Quando Dante nel 1302 fu esiliato a cagione della sua opposizione al Papa Bonifacio VIII dovette inventarsi un mestiere.

E l’unica cosa che sapeva fare era scrivere.

In quegli anni continuò a completare la Commedia, ma come ben si sa e come tutti i giorni le urlava la moglie Caterina: “Con la poesia non mangiamo, al mercato non posso mica pagare con Tanto gentile e tanto onesta pare, i mercanti vogliono moneta sonante”.

Durante l’esilio, Dante era ospite di diverse corti e famiglie della Romagna, fra cui gli Ordelaffi, signori ghibellini di Forlì, che lo apprezzavano come poeta, ma per sganciare qualche moneta volevano ben altro che la lettura del Vulgari Eloquentia o delle terzine della Divina Commedia.

Durante i banchetti simili letture avrebbero annoiato gli ospiti.
 Il nostro, pensa che ti ripensa, decide di fare il menestrello nelle feste e si  fa chiamare Durante, quel nome gli avrebbe dato molta più importanza che Dante.

I signori ghibellini della Romagna amavano la vita gaudente, si circondavano di pulzelle di poca virtù ed avrebbero apprezzato quelle composizioni di taverna che il nostro amava scrivere con i suoi amici di bagordi Guido, Lapo e Gianni, quando nelle bettole di Firenze facevano mattina.

Il repertorio degli spettacoli di Durante è andato completamente perso anche a causa della furia bigotta dei critici guelfi.

Gli studi di Alois Von Kazzemberger Sturm und Drank und Drunk und Kraffen hanno permesso di recuperare alcuni frammenti.

Questi frammenti che il nostro, riciclando episodi della Commedia, sembra aver recitato nel corso della festa che gli Ordelaffi diedero quando l’imperatore Enrico VII di Lussemburgo scese in Italia, ci danno una immagine del Sommo Poeta che tanto sommo non è.

L’episodio di Paolo e Francesca (monologo):

O tu ficcanaso nasuto e maligno

che vagolando vai insieme a sto diverso

ti vedo, mi fai pena e repente sogghigno

Ti frulla nella mente un pensiero perverso,

di certo a lui il tuo corpo soggiace,

perché nel vizio da sempre sei immerso.

Di quel che vedere e toccare ti piace,

favente ti donerò le pie pudende,

le mie cosce e tutto il mio corpo procace.

Mi siedo a terra ai desideri tui

tutto il mio corpo accondiscende

e per ore in pieno orgasmo fui.

Amor, ch’al cul gentil il cazzo appende,

mi prese costui nella bella chiappona

ed ancor per ore in inculate stupende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese per costui piacer sì forte,

tanto che lui pompa ancora nella figona.

Amor urla: non chiuder in cassaforte

quel che non piace a tante gattemorte

eterna scopata sia questa la bella sorte.

Quand’ io compresi quelle parole intense,

china’ il viso, e mi guardai giù in basso,

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Ed allor io risposi e cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

sento io e per questo meno e tiro il casso!».

Poi rivolto a la figona parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi sospiri

m’arrapan tanto e non son più tristo e pio.

Ma dimmi: tali scopate con il contagiri,

quando e come iniziaste senza alcun pudore

così intense da far venire i capogiri ?

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ora che non chiavo più e ben lo sa il tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che fotte e dice.

Noi scopavamo un giorno nudi sopra al letto

e di Gianciotto intanto il cul si strinse;

perché solo lui volea scopar con me con gran diletto.

Per più fïate con gli occhi lui ci spinse

e quando un dì di lui non vedemmo il viso;

la feroce passione presto ci avvinse.

E quando giungemmo nel disïato paradiso

ci avvedemmo che il bieco non era distante,

ed il bieco allor snudò il suo spadon inviso,

la fica mi affettò tutto tremante.

e sul porton l’osel di Paolo affisse.

E da quel giorno più non scopammo avante».

GIANCIOTTO MALATESTA (DIALOGO)

Dante: O tu che vai per l’aere sperso…

Gianciotto: Anche tu con questi versi… e basta sono stufo di versi, vuoi sapere chi sono? Sono Gianciotto, sì quel Gianciotto lì, il marito di Francesca ed il fratello di Paolo.

Dante: Scusami, ma con un nome come il tuo eri predestinato alle corna, almeno quattro corna per lato. Colpa di tuo padre: un figlio, il secondogenito, lo chiama Paolo, bello, alto, biondo; a te, il primogenito piccolo e con la gobba, ti chiama con ‘sto nome da scemo e per giunta ti fa sposare con una figona di fuoco. Cazzo è chiaro che…

Gianciotto: “E’ chiaro che cosa? Qui il punto è un altro: sono tutti… contro di me. Considera solo questo: i due fedifraghi nel vento… io… in basso in Caina al freddo. Ti sembra giusto?”

Dante: “Scusa ma cosa volevi che succedesse?”

Gianciotto: “E che cazzo almeno le attenuanti… Poi delitto d’onore fu! Per giunta a quella bottana di Francesca e a quel mangiapane a ufo di Paolino… incapace di fare un cazzo, dedicano poesie e poemi e a me nulla… Solo l’oblio o tu che te ne esci con il nome ridicolo e mi prendi per il culo. Mica è giusto!”

Dante: “Che Paolo fosse un incapace si fa per dire! Le sue capacità le aveva”.

Gianciotto: “Buono solo a scopare”.

Dante: E ti par poco?

Gianciotto: “Uno stallone, il catenaccio all’uccello ci dovevo mettere, ha ingravidato centinaia di servette e contadine. Mi è costato una cifra per i bastardi ma almeno fosse stato buono… no!!!”

Dante: Scusa, ma se si amavano alla follia…

Gianciotto: Ma cosa dici? La storia del poema che non andaron innanze è una cazzata. Che volevano leggere se erano analfabeti tutti e due. Paolo leggere? Ma fammi il piacere! Quello a stento faceva la firma. L’unica cosa che sapeva usare era l’uccello ed anche male: lo chiamavano Paolo il veloce. Quale libro poi! Solo una cazzata pubblicitaria tua per farti bello. Francesca te la raccomando, si dava l’aria di gran dama e fingeva di leggere i poemi, ma solo per acchiappare i poeti, insomma una zoccola mondiale…

Grazie a questi spettacoli il nostro fece la bella vita durante l’esilio.

 

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