di Ella May

 

Come fossi solo

 

Marco Magini è un ragazzo gentile, simpatico e aperto. Un ragazzo normalissimo, come ce ne sono tanti in giro per il mondo. Se non fosse per il fatto che lui, a differenza di molti suoi coetanei, ha scritto un libro piuttosto particolare, un libro che non ci si aspetterebbe mai da un giovanotto neanche trentenne.
Marco ha deciso infatti di trattare uno degli episodi più controversi e dolorosi della recente guerra in Jugoslavia: la strage di Srebrenica del 1995, durante la quale per mano delle milizie serbe vennero massacrati in pochi giorni migliaia di musulmani bosniaci. Si chiama “genocidio”, oppure “pulizia etnica”, scegliete voi.
Fa riflettere il fatto che a scrivere un libro del genere sia stato un ragazzo che all’epoca aveva sì e no dieci anni.
Lo so, anche a me è capitato di sfogliare con poca convinzione il primo romanzo di un esordiente, ma posso garantirvi, da lettrice accanita quale sono, che gli esordienti come lui meritano di essere letti quanto e come i nomi prestigiosi, se non di più.
La sua capacità di raccontare scene tanto cruente senza scadere nella spettacolarizzazione gratuita è impressionate, come la sensibilità e l’intelligenza con cui ha tradotto in parole stati d’animo fin troppo complessi e difficili perfino da immaginare.
“Come fossi solo”, edito da Giunti Editore, è un libro per molti versi eccezionale, in grado di trasportarci fin nel cuore più profondo di un conflitto che forse abbiamo seguito e compreso troppo poco, nonostante si sia svolto a poca distanza da noi. E credo proprio che questo sia un merito più che sufficiente per farne un libro da apprezzare e da leggere con grande attenzione.

  

Marco Magini1) Ciao Marco, benvenuto al tuo debutto su LetterMagazine. È un piacere per noi averti qui. Visto che sei un esordiente, prima di addentrarci tra le pagine del tuo romanzo vorremmo sapere qualcosa di te. Ti va di presentarti? So che hai festeggiato da poco il tuo trentesimo compleanno. Ti facciamo subito i nostri migliori auguri!

 

Ciao Ella, piacere mio! E grazie per gli auguri. Dunque… Io lavoro nel settore delle energie rinnovabili, mi occupo della ricerca di finanziamenti per la realizzazione di progetti in Paesi in via di sviluppo. Insomma, mi occupo di energia verde. Ho sempre viaggiato moltissimo, fai conto che nell’ambito della mia formazione ho frequentato perfino uno stage con Bill Clinton… Sì, come la famosa Monica. Poi ho vissuto per un po’ a Istanbul, dove mi sono trasferito soprattutto per amore. Manco a farlo apposta, appena trovato lavoro lì la mia ragazza è stata trasferita in Irlanda. Così, dopo qualche anno di lontananza, mitigata dal mio avvicinamento grazie all’ennesimo trasferimento (stavolta a Zurigo), proprio da oggi finalmente conviviamo a Londra. Abbiamo giusto finito di sistemare le prime cose nella nuova casa.

 

2) Allora doppi auguri! La convivenza è un traguardo importante. In bocca al lupo a entrambi.
Veniamo al tuo lavoro letterario. Hai partecipato al premio Italo Calvino nel 2013, presentando il tuo primo romanzo intitolato Come fossi solo. Da lì sei stato dato alle stampe nientemeno che da Giunti Editore e sei arrivato a concorrere per il Premio Strega. Ci racconti questesperienza?

 

Guarda, è stata una cosa incredibile. Avevo inviato il libro senza crederci troppo, più che altro per avere la scheda di lettura che il premio invia a tutti i partecipanti. Non l’avevo fatto leggere a nessuno del settore e volevo un’opinione professionale. Non mi sarei mai aspettato di figurare tra i finalisti, tanto meno di arrivare fra i primi tre!
Ricordo benissimo il giorno in cui ricevetti la comunicazione, anche perché fu uno dei rari giorni in cui perfino nella “perfetta” Svizzera era mancata la corrente elettrica.
Appena sveglio avevo saputo tramite Facebook di un altro concorso letterario, così il mio pensiero era tornato al Calvino. Più tardi nella mattinata stavo parlando con un amico tramite Skype e gli stavo appunto dicendo: “Pensa che bello se mi chiamassero dal Calvino…”
Detto fatto. Mi squillò il telefono ed era proprio Mario Marchetti. Mi chiese: “È lei che ha scritto quel libro tutto pieno di errori?”Marco Magini
Mi annunciò così di essere stato scelto come finalista. Fu un’emozione incredibile. Da lì è iniziato tutto.

