La mattina del 27 luglio 1970 dopo 12 ore di treno arrivo a Trento, alle sei e mezza del mattino.

La settimana prima, mio malgrado, mentre ero a Roma a fare una sorta di corso di primo inserimento, Don Peppino è venuto a Trento in avanscoperta.

Non gli è parso vero, anche perché il treno non lo paga, come ex ferroviere ha il permanente.

Comunque sia, mi ha trovato una sistemazione provvisoria in un albergo-pensione a mezza stella, vicinissimo all’INPS.

“Così la mattina non fai tardi”: conosce il suo pollo Don Peppino.

Dalla stazione anche essa molto vicina, arrivo in pochi minuti alla mia nuova residenza, una veloce doccia, fredda, la calda non andava, bisognava accendere il boiler a gas, ma la sera prima.

Vestito inappuntabile di lino azzurro, camicia blu scuro, cravatta in tinta, feci quasi di corsa i venti metri che mi separavano dall’INPS.

Sono le 7,45: la porta d’ingresso degli impiegati è chiusa, quella del pubblico anche, c’è un cartello che indica orario di apertura 8,15.

Cerco di farmi aprire, ma dall’interno, con un’aria di silenzioso rimprovero un usciere-portinaio dal fisico di generale austro-ungarico, con divisa nera, cravatta rosso sangue di bue e le mostrine dorate con il logo INPS in corsivo, attaccate al bavero della giacca, mi fa cenno di no, mostrando l’ingresso del pubblico.

Entro insieme al pubblico e mi presento al portinaio di prima che, dopo aver letto il mio nome su un foglio e dopo aver detto: “doveva entrare entro le 7,30”, mi accompagna al IV piano, nell’anticamera della direzione, dove sono già in attesa gli altri due nuovi assunti.

E’ il primo giorno di lavoro e sono arrivato tardi e che cazzo, mica immaginavo che alle 7,31 toglievano il foglio di presenza.

Gli altri due colleghi sono in attesa di essere ricevuti dal direttore.

Il lecchino salernitano FR con aria ghignante: “Ma perché non sei arrivato ieri sera, te l’avevo anche detto a Roma” e parla con tono di voce abbastanza alto da farsi sentire in giro.

LC, il silenzioso leccese, non mi degna di uno sguardo e continua a leggere il Corriere della Sera.

Dopo dieci minuti siamo ammessi all’augusta presenza del direttore.

Ci aspetta seduto dietro un’alta scrivania, con un cenno impercettibile della grassoccia mano ci fa cenno di prendere posto sulle tre sedie poste davanti alla scrivania.

E’ alto, anzi è basso, meno di un metro e sessanta, difatti mi accorgo che, seduto nell’alta poltrona dirigenziale, non tocca con i piedi a terra. È come un bambino seduto su di un grosso seggiolone.

Appena prendiamo posto, comincia a parlare.

Ha una voce chioccia, rauca dal fumo di puzzolenti Esportazioni con il filtro, c’ è un portacenere ricolmo di mozziconi e di lato due pacchetti, entrambi aperti.

Tutto tronfio inizia il predicozzo di richiamo al dovere, di rispetto delle regole, di consapevolezza del ruolo, di non familiarizzare con il resto del personale, di mantenere un comportamento specchiato, di osservare e riferire a lui o alla segretaria tutto ciò che è fuori dalle regole.

Dal fondo della stanza silenziosa la segretaria, un donnone grande e grosso con i capelli grigi con un taglio quasi militaresco, annuisce in silenzio.

Il lecchino FR annuisce vistosamente anche il silenzioso leccese, stavolta non distratto dalla lettura del Corriere, annuisce, anche se meno vistosamente.

Io ascolto in silenzio e mi guardo intorno.

La stanza è arredata con mobili scuri simil-savonarola, alle pareti delle croste finto ottocento con panorami classicheggianti. Sulla parete dietro la scrivania una collezione completa di calendari dei Carabinieri.

Ecco, ci mancava solo avere come capo un ex della Benemerita.

Allora non avevo buoni rapporti con l’arma.

Beh, il perché… è un’altra storia.

Il pistolotto è abbastanza lungo, il direttore è di quelli che quando cominciano a parlare non sanno come finire il discorso.

Solo un cenno della efficiente segretaria lo ferma.

Subito dopo la cerimonia del giuramento…

Eh sì, allora si giurava fedeltà alla Repubblica et cetera et cetera.

Poi ci manda via verso gli uffici dove siamo stati assegnati…

Mentre sto per uscire, con la solita vocetta rauca: “Dottor Abbate mi raccomando, il mattino metta la sveglia prima, sappia che ci tengo a che si rispetti l’ora di entrata. Si entra al massimo alle 7,30 e stamani è arrivato in ritardo, io sono informato di tutto”.

Ma a che ora da cacciatori iniziano a lavorare ‘sti maledetti spioni!

La sera tornai in albergo e mi misi a rileggere Alice nel paese delle meraviglie che avevo portato nella valigia e guarda caso trovai un frammento che descriveva perfettamente quel momento della mia vita:

Alice si avvicinò timidamente alla porta e picchiò.

– È inutile picchiare, – disse il valletto, – e questo per due ragioni. La prima perché io sto dalla stessa parte della porta dove tu stai, la seconda perché di dentro si sta facendo tanto fracasso, che non sentirebbe nessuno. – E davvero si sentiva un gran fracasso di dentro, un guaire e uno starnutire continui, e di tempo in tempo un gran scroscio, come se un piatto o una caldaia andasse in pezzi.

– Per piacere, – domandò Alice, – che ho da fare per entrare?

– Il tuo picchiare avrebbe un significato, – continuò il valletto senza badarle, – se la porta fosse fra noi due. Per esempio se tu fossi dentro, e picchiassi, io potrei farti uscire, capisci.

E parlando continuava a guardare il cielo, il che ad Alice pareva un atto da maleducato. «Ma forse non può farne a meno, – disse fra sé – ha gli occhi quasi sull’orlo della fronte! Potrebbe però rispondere a qualche domanda…» – Come fare per entrare? – disse Alice ad alta voce.

– Io me ne starò qui, – osservò il valletto, – fino a domani…

In quell’istante la porta si aprì, e un gran piatto volò verso la testa del valletto, gli sfiorò il naso e si ruppe in cento pezzi contro un albero più oltre.

-…forse fino a poidomani, – continuò il valletto come se nulla fosse accaduto.

– Come debbo fare per entrare? – gridò Alice più forte.

– Devi entrare? – rispose il valletto. – Si tratta di questo principalmente, sai.

Senza dubbio, ma Alice non voleva sentirlo dire. «È spaventoso, – mormorò fra sé, – il modo con cui discutono queste bestie. Mi farebbero diventar matta!»

Il valletto colse l’occasione per ripetere l’osservazione con qualche variante: – io me ne starò seduto qui per giorni e giorni.

– Ma io che debbo fare? – domandò Alice.

– Quel che ti pare e piace, – rispose il valletto, e si mise a fischiare.

È inutile discutere con lui, – disse Alice disperata: – è un perfetto imbecille! –

E ci ho vissuto 33 anni in quel mondo assurdo, novello Alice.

Ringrazio per l’editing Maria Laura Villani

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