Nell’uomo è spontanea la tendenza a costituire gruppi, a sentirsene parte e a distinguere il proprio gruppo di appartenenza da quelli di non-appartenenza, garantendo maggiore favoritismo al proprio gruppo o comunità.

Una comunità, infatti, non è altro che un insieme d’individui che condividono lo stesso ambiente fisico e tecnologico, formando così un gruppo riconoscibile, unito da vincoli organizzativi, linguistici, religiosi, economici, ecc. La vita comunitaria implica la condivisione di un sistema di significati, come norme di comportamento, valori, religione, una storia comune e così via. La lingua è in fondo l’elemento più fortemente identificativo degli appartenenti a una comunità. Estremizzando si potrebbe affermare che l’origine atavica delle guerre potrebbe dipendere dalle diversità linguistiche fra i popoli, differenziazione determinata dalla naturale evoluzione del linguaggio umano nel tempo.

In realtà, oltre alle differenze linguistiche e culturali, le motivazioni che ‘giustificano’ una guerra hanno iniziato ad acquisire maggior valore in seguito all’esigenza di definire dei confini territoriali, entro cui un popolo poteva riconoscersi in quanto appartenente a uno stesso gruppo, e quindi ad autodeterminarsi. Ciò con il tempo ha portato alla nascita del cosiddetto sentimento d’identità nazionale.

Con le rivoluzioni del Settecento e dell’Ottocento s’inizia a parlare della nascita di un ‘sentimento nazionale’, che nel corso dell’Ottocento si trasformerà spesso in nazionalismo aggressivo. L’identità europea è una realtà giovane la cui costruzione effettiva dovette aspettare fino a metà Novecento, a ridosso della tragedia tutta europea delle due guerre mondiali.

Due guerre che hanno lasciato un segno indelebile e doloroso nella storia – determinando gli assetti politici ed economici odierni – ma anche nella memoria di molte persone che hanno vissuto quell’immane tragedia.

Il Grammofono

 

Il fenomeno dell’aggressività caratterizza in maniera drammatica il nostro tempo, ma se guardiamo indietro, noteremo che la storia dell’uomo è sostanzialmente una storia di violenza.

Secondo lo storico M. R. Davien:

“Dal 1496 a.C. al 1861 d.C. si sono avuti 227 anni di pace e 3357 anni di guerra, in ragione di 13 anni di guerra per ogni anno di pace. Nei 3 ultimi secoli sono state combattute in Europa ben 286 guerre. Dall’anno 1560 a.C. all’anno 1860 d. C. furono conclusi più di 8000 trattati di pace, destinati a durare per sempre. La loro durata media di validità fu di 2 anni.” 

Si sa inoltre che dal 1820 al 1945, cinquantanove milioni di uomini sono stati uccisi in guerre o altri conflitti mortali, e negli ultimi 45 anni di pace ci sono stati più morti che nell’ultima guerra mondiale.

Basti ricordare le dolorose guerre Jugoslave (1991–1995) durante le quali hanno perso la vita – in particolare nel conflitto in Bosnia-Erzegovina – circa 93.837 persone (cifre documentate ma non definitive).

Diverse le motivazioni che sono alla base di questi conflitti. La più importante è il nazionalismo, le diversità culturali e religiosi delle varie nazioni che componevano la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Altrettanto influenti però sono state le motivazioni economiche.

Ritorno a Sarajevo

 

Questo cortometraggio, dalle caratteristiche quasi amatoriali, acquisisce ancora più forza evocativa e autenticità proprio grazie a questa peculiarità.

L’immagine instabile (tipica della ripresa a mano) a volte sgranata, le zoomate apparentemente ingiustificate, la musica e la scelta del bianco e nero regalano a questo video una maggiore aura di realismo e drammaticità.

La protagonista afferma “Si dice che la religione sia stata la causa di questa guerra… questa come molte altre è stata la guerra dei potenti” e in fine “Pace se lo dici e lo ripeti magari poi si avvera”.

Chissà che la speranza di questa ragazzina si avveri, come quella espressa dai bambini del prossimo cortometraggio.

Casca il mondo casca la terra

 

Nonostante il messaggio di speranza di questo cortometraggio, come dice la canzone Girotondo di De Andrè, purtroppo “la terra è tutta nostra, Marcondiro’ndera – ne faremo una gran giostra, Marcondiro’ndà – Abbiam tutta la terra Marcondiro’ndera – giocheremo a far la guerra, Marcondiro’ndà…”

Di recente ho finito di leggere un libro intenso e drammatico che mi è piaciuto molto, Mille splendidi soli (Hosseini Khaled).

Un romanzo che, oltre a narrare una vicenda straziante, descrive eccellentemente la storia del popolo afghano. Una nazione che da libera è passata all’integralismo islamico anche a causa dell’intervento (per interessi politici ed economici) delle note superpotenze. Poi di nuovo, ‘grazie’ all’intervento di quelle stesse superpotenze (per proprie convenienze), è stata liberata dalla morsa di una dittatura in cui i più elementari diritti umani venivano calpestati e le donne non valevano più di un oggetto.

Allora mi chiedo (vi chiedo): è chiaro che nessuna guerra è giusta perché portatrice di morte (soprattutto di esseri innocenti), ma sarebbe stato meglio che nazioni come queste restassero sotto dittature simili, che, di fatto, non permettono una vita dignitosa, oppure è stato un bene l’intervento esterno, non scevro da violenza e altre convenienze, che possa offrire la speranza di un futuro migliore per questi popoli?

Ma forse la verità, come sostiene Erich Fromm, è che l’uomo si differenzia dagli animali perché assassino; cioé è l’unico primate che uccide e tortura membri della propria specie senza motivo, né biologico né economico, traendone soddisfazione.

 

 

 

 

 

 

2 thoughts on “La guerra giusta

  1. L'articolo è' condivisibile anche se io non credo alla guerra religiosa o etnica ma la guerra è sempre di tipo economico, ovvero conquista o difesa delle risorse proprie o altrui, la religione o l'etnia servono solo a giustificare la guerra e a motivare chi la deve fare. Tra l'altro è bene che le guerre abbiano motivi economici perchè in questo caso alla fine ci si mette d'accordo se diventa troppo distruttiva, quando entrano in gioco i principi allora la guerra può solo essere una guerra di sterminio.
    La guerra giusta per me è una cosa scontata (come la legittima difesa o il diritto della magistratura di imprigionare chi contravviene alle leggi) anche se nel pacifismo militante ha creato degli scontri tra chi, come Alex Langer scelse di chiedere l'intervento militare in Serbia e chi invece sosteneva la necessità del rifiutare ogni intervento militare

    1. Grazie Ettore per l’interessante commento.__Concordo con la tua visione secondo cui se alla base non ci fossero motivi economici probabilmente le guerre sarebbero ancora più lunghe e mostruose.__C’è da dire purtroppo che spesso alcuni ‘potenti’ usano ad hoc i contrasti etnico – culturali, più o meno latenti, di alcuni paesi instabili, per far scoppiare guerre o rivolte al solo scopo di soddisfare propri interessi.__Spesso poi in quest’ambito il problema è che si entra in meccanismi così complessi a volte misteriosi, per cui può risultare difficile venirne a capo e capire esattamente cosa sia più giusto e cosa meno.__In ogni caso non credo che la guerra sia mai giusta e bisognerebbe fare di tutto per evitarla, però forse quando ci sono popolazioni oppresse da dittature, allora in quel caso l’intervento può apparire ‘necessario’, proprio per restituire una vita dignitosa a questi popoli, anche se l’intervento è motivato da interessi di chi si interpone.__

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