 

3) Ah, quindi hai inviato il manoscritto allo stato grezzo

 

No dai, grezzo non direi. Però non ho avuto il tempo di correggerlo come avrei voluto. Ero troppo a ridosso della data di scadenza per l’iscrizione, o lo mandavo com’era oppure avrei dovuto aspettare un altro anno. Decisi di rischiare. Per fortuna è andata bene, perché alla fine nella vita ci vuole pure una buona dose di fortuna. Nei mesi successivi l’avevo perfino rimaneggiato un po’, proprio perché non pensavo davvero di arrivare in finale.

 

4) Come fossi solo illustra, in modo molto particolare, le giornate che hanno condotto alla strage di Srebrenica del 1995, dove venne scritta una delle pagine più atroci della guerra in Jugoslavia. Quanto è stato difficile per te raccontare questa storia?

 

Non ti nascondo che è stato molto difficile. Ho impiegato quattro anni per scrivere il libro, ho studiato tanto, mi sono letto tutti gli atti processuali della vicenda. Quando si decide di raccontare fatti tanto drammatici, essere scrupolosi è il minimo dovuto a chi quei fatti li ha vissuti sulla propria pelle. Il giorno lavoravo e la notte scrivevo, spinto dal bisogno di tradurre in parole mie gli aspetti che mi avevano colpito di più. Sono pure andato in Bosnia con due amici, per vedere i luoghi in cui si era svolta quell’immane tragedia. È stata un’impresa abbastanza tormentata.

 

5) Nei ringraziamenti finali del libro nomini una certa Gaia: chi è e quale ruolo ha avuto nel tuo percorso?

 

Gaia è stata fondamentale. In pratica è per colpa sua (o dovrei dire “per merito suo”) se mi sono messo a scrivere. Fu lei a farmi conoscere la storia di Dražen, protagonista del libro. Lei studiava Diritti Umani ed era in procinto di partire per uno stage all’Aia. Una sera stavamo parlando del più e del meno e lei all’improvviso mi disse: “Te la racconto io una storia.”
Le devo moltissimo, così come devo tanto all’altra “Gaia” citata nei ringraziamenti, che mi ha tenuto per mano durante l’esperienza del Calvino.

 

6) Esploriamo più da vicino il tuo lavoro. Come fossi solo è un libro sui generis, a metà tra romanzo e resoconto storico. Lhai costruito intrecciando le voci di tre uomini: Dražen che è stato uno dei carnefici della strage, Dirk che impersona uno dei caschi blu olandesi inviati a sorvegliare le operazioni militari e infine Romeo, giudice della corte internazionale di giustizia, chiamato a giudicare loperato di Dražen. Tre voci diverse per raccontare tre punti di vista differenti.

 

Esatto. La storia principale ruota intorno a Dražen, personaggio realmente esistito, che si trova coinvolto suo malgrado nel conflitto. Non essendo riuscito a fuggire, si arruola per mancanza di alternative, per poter sfamare sua moglie e sua figlia. È stato l’unico a essere processato per la strage, l’unico che ha tentato di rifiutare di compierla. L’unico che poi ha parlato, durante il processo. Dirk (personaggio inventato) rappresenta la distanza mantenuta dai caschi blu nei confronti della vicenda, il punto di vista occidentale. Romeo è la legge, impegnata a giudicare e condannare i colpevoli del genocidio.

In realtà nella prima stesura al posto della voce di Dirk c’era un carteggio, una sorta di diario scritto da Ana, la figlia di Mladić. Conosci la sua storia? Lei era cresciuta con il mito del padre, a Belgrado. Poi andò a Mosca e fu lì che apprese dai giornali le cose orribili imputate a suo padre, perché in patria era stata tenuta all’oscuro di tutto. Quando tornò a casa si suicidò.
Dopo due anni decisi di togliere la parte di Ana e di sostituirla con Dirk, perché non ero convinto che la storia costruita in quel modo potesse funzionare.

 

Marco Magini7) Le voci di Dražen e di Dirk parlano in prima persona, mentre quella del giudice Romeo Gonzalez lo fa in terza persona. Perché questa scelta?

 

Ho deciso di alternare la prima e la terza persona perché Dražen e Dirk sono direttamente coinvolti nel conflitto, sono due militari e agiscono appunto in prima persona nelle vicende narrate. Gonzalez invece vive la storia a distanza, dal tribunale, attraverso gli atti e le testimonianze; rappresenta la legge, distante e (almeno sulla carta) imparziale.

 

8) Dal momento che il libro è un mix tra storia e invenzione, devo chiedertelo: quanto c’è di storico e quanto di romanzato?

