«Non sarai tanto ingenuo da credere che viviamo in una democrazia, vero Buddy? È il libero mercato e tu ne fai parte». Con questa frase, pronunciata nel 1987, il finanziere Gordon Gekko in Wall Street apriva una riflessione sulla possibilità che le libertà politiche, culturali ed economiche potessero effettivamente convivere tra di loro.

Oliver Stone ventitré anni dopo ritorna sul luogo del delitto per riesumare il caso irrisolto. Anche perché, nel frattempo, il gioco allo yuppismo rampante e la faccenda degli squali che mangiano i piccoli risparmiatori fregandosene se le famiglie si riducono sul lastrico o se la povertà aumenta – non solo nei paesi del Terzo Mondo – ma finanche nello stesso pianerottolo di casa nostra, si è fatta dannatamente seria. Eh sì, perché se dopo le crisi del 1929 e del 1932 si dovette aspettare – appunto – il 1987 dell’uscita di Wall Street per vedere il ritorno di un lunedì nero di paura, la successiva crisi arrivò subito dopo – tra il 2000 ed il 2002 – e quella ravvicinata del 2008 è stata forse la madre di tutte le crisi.

«C’è grossa crisi», diceva un personaggio di Corrado Guzzanti e diceva il vero. Talmente grossa che si tratta probabilmente di un’unica gigantesca crisi, caratterizzata dall’esplosione di tante bolle speculative vicine tra loro. E bisogna assolutamente essere vigilanti, non sbagliare mai una mossa, ma soprattutto non distrarsi perché «Il denaro è una puttana che non dorme mai! È gelosa! Se non stai attento, un giorno ti svegli e non la ritrovi più».

Ecco allora Wall Street, il denaro non dorme mai, con il redivivo Gordon Gekko (Michael Douglas) che esce dal carcere, dopo ben otto anni che «non li beccano neanche gli assassini», durante i quali ha avuto la possibilità di riflettere sul disastroso rapporto con la figlia Winnie (Carey Mulligan) la quale non vuole più saperne di lui, e sulle sue scorrettezze da insider trader senza scrupoli. Esce dal carcere con telefonino stile citofono di vecchia generazione e un fermasoldi senza i soldi. Da lì in poi, dovrà reinventarsi una vita per sopravvivere a un mondo che non è cambiato affatto, mentre il gioco continua – sempre uguale – ma senza di lui.

Nel 1987 il suo slogan era Greed is good: «L’avidità – non trovo una parola migliore – è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo. L’avidità in tutte le sue forme: l’avidità di vita, di amore, di sapere, di denaro, ha impostato lo slancio in avanti di tutta l’umanità». Oggi, quello slogan è diventato un interrogativo: L’avidità è giusta?

Gordon Gekko rivede se stesso, riesamina il sistema corrotto e punta il dito accusatorio contro l’establishment finanziario, riuscendo a raggiungere un discreto successo e scrivendo libri sull’avidità dell’uomo. Tiene lezioni e convegni sull’argomento e quando scoppia la bolla del mercato immobiliare del 2008 lui è lì, senza soldi, ma ancora in piedi ad arringare giovani studenti, nuovamente profeta, stavolta non del profitto ad ogni costo ma di un male che incombe sulle teste di tutti gli uomini.

«Voi siete la generazione dei tre niente: niente lavoro, niente reddito, niente risorse». E rielabora tesi, scopre complotti, smaschera le debolezze dell’umana specie. «È l’avidità che spinge gli uomini ad avere sempre di più». E se prima si lottava per avere una casa, oggi si lotta per averne due. E quando si chiede un mutuo la cifra si arrotonda, in modo tale che ciò che resta si può usare per fare shopping. È il prestito, dunque, il pericolo che grava sugli uomini e concederlo così facilmente è come puntare un’arma di distruzione di massa sull’umanità.

L’analisi di Gekko è lucida e non può non trovarci d’accordo. «Il quaranta per cento di tutti i proventi americani è costituito da quelli finanziari. È una finanza dopata e il prestito è un biglietto sicuro per la bancarotta, maligno come il cancro».

A Jake Moore (Shia LaBeouf), suo futuro genero spiega che i soldi non sono il bene primario. «Il tempo lo è». E Jake, vedendolo cambiato, si offre di farlo riavvicinare alla figlia, barattando la sua intermediazione con preziose informazioni su un nemico comune, la potente banca d’investimenti Churchill Schwartz, capitanata da Bretton James (Josh Brolin), ritenuto responsabile del crollo della Keller Zabel per la quale lavorava e della morte del suo mentore.

Gordon ci sta, le dritte sono giuste, il pentimento è in atto. Come non credergli, allora? Del resto, tutto cambia, anche mentre milioni di persone perdono il loro posto di lavoro. Mentre montagne di soldi e l’avvenire delle nuove generazioni sono messi seriamente in pericolo, l’umanità continua a crescere, a sperare, a progredire. Chi ama continua ad amare e i figli continuano a nascere.

Tutto continua anche se è tutto più instabile, più insicuro. Se scoppia la bolla immobiliare, per evitare il crollo a catena dell’economia globale, occorre il più grosso salvataggio della Storia, perché tutte le banche hanno titoli tossici, perché la crisi dei mutui è soltanto la prima goccia della tempesta perfetta.

Allora, cosa fare? Nessuno lo saprà mai, sino alla prossima bolla, sino al prossimo crollo. Tutto continuerà a scorrere uguale, come un gesto di follia con il quale si ripetono sempre le stesse azioni, sperando in un risultato diverso. Ma cosa succede se tutti compiono lo stesso gesto di follia nel medesimo istante?

Se lo chiede Jake Moore e ce lo chiediamo noi. Jake crede che la più grossa bolla sia stata l’esplosione cambriana. Perché è da lì che siamo giunti noi. L’esplosione è stata l’evoluzione. L’evoluzione elimina il superfluo, sfoltisce il gregge, porta ad un cambiamento. Noi non abbiamo neanche più il tempo per pensare, l’esistenza di milioni di persone è seriamente in pericolo. Viviamo e lottiamo ormai come automi, senza niente. Altro che generazione dei tre niente.

«Stiamo per fallire?» chiede Jake. Non è questa la domanda da farsi: «Quella giusta è: chi non fallirà?».

 

 

Si ringrazia per l’editing M. Laura Villani

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Tinos Andronicus

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Massimo P.
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