di Sabrina Glorioso

 

Un padre e un figlio divisi dal silenzio, un’amicizia inattesa, una mente brillante.

 

I rapporti padre-figlio sono stati indagati in lungo e in largo dalla letteratura, a volte con esiti felici, altre finendo per diventare trattati di psicologia approssimativa o guide improvvisate per neo genitori. In Danny l’eletto Chaim Potok ha la capacità di toccare due temi fondamentali nella vita di ciascun essere umano, amicizia e rapporto padri-figli, senza per questo ergersi a giudice o professore, ma semplicemente raccontando una storia come poche o, forse, come tante.

Il romanzo di Potok racconta un’amicizia tra quindicenni, Danny e Reuven: non due ragazzi qualsiasi, ma due ebrei nella New York di fine guerra, divisi da ideologie opposte in seno alla stessa religione. Danny Saunders è il figlio del rabbino, un ebreo chassidico, con tutte le implicazioni di un’ortodossia che molti considerano estrema e ottusa, che lo vede erede di suo padre e di suo nonno. Reuven Malter è figlio di un illuminato professore universitario, di mentalità aperta, favorevole al nascente Stato d’Israele.

Ecco che una semplice partita di baseball tra scuole ebraiche del quartiere diventa metafora di una guerra che si svolge altrove, oltreoceano, contro Hitler e la sua follia distruttrice. Al primo sguardo Reuven e Danny si detestano, sono di temperamento opposto: l’uno vestito all’americana e l’altro in abito nero, riccioli e papalina. Ma la palla che Danny scaraventa dritta contro l’occhio di Reuven, mandandolo all’ospedale, diventa il primo capitolo di un’incredibile amicizia.

Riusciranno due adolescenti a superare i conflitti religiosi e l’attrito fra i loro padri? Solo il tempo è in grado di dirlo. Danny è l’eletto della sua comunità – ebrei russi migrati in America – ha la mente brillante e un’intelligenza fuori dal comune, è in grado di leggere volumi su volumi, intrattenere dispute sul Talmud e tenere testa a suo padre in materia biblica; eppure non riesce a confessare al genitore quali siano i suoi desideri più profondi. Il sostegno di Reuven, la sua mente più pratica e sgombra di pregiudizi, lo sostengono negli anni, ma nulla può interrompere l’ostinato silenzio che divide Danny e suo padre. Il rabbino Saunders parla al figlio solo per interrogarlo sul Talmud, il resto è solo silenzio che ormai dura da anni. Danny non sa il perché di quel muro eretto all’improvviso tra loro due, non chiede spiegazioni e non riceve risposte.

La guerra e i suoi orrori restano sullo sfondo, il dramma è tutto interiore, legato al conflitto tra doveri e desideri, paura di deludere gli altri e non essere altezza del proprio compito. La genialità, a volte, è più un peso che un dono.

Un ritratto toccante, due generazioni a confronto e i perché dei dissidi in una così antica e grande religione. Ebreo egli stesso, Potok ha raccontato dall’interno un mondo che conosce bene, cercando di renderlo più comprensibile a chi osserva da fuori e spesso si ferma a un giudizio estetico e superficiale.

Dalla lettura ho imparato almeno due cose: che tutti hanno il potere di cambiare il proprio destino e che le cose migliori accadono in modi impensabili.

 

Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti, 2008

 

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Editing by Maria Montefrancesco

 

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