paesaggio natura

 

Abbiamo imparato, chi più chi meno, a orientarci e a dare risposte adeguate alle esigenze materiali primarie – quelle di cui non si può fare a meno – e a quelle secondarie e superflue, che rispondono cioè a un eventuale bisogno accessorio. Eventuale, perché come è noto, spesso i bisogni non sono tali – effettivi – bensì indotti. Tempestati da input provenienti da ogni dove (dai messaggi che arrivano direttamente per posta elettronica, ai suggerimenti e proposte che balzano agli occhi mentre leggiamo/facciamo ricerche online) risulta molto difficile resistere a certe lusinghe. E così, nonostante qualche fregatura da mettere in conto, riusciamo a procurarci il corredo informativo degli oggetti-merci e destreggiarci negli acquisti di ciò che ci fa stare – o pensiamo ci faccia stare – bene, al passo coi tempi e con gli altri, alla moda, in sintonia con le nostre esigenze. Salvo poi accorgerci che in realtà gli oggetti che abbiamo tanto agognato non solo non servono allo scopo, ma terminano la loro vita prima ancora dello scadere dell’annessa garanzia; e non per troppo uso, quanto più spesso per disuso.

Si può mai continuare a indossare una scarpetta con tacco alto e a punta, messa sì e no un paio di volte in tutto, se l’anno seguente l’ovale e il raso terra diventano un must? Come sopravvivere alle critiche di amiche che non escono di casa senza avere consultato il diktat e le aggiornatissime bibbie di blogger, vlogger e/o fashionist di turno?

Addio, scarpetta… Non trovi in giro una sola Cenerentola disposta non dico a usarla ma anche solo calzarla all’esigente piedino… Ancora nuova finisce perciò sepolta viva al fondo di una scarpiera; alla peggio si può tentare, come col vino, di farla invecchiare per riproporla, al momento opportuno, quale cimelio vintage. Meglio se griffata, però. 

Pochi riflettono sul fatto che molti dei nostri acquisti non solo non riservano un reale godimento in sede di fruizione, ma si ottengono tramite la sofferenza di altri esseri: umani (sfruttamento della manodopera, specie minorile, esposizione ad agenti tossici, ecc.) o animali (dalle pellicce ai test condotti in laboratorio, e così via). Schiavi del marketing e delle sue strategie, trovano sempre più spazio quei falsi bisogni autoindotti dall’esterno, che ci spingono all’avere, più che all’essere, a convincerci che la vita altro non è che una corsa a chi possiede di più. Dall’ultimissimo iphone al numero di likes su Facebook.

Come mai siamo così permeabili ai richiami del possesso e incapaci di dare un freno a eccessi di questo tipo, salvo poi dichiararci umanamente solidali ai lavoratori sfruttati, e/o ambientalisti e animalisti convinti? Di fatto, chi alimenta il vortice sfrenato dei consumi volta la testa e le spalle a chi è costretto a subire le ferree regole del Capitalismo. 

Ciò che manca – o si perde via via – è la percezione di quei pochi reali, fondamentali bisogni, di un equivalente tangibile ai concetti astratti di necessario eCarrie Bradshaw sufficiente, ovvero di una “cultura del limite”. Parola evidentemente ignota, per fare un esempio calzante, alla Carrie Bradshaw di Sex & The City, la cui cabina armadio dovrebbe essere grande quanto un salotto per contenere le sue sole scarpe. 

