Nascosto nella rientranza di un vicolo senza uscita al culmine di una gradinata, come ve ne sono tante ai Quartieri Spagnoli, l’antico caffè “Vecchio Scarpone”, alla metà degli anni ’60, quando diventò il punto di riferimento e di ritrovo di un gruppetto di studenti pacifisti che volevano cambiare il mondo, di proprietari ne aveva già cambiati tanti.

Ma proprio perché fuori mano, non era mai decollato da diventare alla moda e finire nelle rinomate guide gastronomiche.

Erano cambiati decine di gestori, di tipologia di locale e di arredo, dal bistrot alla francese al locale notturno, con pianista in smoking, tanto di moda in quegli anni.

Solo l’insegna era rimasta quella originale risalente agli anni ’30.

Era un enorme quadro assolutamente surreale, in ceramica di Vietri sul Mare, dai tenui e delicati colori pastello.

Era una sorta di mari e monti: Castel dell’Ovo visto dal mare ma invece di avere alle spalle la collina del Vomero e San Martino c’era il Rosen Garten, insomma il lago di Carezza e Mergellina, Re Laurino ed il Pescatore r’o mare ‘e Pusilleche.

A chi diavolo fosse venuto in mente una composizione di tal fatta non è dato sapere.

A metà degli anni ’60, ci andavano solo studenti fuori sede e qualche marinaio americano che, capitato per caso, si era affezionato all’atmosfera.

Si suonavano vecchi dischi a 78 giri della tradizione napoletana e i 45 giri r&b dell’Atlantic, quelli con l’etichetta rossa, che all’epoca si trovavano solo da Cesarini alla Duchesca.

Il proprietario di allora, grande e grosso, veniva da Nola e si chiamava Pasquale, come Pascalone ‘e Nola il guappo morto ammazzato per la camorra del mercato ortofrutticolo, qualche anno prima.

Ma quel Pascalone non aveva nulla a che vedere con il defunto marito di Pupetta Maresca.

Era sì grande e grosso, con una voce profonda da baritono, ma buono come il pane, tanto è vero che faceva credito illimitato ai fuori sede.

La sera tardi, quando iniziavano le lunghe discussioni politiche, come si usava in quegli anni, Pascalone si metteva anche lui ad ascoltare e ogni tanto interveniva per sedare i contrasti che inevitabilmente scoppiavano tra le diverse idee di sinistra.

Dopo le discussioni sui massimi sistemi si passava al cazzeggio goliardico come si usava ancora in quegli anni.

E una sera Pascalone fece trovare una sorpresa: il testo completo dell’introvabile Ifigonia in Culide, una tragedia goliardica in tre atti.

Il ritrovamento di quell’opera d’arte fece ridurre drasticamente le discussioni sui massimi sistemi e ogni sera veniva dedicata alla lettura collettiva della tragedia, con sommo divertimento dei pochi avventori.

Intanto Pascalone rideva sotto i baffi, mentre la moglie Carlina scuoteva la testa in segno di tacito rimprovero.

E quando qualcuno lanciò l’idea di fare una rappresentazione pubblica in modo da fare aumentare la clientela del locale, Pascalone acconsentì e anche la moglie, davanti alla prospettiva di maggiori guadagni, mise da parte le remore morali.

Al momento di formare il cast, nacquero i primi problemi, mancavano attrici cui assegnare i ruoli femminili, era necessario che qualcuno recitasse en travesti.

Pascalone e la moglie Carlina sempre meno recalcitrante si offrirono di partecipare all’impresa.

Al primo toccò il ruolo del Re di Corinto, a Carlina toccò il ruolo della protagonista Ifigonia.

Dopo alcune prove si andò in scena.

Alla prima fu un successo e nell’occasione Pascalone lanciò la pizza alla Ifigonia, una sorta di quattro stagioni con il centro una salsiccia e due uova sode.

Ma Pascalone non si potette godere a lungo il successo della sua pizza e della nuova carriera di attore.

Una mattina la moglie Carlina non riuscì a svegliarlo.

Ai funerali tutti noi mandammo una corona di fiori che riproduceva la pizza alla Ifigonia.

Tanto per ricordarlo ancora ecco l’incipit della tragedia

SCENA I :

Le porte sono spalancate per dare accesso al popolo. Entra il gran cerimoniere

Gran Cerimoniere:

O popolo bruto, su snuda il banano

non vedi che giunge l’amato sovrano?

Il Sir di Corinto, dal nobile augello

qual mai non fu visto più duro e più bello.

Il sir di Corinto dall’agile pene

terrore e ruina del fragile imene;

il sir di Corinto dal cazzo peloso

del cul rubicondo ognora goloso.

O popolo invitto, in gesta d’amore

s’affermi il Sovrano più caro al tuo cuore.

Rendiamogli omaggio nel modo migliore,

offrendogli il culo delle nostre signore.

Popolo:

Noi siamo felici, sappiategli dire,

che tutto al Sovrano c’è grato d’offrire.

Le nostre consorti facciam preparare

in modo che a turno le possa inculare.

Noi siamo felici, noi siamo contenti

le chiappe del culo porgiam riverenti,

che al nostro gentile e amato Sovrano.

rimanga gradito il buco dell’ano.

 

Si ringrazia per l’editing Maria Laura Villani

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3 thoughts on “Ifigonia in Culide ovvero sulla goliardia

  1. Bisognerebbe rappresentarla sul serio, cioe’, in maniera realistica… quando per esempio e’ scritto di snudare il banano, eh, be’, si esegua… 😀 Cosi’ quando e’ scritto che il popolo e’ in costume adamitico perche’ sorpreso in attivita’ copulatoria, si resti fedeli al testo! 😀 Verrebbe davvero una cosa stuzzicante, e poi l’opera merita…

  2. Noi siamo felici, noi siamo contenti
    le chiappe del culo porgiam riverenti,
    che al nostro gentile e amato Sovrano
    rimanga gradito il buco dell’ano.
    Molto molto attuale, direi……

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