Ivan Vimercati Solaro - Paesaggio

 

Sento spesso parlare di gente comune soprattutto in TV e sui giornali… Gente che si accalca sulle gradinate delle chiese, o sta in fila per ore oltre le transenne in strada, pur di omaggiare un personaggio che precocemente è volato via; folle oceaniche che prendono parte a eventi eccezionali – chi non ricorda l’addio di Totti – o partecipano a contest, a gare di solidarietà, in cui ricorrono nomi di richiamo. E poi c’è gente che – lontano dai riflettori e dal clamore dei media – accorre a prestare soccorso nei casi più disparati o estremi (calamità e quant’altro). Gente che aiuta altra gente, senza neanche conoscerla. Persone che a volte i media trasformano in veri e propri eroi.

Brava gente senz’altro, non c’è che dire. Ma pur sempre, per la mentalità corrente, gente comune.

Da tempo l’aggettivo comune, se riferito a gente, mi fa storcere il naso; anzi, per essere precisa, mi fa letteralmente ribollire il sangue. Perché l’aggettivo comune, si dà il caso, non significa solo ordinario, uno come tanti, anonimo ma anche mediocre, grossolano, ecc., visto che reca in sé anche accezioni negative, dispregiative. Gente comune implica infatti un confronto con ciò che “comune” non è. E allora ci sono i Vip da una parte, e solo a seguire/sotto la gente comune; chi è importante, famoso o ha un ruolo socialmente riconosciuto, e chi è invece una semplice, anonima pedina, sullo scacchiere della vita. Comune vuol dire che non sei distinguibile, non eccelli, quindi non vali (e per valore, si badi bene, intendo anche in senso monetario). Ne consegue che nella visione generale la gente comune non è altro che un insieme di formiche, in fondo tutte uguali, la cui singola vita o morte non mette in discussione o a repentaglio il Sistema. Anche se proprio la gente comune serve funzionalmente al Sistema, fondandosi esso stesso su – e sancendo di fatto – ogni forma di distinzione e discriminazione.

Eppure c’è qualcosa che mette tutti quanti sullo stesso piano, che annulla la differenza fra gente comune e non. Oltre alle malattie e alla morte, che per fortuna sono democratiche, come abitanti del pianeta Terra siamo tutti sulla stessa barca. Una barca che per colpa nostra rischia presto di affondare. E allora non ci saranno i vip di turno a fare gli sboroni, come saggiamente si esprimerebbe un napoletano, che con la paura del risveglio del Vesuvio da sempre è abituato a convivere. La Natura sta reclamando la superiorità e inalienabilità delle sue leggi alle quali noi umani dobbiamo sottostare, imparando una buona volta a rispettarla. L’uomo, da che mondo è mondo, ha sempre messo se stesso al centro, sacrificando al proprio profitto il rispetto della vita e la sopravvivenza generale.

Così, per salvarci dall’autodistruzione, che in molti modi stiamo agevolando e già sperimentando, è necessario che ognuno faccia la propria parte. Occorre un cambiamento di rotta, ma soprattutto di pensiero: una vera e propria rivoluzione.

Proprio così, una rivoluzione, che riconosca finalmente pieno valore e pari dignità a tutte le creature – indipendentemente dalla specie – che ponga l’uomo non più al centro o al vertice del mondo, semmai a garanzia del suo corretto e armonico sviluppo. Occorre abbattere/capovolgere il termine profitto nell’attuale accezione per dar spazio a una visione del profitto generale, ossia del bene collettivo e non di pochi o di sparuti gruppi, che vada oltre la visione meramente etica o solidale dell’Economia. La Natura può ritornare solo così a essere origine e presupposto del ben(e)ssere comune: non mera risorsa da sfruttare, ma patrimonio da custodire e valorizzare. Perché tutto sul pianeta è ormai strettamente interconnesso (e non solo per la presenzanelle nostre mani della Rete): i destini dell’umanità si intrecciano inevitabilmente alla volontà dell’uomo; non a quella del fato o degli dei.

Dunque rimboccarsi le maniche. Essere artefici della vita o seminatori di morte è – che lo si creda o no – solo nelle nostre mani. Nelle mani di chi detiene il potere come in quelle della gente comune.

Non so voi, ma io da esile e comune formichina un vademecum l’ho già approntato. Il mio personale decalogo del buon umano recita così (per l’occasione non in rima):

  • Scegli il dio che vuoi, ma ricorda di amare comunque la Natura. Il miglior modo di amare anche te stesso.
  • Rispetta la Natura, perché con essa rispetterai chi o cosa l’ha creata.
  • Non fare alla Natura ciò che non vuoi sia fatto a te.
  • Non uccidere e non alterare gli equilibri della Natura per capriccio o autocompiacimento.
  • Non rubare o sfruttare le risorse altrui.
  • Non desiderare l’erba verde del vicino, piantala anche tu.
  • Fai rispettare la creazione ogni giorno della tua vita.
  • Descrivi, trasmetti e celebra in ogni tempo e luogo la bellezza del creato, nelle forme concesse dal tuo talento.
  • Semina bene se vuoi un buon raccolto.
  • Avrai il Paradiso in Terra, se tutti gli altri, insieme a te, lo vorranno.

 

uomo e natura 

Serve forse anche a questo la gente comune. Come me.

 

Pensieri indotti dalla lettura di un libro che consiglio, La Bibbia dell’Ecologia di Roberto Cavallo, Elledici, 2018.
Senza l’ausilio delle sue riflessioni sarei forse meno formica e più cicala.

 

(In copertina: Ivan Vimercati Solaro, Paesaggio)

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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2 thoughts on “Gente comune? E allora?

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