 

Molta parte è verità storica: il resoconto dei giorni precedenti il massacro è ripreso per intero dalle testimonianze, io ho soltanto accorciato i tempi di un giorno per esigenze narrative. Alcuni dei personaggi secondari così come alcuni degli eventi minori sono frutto della mia fantasia, ma traggono comunque ispirazione da fatti realmente accaduti in quel contesto, quindi più che di “invenzione” io parlerei di “rielaborazione”. Nella bibliografia ho riportato anche il link al sito del tribunale penale internazionale, per chi volesse approfondire per proprio conto il caso Dražen Erdemovic.

 

9) Come fossi solo ci consegna molte domande, senza mai arrogarsi il diritto di dare risposte. Tu stesso sei stato davvero bravo nel mantenerti equidistante dalle parti in causa. La tua personale opinione, se ne hai una, rimane al di là del sipario, senza fare mai capolino. Eccetto, forse, nella lettera che il giudice Gonzalez scrive alla fine, ma questa è solo una mia opinione, opinabilissima. Nei tuoi incontri con il pubblico ti è mai capitato dincontrare qualcuno che abbia espresso una precisa posizione in merito alla vicenda di Srebrenica?

 

Davvero credi che in quella lettera si percepisca la mia posizione? È vero che la lettera del giudice è stata scritta da me, ma in realtà io non ho un’opinioneMarco Magini netta in merito, per questo ho scritto un romanzo e non un saggio. La mia intenzione era appunto quella di porre domande, lasciando libero il lettore di trovare le proprie risposte. Non mi sento assolutamente nella posizione di indicare dove stia il torto e dove stia la ragione, ho soltanto raccontato la storia di Dražen. Vengo spesso invitato nelle scuole per discuterne e sì, capita d’incontrare qualcuno che manifesti una posizione forte; in quei casi io mi limito a presentare il rovescio della medaglia, senza oppormi alle idee di nessuno, proprio perché io di risposte non ne ho.

 

10) Visto che sei alla tua prima volta, ci racconti com’è stato lavorare con un vero editore?

 

Molto istruttivo. Ho capito che la riuscita di un libro è un lavoro di squadra. L’editor è fondamentale. Il mio ad esempio mi ha aiutato prima di tutto a crescere, suggerendomi letture e percorsi utili per migliorarmi. Poi è vitale che la casa editrice creda nel libro, che lo promuova sia con presentazioni che attraverso i media, per portarlo all’attenzione del pubblico. Ringrazio infinitamente gli editor che mi hanno seguito. Non dimenticherò mai il primo giorno di lavoro con loro: eravamo seduti intorno al tavolo, abbiamo iniziato a leggere il manoscritto e subito loro si son messi a discutere su una parola del secondo rigo. Sono andati avanti per un’ora, finché Benedetta (la editor in chief) ha esclamato: “Ora basta, decide l’autore!” E si sono voltati tutti per guardare me, che me ne stavo zitto. Non avevo realizzato che ero io l’autore! Insomma, sono stati davvero fantastici e lavorare con loro è stata un’esperienza splendida.

 

11) Tra le molte che hai fatto, qual è stata la presentazione che ricordi con più piacere?

 

La prima, senza dubbio. Che devo dire, la prima presentazione ti resta nel cuore. Eravamo a Venezia, in una piccola libreria… Ero emozionatissimo! Andai al mio posto e pensai: “Qualunque sarà la prima domanda che mi faranno, sarà per sempre la prima domanda del mio percorso di scrittore.”
Poi si alzò in piedi un signore e fu lui a dare il via alle danze. Ora che ci penso: ricordo perfettamente il suo viso ma non ricordo affatto cosa mi chiese. Forse si tratta di amnesia da emozione.

 

12) Marco, è stato un grande piacere parlare con te, se fosse per me andrei avanti per ore. Invece devo salutarti, ma non lo farò senza chiederti unanticipazione. Continuerai a scrivere? Hai già una nuova storia in mente?

 

Che scriverò ancora è sicuro, tutto sta a vedere se mi pubblicheranno. La Giunti Editore mi avrebbe pure offerto un contratto per un altro libro… Vedremo cosa verrà fuori. Stavo pensando a una storia d’amore ambientata tra le alpi svizzere… (Faccia basita dell’intervistatrice. Ndr.)
Ma no dai, scherzo! (Sospiro di sollievo dell’intervistatrice. Ndr.)
È la battuta che faccio quando mi fanno questa domanda, è divertente! Sai, ora le dinamiche sono diverse, dopo il primo libro i meccanismi cambiano. PerMarco M. adesso non posso affermare di aver già pronto un progetto, so soltanto che il secondo sarà un libro diverso. Ti confesso che il mio futuro di scrittore m’incuriosisce e mi spaventa allo stesso tempo. Speriamo di avere fortuna!

 

 

Il sito di Marco: http://www.marcomagini.com

La casa editrice: http://www.giunti.it

Premio Italo Calvino: http://premiocalvino.it

Foto di Max Zeckau (http://www.zeckau.net), per gentile concessione della Giunti Editore.

 

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