31 dicembre 1970

Quattro del mattino, papà si è risvegliato dall’anestesia, mi ha fatto un cenno, mi ha visto dal vetro della rianimazione, almeno credo. Ha mosso la mano destra. Salvatore l’infermiere, con la mascherina di traverso, gli sistema l’ago nella vena del braccio sinistro e mi fa un cenno d’intesa.

Esce: “Va bene e per stanotte non credo che serva sangue, te ne puoi andare”.

“Aspetto che faccia giorno e che puliscano le strade. Non mi va di bucare una gomma”.

L’atrio del pronto soccorso è ingombro di barelle di feriti della battaglia di San Silvestro.

Esco fuori a fumare.

Ha smesso di piovere, ma fa freddo.

Un vento gelido dalla collina di Capodimonte folleggia nei viali del Cardarelli, mescolato al fumo dei botti.

E’ l’ultima sigaretta e il contrabbandiere di servizio all’ingresso è andato anche lui al veglione.

Dal telefono a gettoni nella guardiola penzola un inutile filo senza la cornetta.

Figuriamoci se fosse servito del sangue.

Me ne torno a casa, aspettare qui non serve a nulla, oltretutto non ho nulla di decente da leggere.

La sera prima quando abbiamo caricato papà in macchina per portarlo al pronto soccorso mica avevo la testa a portarmi dietro una lettura adeguata.

C’era Divisione Cancro di   Solženicyn, un acquisto di mia sorella, lasciato sul sedile posteriore della macchina.

Mentre aspettavo l’esito dell’intervento di urgenza ho letto solo l’incipit: “Il padiglione cancro era il numero tredici. Pàvel Nikolàeviĉ Rusànov non era mai stato superstizioso, né avrebbe potuto esserlo, ma ebbe un tuffo al cuore quando vide scritto padiglione N. 13 sul suo foglio di ricovero” e mi è bastato.

Oltretutto sono superstizioso e un 13 luminoso lampeggiava sullo chalet nella piazza davanti all’ingresso del Pronto Soccorso.

Sei ore ad aspettare, seduto su una panca metallica, a guardare l’orologio.

Quando è uscito dalla sala operatoria, il chirurgo ha rassicurato noi tre e mamma: “L’unico problema potrebbe essere la necessità di sangue. Qualcuno restasse in zona”.

Sono rimasto io, su quella fottuta panca metallica, tra l’odore di disinfettante, di cessi otturati e di sangue.

Urla di disperazione di familiari, qualcuno dei feriti dai botti ci ha appizzato la pelle.

Un colpo di pistola l’ha attraversato dal basso verso l’alto.

Era affacciato al balcone di casa, anche lui a sparare.

Pace all’anima sua, che morte da stronzo.

Spero che prendano lo sparatore.

E’ arrivata l’ora di andare via.

La mattina verrà mio fratello.

Mi avvio verso la seicento parcheggiata davanti al muraglione che si affaccia sul vallone dei Colli Aminei.

E risuonano ancora sirene.

La strada verso il Frullone è pulita e per forza non ci sono case.

A Miano solo il centro della strada è pulito, ai lati uno spesso tappeto di vetro, spazzatura bruciata e residui di botti.

Ci manca solo che buco.

Se c’è una cosa che non riesco a fare è usare il cric.

All’incrocio del Corso Secondigliano c’è un bar aperto.

Odore di sfogliate fresche.

Un cappuccino con la schiuma e due sfogliate.

Non mangio da mezzogiorno.

Tutta la cena di San Silvestro è rimasta sulla tavola apparecchiata.

Papà ha avuto l’attacco di peritonite al momento di mettersi a tavola.

Ho trovato anche le sigarette.

Buon 1971.

Anche quella volta papà se la cavò.

E quando tornai a casa quel libro lo finii e lo ricordo ancora.

Solo quando il treno sussultò e si mosse, sentì una fitta lì dove c’è il cuore, o l’anima, insomma nel punto centrale del petto, una nostalgia di ciò che si era lasciato dietro. Si rivoltò, si buttò bocconi sul pastrano e affondò la faccia, gli occhi socchiusi, nello zaino, tra i bozzi formati dalle pagnotte.

Il treno correva e gli stivali di Kostoglòtov, come morti, dondolavano sopra il passaggio con le punte in giù.

(fine del romanzo)


Leggetelo.

Ringrazio per l’editing Maria Laura Villani

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2 thoughts on “I libri che leggevo tanti anni fa: Divisione cancro di Solženicyn

  1. @Clessidra … Grazie
    Le mie più che recensioni sono le sensazioni ed emozioni provate durante la “prima lettura”

  2. Ti vedo nella luce livida della sala d’attesa dell’ospedale, con la testa pesante come può esserlo solo alle prime luci dell’alba di una notte passata insonne.
    Complimenti per la recensione, leggerò il libro.

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