L’assenza di un limite – ovvero la percezione che esista un limite da rispettare – non affligge l’aspetto puramente materiale della nostra esistenza: minaccia anche le sue fondamenta. Come spiegare altrimenti, per esempio, l’orrenda escalation di femminicidi che non darà mai tregua fino a che non si vada oltre il semplice epifenomeno, evidenziando le cause che si trovano a monte? Personalmente ritengo che gran parte di questi decessi (ed eccessi) derivi dalla crisi che da decenni coinvolge l’idea stessa di coppia – almeno per come è comunemente intesa nel mondo occidentale. Qui l’idea di possesso si trasferisce sull’essere umano donna, quasi si trattasse di un oggetto o bene personale – una merce non di scambio stavolta; e che, al pari di una proprietà, non le sia consentito decidere autonomamente come e dove orientare la propria esistenza. Decisamente insopportabile, oltre ogni limite…

Senza addentrarci ora in territori e argomenti che richiederebbero ben più di un articolo, investendo molteplici piani (psicologico, sociologico, economico ed etico, in primis), concluderei dicendo che c’è – appunto – un limite a tutto. Anche ai miei voli pindarici…

Dirò però, a mia discolpa, che l’occasione fa l’uomo ladro, anche se nel mio caso lo rende pure avvocato del diavolo… La colpa è tutta di Roberto Cavallo e della sua recentissima Bibbia

Puoi mai stuzzicare l’ecologista che dorme (in me)? No, era il cane.
Ok, allora l’animalista. Al quale si sono affacciati alcuni quesiti. Da un milione di dollari.

 

Per (s)chiarirmi le idee e provare a rispondere ad alcune delle tante domande scaturite dalla frequentazione de La Bibbia dell’Ecologia ho pensato di rivolgermi direttamente al suo ideatore.
Senza la pretesa di una vera e propria intervista, quanto con l’occhio critico e disincantato dello scrittore votato all’horror/distopico, ho tentato volutamente di metterlo in difficoltà. Mission impossible, mi sa.

 

Sento spesso ripetere che un mondo perfetto, quello che oggi per noi è una totale astrazione, sarebbe alla fine una scocciatura… Da ecologista, qual è la tua opinione?

La perfezione non esiste, sia in senso fisico, dal momento che tutto tende all’entropia, che in senso metafisico: “la perfezione non è di questo mondo”. Mi piace però pensare che ci sia un giusto equilibrio in cui la tendenza all’ordine sia semplicemente dettata dal rispetto e dall’equilibrio. Allora quel perfetto che hai giustamente scritto in corsivo è qualcosa di perseguibile. Che poi sia una scocciatura va da sé è insita nella resistenza al cambiamento, ma sarebbe come dire che è una scocciatura andare in montagna perché si va in salita contro la gravità o una scocciatura nuotare perché c’è la resistenza dell’acqua: non sono forse le cose che offrono un po’ di resistenza a farci apprezzare di più i risultati?

 

Credi davvero che siano possibili un pianeta e un mondo migliori, ovvero credi nell’intelligenza e bontà dell’essere umano?

Sì. Penso che sarà così. Il buon senso avrà la meglio.

 

Come esseri umani, e ancor prima come Animali, non dovremmo avere un sano istinto di conservazione, dunque anche nei confronti dell’habitat che ci nutre? Sembra invece che facciamo di tutto per autodistruggerci. La nostra è stupidità o cattiveria?

C’è una tendenza all’individualismo che, essendo contro la natura di animale sociale quale è l’Homo sapiens, ci porta a non considerare adeguatamente ciò che ci circonda, ovvero l’ambiente, quello naturale prima di tutto. Ma proprio perché ad un certo punto della curva biotica è proprio l’istinto di sopravvivenza e di conservazione a prendere il sopravvento. Credo dunque sia ignoranza quella che ci porta a commettere errori oggi, la cattiveria richiederebbe una consapevolezza che paradossalmente sarebbe più facile da gestire.

ascoltare la natura 

Ho sempre pensato che la Natura ci parli in modo chiaro e diretto. Eppure, nonostante l’evolversi della Conoscenza e della Comunicazione, sembra proprio che oggi Natura e Uomo parlino due lingue diverse. Si è incrinato o spezzato questo legame? 

