoria,  per le donne arse vive.

Forse sarà anche così, ma come si concilia il ricordo e la memoria   con i festini di sole donne con ballerini maschi che fanno la lap dance?

Anche queste son  feste di memoria?

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