Non fatevi fuorviare dal titolo, non si tratta di un racconto noir alla maniera di Edgar Allan Poe…

Anno 1989, seconda tappa del viaggio di lavoro in Nord America: Volo Newark – Toronto.

Solo un’ora scarsa di volo, in un aereo Air America, stretto e lungo, affollato di manager canadesi che tornano a casa per il week end.

 

Per i cittadini USA che entrano in Canada, non c’è controllo doganale, solo i non USA devono passare per la dogana.

Dopo il ritiro dei bagagli ci mettiamo in fila, siamo solo una decina, io sono il terzo della fila dopo i miei due colleghi.

Loro due passano senza problemi.

Io poggio le valigie sul tapis roulant e mostro il mio passaporto.

Una doganiera grande, grossa e nera che somiglia a Ella Fitzgerald, guarda il mio passaporto, guarda me, poi riguarda di nuovo il passaporto, controlla qualcosa sul video di un computer, ferma il tapis roulant e mi fa aprire tutte le valigie.

Nella prima, la più grande, ho messo la mazza da baseball che ho comprato insieme al giubbotto blu, la camicia a righe sempre blu, il capellino ovviamente blu, il guantone e la pallina al negozio degli Yankees, tutti regolarmente marchiati con l’icona bianca NY.

Quando la doganiera vede tutta la mercanzia, s’interessa solo alla mazza da baseball e mi chiede con area inquisitoria che cosa sia (che strana domanda, una mazza da baseball è inconfondibile) e perché l’ho comprata.

Le sorrido per cercare di rabbonirla e le dico che l’ho comprato per i miei figli che sono fans degli Yankees.

Non mi sorride, anzi si aggrotta ancora di più.

Forse è tifosa dei Meets.

Comunque poggia la mazza da baseball in un angolo.

Dalla seconda valigia tira fuori una scatola di pillole per il mal d’aria e mi richiede che cosa siano.

Le rispondo e stavolta con voce tremante.

Ma la doganiera si vede che è sorda o non comprende il mio basic english.

Intanto i miei due colleghi non si sono resi conto delle mie difficoltà e sono scomparsi alla mia vista.

Mi staranno aspettando all’uscita con il funzionario del consolato e l’autista.

Ma comincio a disperare di arrivarci.

 

La doganiera mi fa cenno di entrare in uno stanzino, ci sono un tavolo metallico, due sedie e un computer.

Lei si siede silenziosa davanti al PC e inizia a cercare non so che cosa.

Dopo dieci minuti di ricerche, mi chiede la ragione del mio viaggio in Canada ed io le mostro la lettera del Ministero degli Esteri che mi accredita presso i Consolati in Canada.

Non la legge, si vede che non conosce l’italiano e continua a ripetere la stessa domanda: “Che cosa è venuto a fare a Toronto?”.

Allora le rispondo che non parlo inglese e voglio un interprete italiano.

Le vorrei dire che voglio essere informato dei miei diritti poi mi rendo conto che non sono in un telefilm americano ma davanti a un’incazzosissima doganiera canadese.

Mi fa aprire il bagaglio a mano ed è incuriosita dal Pendolo di Foucault di Umberto Eco, l’avevo iniziato a leggere la sera prima arrivando a pagina 40 e di cosa parlasse non l’avevo ancora capito. C’era un tipo, una specie di editore giornalista che va a nascondersi in un museo e pensa ai cavoli suoi, e poi si torna indietro di qualche giorno con lo scrittore/editore o quello che è che cerca di entrare nel computer di un amico. Apparentemente c’è dietro una specie di cospirazione con i templari. Comunque sia a un certo punto ero andato in ansia e avevo chiuso il libro. È tipico di Eco fare degli incipit che sono delle montagne da scalare.

Ma in quel momento avevo altro da pensare: la doganiera nera.

Apre il libro, lo sfoglia, lo scuote, come in cerca di qualcosa e poi mi domanda con lo stesso tono inquisitorio perché ho quel libro.

Cerco di essere collaborativo, forse conosce Umberto Eco, ha letto il Nome della Rosa ed è interessata al nuovo romanzo e mi lancio in un’impossibile spiegazione della trama del romanzo. Per quel poco che ne avevo capito dalla lettura delle prime 40 pagine.

La doganiera non si mostra molto interessata alle mie spiegazioni letterarie, si alza, mi ordina di non muovermi ed esce dallo stanzino.

 

Mentre aspetto, incuriosito e sempre più preoccupato, guardo sullo schermo del computer: è una scheda segnaletica di un tale Michael R. Abbate, ricercato dalla DEA per traffico di stupefacenti. Non c’è una foto ma un identikit disegnato e, – oh cazzo- come tutti gli identikit, mi somiglia, poi ha il mio stesso cognome e per completare il quadro mi hanno beccato che trasportavo una mazza da baseball che è l’arma preferita dei soldati di Cosa Nostra.

 

Sono in pieno marasma, altro che interessata alla letteratura, la doganiera ha pensato che il Pendolo fosse una sorta di codice nascosto per ricevere gli ordini dal proprio boss.

M’immagino scaraventato in un’oscura cella canadese, sottoposto a stringenti interrogatori da parte di cattivissimi poliziotti canadesi con l’appoggio di altrettanto feroci agenti della DEA.
Forse mi avrebbero lasciato come compagnia il Pendolo, con tanto tempo a disposizione lo avrei senz’altro finito.

 

Intanto la doganiera è rientrata con un suo collega maschio, altrettanto grosso, altrettanto grasso e altrettanto nero.

Mi fa cenno di alzarmi in piedi e inizia una perquisizione molto approfondita e meticolosa, poi infila un guanto di lattice e capisco che è alla ricerca di ovuli di droga che i trafficanti di droga trasportano… si sa bene dove…

Mi ero già abbassato i pantaloni, ma fui salvato dall’arrivo dei nostri…

I miei colleghi erano tornati indietro e, grazie all’addetto consolare, riuscirono a chiarire l’equivoco.

Così salvai la mazza di baseball e… il mio onore.

 

E il Pendolo?

Lo finii e devo dire che dopo la faticosa scalata dell’incipit mi piacque molto.

Ma io non faccio testo perché sono un accanito fan di Umberto Eco.

Ringrazio per l’editing  Maria Laura Villani

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