Ecco come il mio discendente descrive la mia fine: “Fra il gruppetto a un tratto si fece largo una giovane signora; snella, con un vestito marrone da viaggio ad ampia tournure e un cappello di paglia ornato da un velo a pallottoline che non riusciva a nascondere una maliziosa avvenenza del volto. Insinuava una manina guantata di camoscio fra un gomito e l’altro dei piangenti, si scusava, si avvicinava. Era lei, la creatura bramata da sempre che veniva a prenderlo: strano che così giovane com’era si fosse arresa a lui; l’orario di partenza del treno doveva essere vicino. Giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo, e così, pudica ma pronta a essere posseduta, gli apparve più bella di come mai l’avesse intravista negli spazi stellari”.

Balle, sempre balle, autentiche balle, ovviamente.

Un’esercitazione retorica di bello scrivere.

Ammettiamo pure che nel delirio premorte mi appaia una signora in marrone tutta velata; ammettiamo che io le alzi il velo e che lei mi si mostri.

Beh, al momento della morte dovrei vederla più bella di come non mai?

Ma tu sei pazzo Tomasi di Lampedusa: pazzo o falso.

Se quella signora è la morte – lo è – allora altro che bella: è un teschio, con le orbite vuote e i denti giallastri.

Dimostrazione lampante della becera operazione commerciale rappresentata dal libercolo a me dedicato.

Mi hai fatto passare per un uomo pieno di sensi di colpa, che si sente vecchio superato, che è in attesa della morte, della propria fine.

Balle, balle, balle: io non sono mai stato così ma andavo rappresentato in questo modo.

Amavo la vita, le donne, il mio mondo, il buon cibo e il timballo di maccheroni (questo sì che lo descrivi bene, Tomasi).

Quel timballo da cui, quando lo si tagliava, erompeva un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l’estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio.

Amavo tutto questo e non potevo che finire con la pressione alta.

E sono morto come muoiono tutti gli uomini: incazzato per la dipartita!

Altro che signora in marrone!

Volete sapere come sono stati i miei ultimi istanti?

Ecco, rammento bene tutto….

Ho cominciato a perdere sensibilità sul lato sinistro del viso, subito ho visto doppio e non riuscivo a parlare. E poi la testa ha iniziato a girare, non mi reggevo in piedi e alla fine più nulla.

E ora eccomi qui in attesa dell’ammissione.

L’addetto all’accettazione appena mi ha visto: Salve Principe, deve cambiare tutto perché nulla cambi – mi ha detto con una risatina di scherno.

È una frase che non mi sono mai sognato di dire, perché, oltretutto, non significa nulla.

Eppure ora è diventata un mio sinonimo: potenza del marketing.

 

Ringrazio Maria Laura Villani per l’editing

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