4 aprile 1980

Sono le quattro del mattino, sento i cani abbaiare e mi sveglio.

Ma i cani che abbaiano sono solo nella mia mente e difatti squilla il telefono: è mia sorella, tre parole, la voce rotta dal pianto.

Papà è morto.

Dalla sera prima era evidente che non avrebbe visto il mattino.

Mi vesto e vado.

L’hanno già vestito, camicia bianca, pantaloni scuri, gli cadono da dosso.

Un anno e passa di Alzheimer oltre a divorargli la mente gli ha rosicchiato anche il corpo.

E non voglio ricordarlo così.

Solo qualche minuto nella camera ed esco.

Mamma è lucida come sempre e come sempre pensa lei a tutto: le telefonate al parentado, i contatti con quelli delle pompe funebri.

E’ il mercoledì prima di Pasqua per cui o funerali in giornata o ci sono casini.

Quando interviene mia madre non ci sono mai casini.

Alle nove del mattino è stato organizzato tutto.

E arrivano tutti, amici, parenti e persone mai viste.

Molti a raccontarti di quella volta o di quell’altra.

E a dirti: “come gli somigli”.

Le voci si sovrappongono alle voci, i ricordi ai ricordi.

Intanto una lunga discussione con mia sorella e mio fratello per scegliere cosa scrivere sul “santino”.

Su una cosa siamo tutti d’accordo, nessuna preghiera.

E allora qualcosa tratto da uno dei suoi libri favoriti: L’Antologia di Spoon River di E.L. Masters.

E passammo tutta la mattinata a leggere quel libro per trovare qualcosa che lo ricordasse, mentre impaziente aspettava quello delle pompe funebri.

E poi trovammo questo verso sottolineato con la sua matita copiativa: “mille ricordi e nemmeno un rimpianto”(il violinista Jones) .

E’ lui! – dissi ad alta voce.

E solo allora lo richiudemmo nella bara con il suo berretto  da capostazione e la tessera di libera circolazione sui treni.

In Chiesa per tutto il tempo sono in piedi, con a fianco mio fratello, davanti alla bara.

E nella mente, chissà perché, un ricordo che mi fa sorridere. Di quella volta che mamma era andata in una spedizione romana di assistenza familiare alle sorelle e papà aveva preparato tre chili di risotto alle verdure. Il riso appena cotto assunse un colore violaceo ma poi man mano che passavano i giorni, cominciò a virare verso il blu.

Per una settimana mangiammo risotto blu notte.

E mentre il prete celebra la funzione e m’inonda d’incenso ho quei piatti di riso davanti agli occhi.

Mio fratello mi chiede: “A cosa pensi?”

“Al risotto blu notte” – gli rispondo.

E anche lui sorride.

Fin quando non lo portiamo al cimitero ci resta quel sorriso strano sul viso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ringrazio Maria Laura Villani per l’editing

 

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