“La raccolta non è andata in putrefazione?
Strano, con tutte le schifezze (materia organica) che ci abbiamo messo dentro…
Chi si offre di vedere se è al dente?”

(G.M.)

 

Marzo-maggio 2009

Un’esperienza irripetibile (per le esalazioni) fa la sua comparsa sul web, per meglio dire su Facebook, e si coagula nell’ormai mitico concorso – per aspiranti scrittori – denominato Scatarranti.

Scatarranti – o Scacazzanti, secondo la definizione del buon Raffaele Abbate – sono sia i personaggi di fantasia cui dare corpo che coloro che vi partecipano, in un calderone dove tutto fa brodo, aperto, nei limiti della decenza, a grandi (si fa per dire) e piccini (mai minorenni).

Il tono, potete immaginarlo.

Le credenziali fanno ben sperare, illustri nomi appaiono stendardo dell’iniziativa.
Tutto fumo, e dei peggiori.

Quegli stessi responsabili o amministratori confluiranno nell’esperienza, assai più ardita, di LetterMagazine.
Già, perché se siamo ancora qui, si deve ahimè proprio a Scatarranti.

Vi si iscrivono in pochi, per general fortuna.
La corazzata è infatti composta da 31 membri (gli amici degli amici, un nugolo di parenti) alcuni deceduti già durante la navigazione.

Sembra una cosa seria, c’è un tema da sviluppare sotto forma di racconto, un limite di battute, una giuria, perfino un premio e l’ipotesi di derivarne un’antologia.

Un raduno di squinternati, la peggior materia del web, lette le note e le modalità, penne in pugno si arrischia e partorisce (espelle, sarebbe più corretto) una rosa di racconti.
Uno peggiore dell’altro, ma tutti indubbiamente meritevoli del premio Activia (500 vasetti di yogurt) e dei numerosi premi di consolazione.

Giurati corrotti e corruttibili, commentatori osceni, frizzi e lazzi.
Difficile restare a galla, tenendosi la pancia dal gran ridere.

Restano a imperitura memoria su Facebook le gesta di questi moderni eroi del water closet, sopravvissuti a se stessi.

Un assaggio?

 

La vendetta del boss di Galatina


– Hai fatto come ti ho chiesto, Peppì?
– Gnorsì, Vossia, come sempre.

——-

Il Commissario Castaldi, 65 anni suonati, lesse frettolosamente il ritaglio di giornale alloggiato sulla scrivania.
“Colto da malore, dopo lunga malattia, scompare a novantun anni il boss di Galatina. Agli arresti domiciliari per ragioni di età, Devoto Pio Latronico lascia dietro di sé una scia di sangue.”

Manco ebbe il tempo di finirlo che il telefono prese a squillare sulla sua scrivania disordinata.
Nello stesso istante, con precisione diabolica, si affacciò l’ispettore Di Stefano.
Castaldi aveva già pronta la risposta.
– Di’ che non ci sono per nessuno.
– Sì lo so, Commissario… ma c’è la vedova sulla 4.
La tua… pensò con desiderio Castaldi.
– Vuole assolutamente parlare con lei… manco la messa gli fanno fare… dice che lo devono chiudere subito al marito… puzza a cane morto.
Certo non poteva essere una viola… Il Commissario lo guardò di sbieco.
– Dille di darmi un’ora, solo un’ora. Voglio vederci chiaro… anzi, sentirci…
Chiusa la porta, il Commissario Castaldi scoffolò sulla sedia.
Ci mancherebbe che proprio adesso quel vecchio rimbambito me la fa sotto al naso…

Rigido come uno stoccafisso, come si conviene a un morto, Devoto Pio Latronico emanava un fetore inenarrabile, già ben prima della soglia. Questo spiegava la marea di fazzoletti intorno al catafalco. Compresi gli addetti alle onoranze.
Nessuno sembrava respirare, tutti compatti in apnea, quasi cianotici. Trenta secondi e si davano il cambio, correndo fuori per la boccata d’aria. Perfino il prete era rimasto all’esterno, il naso incollato all’incensiere.
Subito la moglie gli venne incontro.

– Commissà, lo vede anche lei… qua l’aria è amara…
In effetti non era il caso di ritardare oltre la chiusura della bara.
Il Commissario osservò il morto, gli parve morto, e fece cenno agli addetti perché lo sigillassero.
Quindi si avviò all’esterno. All’aria riprese un po’ di colorito.

Cos’è che l’ha strappato a noi mortali? stava per dire.
– Eh, Commissà, non voglio dire, ma avrà sofferto assai quel pover’uomo…
Castaldi la guardò interlocutorio. Lei gli bloccò un braccio.
– Non dovrei dirlo… c’avea la prostata!
– Ce l’avrei anch’io – sussurrò timidamente lui.
– Ma no, che dice Commissà… lei è un giovanotto… lui ce l’aveva “assai”… (fissandolo dritto negli occhi) non funzionava più… E allora? Fagiolata e cicerchie.
Castaldi rimase in attesa. Lei prese coraggio e continuò.