Sì. La natura dialoga, ma perché il dialogo funzioni occorre ascolto e l’uomo oggi ha creato un rumore di fondo così alto che l’ascolto è sempre più difficile.
Come fare a capire se sta piovendo molto o no, quando l’acqua appena caduta non ruscella più nei campi, ma sparisce rapida sull’asfalto e nei tombini?
Come fare a capire quando un fiume cerca spazi quando lo abbiamo imbrigliato in casse di cemento?
Come fare a sentire il canto degli uccelli o il gracchiare delle rane o il frinire dei grilli o lo ziliare delle cavallette se sono sommersi dai clacson o dalle TV?
In pratica la Natura manda messaggi che fanno sempre più fatica a raggiungere l’uomo, inteso come target, e l’uomo quindi, a sua volta, secondo il modello teorico del processo di comunicazione, ha perso la capacità di elaborare feedback adeguati.

 

Rispetto alla tua Bibbia, hai qualche altro suggerimento o consiglio per interlocutori quali il WWF, il MIUR, i dirigenti scolastici, i genitori?

Più che suggerimenti mi piacerebbe intavolare un dialogo. Se dovessero leggere il libro mi piacerebbe mi dicessero cosa ne pensano, cosa li convince e cosa no. In generale penso semplicemente che ciascuno di noi può fare qualcosa indipendentemente dal ruolo che ricopre. Dobbiamo riscoprire l’importanza dei gesti individuali, dell’esempio che possiamo portare.

 

Se potessi parlare o rivolgere un appello alle ecomafie (nazionali e internazionali), quali argomenti useresti? 

Credo che farei fatica. Non sono così coraggioso. Forse farei loro delle domande più che dire loro delle cose, per cercare di capire, almeno capire, certo non comprendere, quali possano essere le ragioni di tanto male.

 

Come difendersi se si vive in una delle tante “Terre dei fuochi”? 

Innanzitutto non bisogna perdere la speranza. Mi è capitato di passare qualche giorno in una delle tante, troppe, “terre dei fuochi”, in Italia e nel mondo, e la prima sensazione che ti prende è quella di disperazione e chi ci vive si sente lasciato solo da tutti. Dobbiamo essere un tutt’uno perché quelle terre sono di tutti e l’inquinamento non conosce confini né geografici né amministrativi né politici!

Per questo occorre continuare a denunciare e ad avere il coraggio di chiedere aiuto. Sì perché per chiedere aiuto occorre coraggio!

 

Per converso, esiste a tuo avviso il “biologico puro”, e può dare un reale vantaggio a chi si alimenta così? 

Esiste fortunatamente in tante parti del mondo, ma attenzione a non confondere il naturale con il benessere. La natura stessa ci offre le molecole per stare meglio, per allungare la nostra vita sana. Dalla Natura viene la morte e viene la vita. Un frutto marcescente può contenere spore letali e elementi biochimici che ci proteggono. È nella quantità il vero vantaggio. I prodotti chimici di sintesi utilizzati in eccesso sulle colture non sono utilizzati per proteggerle e fornire un prodotto sano, ma per farle produrre sempre di più, per un mondo che consuma sempre di più, perché spreca sempre di più. Dobbiamo uscire da questa spirale. Allora nuovi modelli produttivi ci aiuteranno a vivere meglio.

 

È il Capitalismo a generare il peggiore dei mondi possibili? Esiste concretamente la possibilità di un Sistema che dia garanzie di ricchezza, benessere e felicità per tutti? 

Non so sia il capitalismo. Come ogni modello economico ci sono cose positive e cose negative. Come sempre è l’eccesso di un modello a creare squilibri. Occorre ricostruire una cultura del limite.

 

“C’era una volta…” Come continua la tua favoletta per i bambini di oggi e domani? 

“… e ci sarà ancora domani, un pianeta nel quale l’uomo vive in armonia con sé stesso e con ciò che gli sta intorno…”

  

Ci saremo anche noi, per allora?
Forse. Sempre che non intervenga un’Apocalisse. Zombie.
O che si finisca tutti nell’organico.

Non ci siamo già?

 
organico

 

 

Gamy Moore
Follow me

Gamy Moore

Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
Gamy Moore
Follow me

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.