Si può vivere col cuore perennemente in inverno?

 

A questa domanda risponde alla francese un film di Claude Sautet solo apparentemente datato, in realtà attualissimo se si pensa che oggi per lo più si vive (o sopravvive) attraverso la mediazione di filtri e sagome che mantengono salda la distanza fra umani.

Nel film non ha importanza la domanda esistenziale chi siamo, dove andiamo, ma come interagiamo.

La trama prende corpo attorno al classico triangolo, due uomini e una bella donna, una figura geometrica che ha conosciuto in sceneggiatura ogni possibile variazione.

Solo che qui c’è un personaggio di troppo, un quarto interprete essenziale, vale a dire la Musica prodotta da un violino che appare più corposo e corporeo di un corpo umano. È l’anima di chi lo anima a dargli voce, certo, ma non si tratta di un mero oggetto, è invece probabilmente, in questo entourage, l’unico oggetto del desiderio.

Il violino accompagna e distingue 3 esistenze, quella di Stéphane, che li assembla e restaura, quella di Maxime, che li commercia, quella infine di Camille che ne tira fuori il meglio, in quanto musicista.

Ciascuno a suo modo fa il miglior uso dell’oggetto, ma esso resta nel contempo il solo interlocutore privilegiato, il rifugio da una solitudine esistenziale di cui non si è che in parte consapevoli.

 

Credono di essere amici, invece sono solo soci, Maxime e Stéphane, anche se sul lavoro non hanno neanche bisogno di parole, data la loro estrema consuetudine.

Hanno conoscenze in comune, specie nell’ambito artistico, e si ritrovano talvolta in reciproca compagnia. Sembra cioè esistere un’armonia che è invece soltanto un ordine precostituito, un’organizzazione delle cose che di colpo viene meno a causa di Camille, che entra nella vita di Maxime, si astrae per poco per poi riconfluire, facendo emergere però crepe e falle che a tratti sembrano voler condurre ad un naufragio.

Invece tutti restano a galla, dopo aver ingoiato acqua anche salata.

Stéphane fa poco o nulla, realmente, per sedurla: tesse una rete prestando ascolto alla sua musica, alleggerendo la sua ansia da prestazione, dando conferma della sua presenza, lui che è invece un maestro dell’assenza, dell’incapacità di esserci.

In fondo è lei che amplifica il potere di seduzione di Stéphane, costruisce una visione dell’uomo che non combacia con l’originale. Questo perché l’originale stesso si sottrae abilmente ad ogni caratterizzazione o identificazione.

E quando l’originale mostra di non voler abbandonarsi a quella rete che lui stesso ha intessuto, e si ritira, fiocca la reazione della donna, abbattuta, umiliata nell’amore e nell’orgoglio, e perfino il suo amante tradito la consola, prendendosi un’amara rivincita – ahimè solo corporale – sull’amico/rivale.

S’inserisce il tempo e i cocci si ricompongono, la bruciatura passa per Camille che torna con Maxime; la sua fiamma ha bruciato, senza realmente riscaldare il cuore di Stéphane, che è rimasto lo stesso, anche se nel frattempo ha lasciato la vecchia attività e aperto una nuova: ma i tempi e i modi sono gli stessi, sembra che niente è cambiato.

Perfino la stima di Maxime non viene meno.

Ma che ne è di Stéphane? Qualcosa è cambiato in lui, in quell’ultima scena in cui assiste, da attore e non più da mero spettatore, al dispiegarsi della sua solitudine?

L’uomo che non ha mai forse amato, che ha paura di amare, perché amare è anche soffrire e far soffrire, e che a questo inferno da sempre deliberatamente si sottrae, ha intravisto che forse anche un paradiso ci può essere. Non sarà il giardino dell’eden, ma varrebbe la pena provarci.

Si parlano due lingue diverse, e spesso non ci si capisce, si litiga, si urla ponendosi l’un contro l’altro armati, come le coppie che Stéphane addita o spia nei suoi giorni sempre uguali.

Eppure di questo incontro-scontro non si può fare a meno. Perché l’amore, comunque inteso, è ciò che dà calore all’esistenza, la nutre di ideali, di prospettive, di speranza.

 

Forse non esiste l’Amore perfetto, semplicemente l’amore, ma il gioco vale sempre la candela.


httpv://www.youtube.com/watch?v=uj7joFB42U8


httpv://www.youtube.com/watch?v=20CxzzwBMs4&feature=related

 

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Un cuore in inverno, Francia, 1992, regia di Claude Sautet

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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4 thoughts on “Un lungo, inesorabile inverno

  1. questo film mi ha smosso nel profondo quando lo vidi ma non avrei mai trovato parole piú appropriate per raccontarlo come tu hai saputo fare! grazie!

  2. Sì, l’amore non è mai perfetto… per questo si cerca di perfezionarlo vivendolo, o sfuggendogli, o negandolo.
    Per quanto riguarda questo film, un cast eccezionale a partire da Daniel Auteuil, amo molto questo attore e consiglio di vederlo ne “L’Avversario” di Nicole Garcia ma anche in ruoli più “leggeri” come “Il mio migliore amico” di Patrice Leconte. Ma anche in “Niente da nascondere” di Michael Haneke.

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