– Voi non sapete le malelingue!… che gli hanno detto addosso!… per questo lui sparava…
– Voleva vendicarsi della gente?
– No, Commissà, che ha capito… per questo lui sparava in aria, almeno ogni quarto d’ora… ora sparerà in paradiso, ma là c’è spazio…
Castaldi fece finta di capire.

Uno strano lamento attirò la sua attenzione. Sembrava provenire dalla casa.
Castaldi si girò in direzione del suono. Vide una sagoma scura piroettare e stagliarsi su un ramo.
– Cos’è quell’uccello laggiù? – chiese.
– E’ un incrocio fra un’upupa e un’otarda… viene da un paese lontano… Armenia… me l’hanno regalato i miei cugini.
Il Commissario si avvicinò per osservarlo. L’uccello ne parve infastidito, e prese col becco a lustrarsi la parte posteriore, già lucida e oleosa. In quel momento il suo naso avvertì uno strano odore, ma vedendo il catafalco superare la soglia non si sorprese.
La puzza pure chiuso si sente.

– Se permettete, Commissà, ora noi dobbiamo prepararci.
– Certo, signora… Allora, – porgendole la mano – condoglianze.
Il Commissario si avviò per il vialetto, e scomparve oltre l’angolo.
Lì Castaldi si fermò, interdetto. C’era qualcosa che non tornava, ma le narici erano troppo impregnate del puzzo di poc’anzi. Tornare sui suoi passi non era consigliabile.

Stette a osservare donna Pasquina spalancare le finestre della casa, alcuni conoscenti allontanarsi, insomma nulla di strano. Vide arrivare da lontano il carro funebre trainato da cavalli bardati, come era costume per un boss nel suo viaggio verso il cimitero. Il corteo avrebbe percorso i viali cittadini a passo d’uomo per ricevere l’omaggio del paese e così congedarsi dal mondo.

 

Castaldi vide il luogotenente del boss, Peppino Indelicato, distribuire pacche e zuccherini ai cavalli, prendere posto insieme al cocchiere, quindi partire alla volta del vialone, mentre parenti e amici si aggiungevano man mano al corteo funebre. Ci mancava solo la banda, pensò il Commissario, seguendo in lontananza a bordo di una vecchia Alfa.

Dalle finestre e dai balconi la gente occhieggiava e faceva scongiuri e segnacci con le dita; qualcuno non si limitò e versò pure qualche sputo. Si sapeva che Devoto Pio non era stato un santo, e che di malefatte ne aveva sulla groppa tali e tante da riempirci una stalla… ma in vita sua nessuno aveva osato affrontarlo o sfidarlo mentre esigeva le tasse (come dicevan qui, anziché “pizzo”), o quando faceva rapire e violentare le figlie a quelli che non pagavano… Finalmente se ne era andato a donachille, fuori dalla grazia di Dio.

Pian piano presero coraggio, ed uno ad uno si stiparono sui balconi, sugli usci delle case, fuori dai negozi e le botteghe, tutti fuori, compatti… e giù! partirono gli sputi.
Il corteo si riparò alla bene e meglio, facendosi scudo con gli ombrelli.

Un rumore improvviso li bloccò. Tutti guardarono all’insù.
Un biposto si stagliava in cielo. Volteggiò lasciando scie biancastre dietro sé.
Il suo rombo era simile ad un ghigno, e quel ghigno Castaldi l’aveva già sentito.
Poi scomparve.

Non ci vedo chiaro, – si disse il Commissario, – a me mi puzza.

Non fece in tempo a dirlo che si udì un boato nella strada ormai gremita. Esplose dalla bara una sorta di petardo che stagliandosi nel cielo cristallino lo trasformò in una cappa di inchiostro putrescente, ricadente a fiotti su tutti e su ciascuno.
I cavalli spaventati presero la fuga dimenando le anche e spargendo cacca e urina a destra e a manca. Anche l’auto del Commissario non fu risparmiata e per un soffio quegli immondi liquidi corporei non gli arrivaron dritti sulla faccia. Mai si era vista una simile schifezza in un paese civile.
Giorni e giorni per spalar la merda che aveva insozzato le strade, una melma vischiosa e nauseabonda che neanche cento lavature ti levava di dosso.

Analizzato un campione riversatosi dal cielo, si riseppe trattarsi dell’escreto d’uropigio di un uccello originario dell’Armenia, sconosciuto ai più, ma mai e poi mai dimenticato.

 

 

 

 

(Gamy Moore)


 

 

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Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.
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