di Giuseppe Vera

 

Sala Uno di P.zza di Porta S. Giovanni a Roma, in un clima primaverile di metà febbraio, innaturale. L’appuntamento è alle 18 per l’ultima replica di ‘Una seconda possibilità’. Mi faccio in quattro per raggiungere il teatro, coinvolgendo gli affetti più cari, pur di cogliere l’assurdo ignorato dai media che confezionano per i salotti buoni il dramma dei migranti in fuga verso un mondo ‘migliore’ di quello abbandonato. Volo, quasi, a dispetto dei miei problemi, e la ragazzina del botteghino vuole essere gentile e mi spiega che gli spettatori si dividono in due categorie a ciascuna delle quali viene applicato un costo specifico del biglietto. Mi rendo conto che sono fuori da entrambi i parametri, che tocca a lei decidere, sono “nell’altra possibilità”. Mi guarda interdetta, poi mi dice di sedermi su una delle poltroncine lì, di fronte a lei, vuol prendere tempo prima di staccare i biglietti, saggezza è frenare l’impulso.

Quando raggiungo la sala, occupo una poltroncina in prima fila, appena sollevata rispetto al proscenio. Dietro, la gradinata è così ripida da rappresentare una minaccia per gli attori, trasmette per intero il peso del giudizio di un pubblico non abituato a testi sperimentali, dove la storia è minima e il pensiero può andare in crisi. È brava la Cimmino a fondere i neuroni con la metafora, le sovrapposizioni, le prospettive apparentemente involute, apre scenari audaci, si spinge dove la coscienza si rifiuta di andare, perché scomodo, si rischia l’abisso. E bravi tutti, dal regista, ai tecnici e agli attori a proporre il tema della emigrazione nel momento stesso dell’accoglienza, dove identificazione e voglia di una nuova identità s’intersecano in un assurdo gioco di lotta e resistenza, mentre l’infida tolleranza è in agguato, come deriva dell’umanità. Non può essere ‘normale’ questo teatro, non si rappresenta una bella storia d’amore o una commedia che diverte e distrae… e allora non servono le quinte e gli arredi, la scena è unica, unica e umida come gli umori lasciati dal mare sbattuto sugli scogli. Le quinte sono rovesciate, non servono a definire lo spazio scenico, sono scanni, bianchi come il latte, bianchi e freddi, sui quali si può stare in piedi o allungati, come fa il naufrago che lo spettatore fatica a riconoscere perché le luci attenuano le differenze di colore, son tutti scuri, ognuno nel proprio ruolo e con la propria identità. Asir l’africano è sopravvissuto al naufragio; spronato da Senghor a sradicarsi e rinnovarsi, cerca una nuova identità e la ‘trova’, non importa come, magari per un rimbalzo di stregoneria contro la quale si eleva il muro della scienza. L’analisi è un Processo, non si accetta l’integrazione per furto di identità, si fa ricorso perfino alla medicina e alla psicanalisi, ma non c’è che una soluzione: la Condanna. A nulla serve l’urlo di Asir: io non ho ucciso nessuno… eppure l’inconscio della vedova, in un attimo di distrazione dell’Io, rivela che la morte del marito è la giusta punizione per l’indifferenza manifestata da lui nei suoi confronti.

Un’ora tra le voci e le ombre della coscienza, un pubblico preso dalla denuncia dell’ipocrisia sulla fratellanza e sulla solidarietà, perfino un bambino di tre anni alle mie spalle manifesta il suo disagio con due colpi di tosse. Poi l’applauso finale per la rappresentazione di un mondo che “ci sta franando addosso” (Carmelo Bene).

 

locandina 

 

 

 

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One thought on “Il gioco delle possibilità

  1. Grazie, Giuseppe, per la bellissima recensione, hai colto come sempre aspetti e sfumature del testo/rappresentazione con la tua preziosissima sensibilità. 🙂

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