di Flavia Chiarolanza

 

Credevo di averne lette tante, ma sentir descrivere una persona come “un po’ condriaca” mi ha aperto un orizzonte nuovo di parole che, spaziando dal dialetto alla lingua nazionale (e addirittura a quella d’oltreoceano), divertono con irriverenza pur giocando su terreni di commistione linguistica già esplorati. Ammiro chi domina la sintassi al punto da piegarla all’ironia, propria o dei personaggi che nascono su carta, e da creare uno stile fruibile con gusto nonché generatore di fedeli lettori. Giovanni Merenda ne elenca undici per la precisione, dodici con me, ma sono pronta a scommettere che ne siamo già o ne diventeremo molti di più.

Da qualche mese ho aggiunto il mio nome alla lista e intendo incrementarla, perché nel desolato panorama di odierno analfabetismo l’opera di Merenda ha l’effetto di un buon corroborante e invita a riscoprire il piacere di sfogliare un libro senza timore di incorrere nel nulla sintattico ed ideologico dell’attuale epoca letteraria.

La Danzatrice di Ragusa” è un piccolo, gustoso thriller che scorre tra le pagine con tutta l’irresistibile carica del dialetto siciliano: pare di sentirne la cadenza, come se le parole fossero dette a voce alta anziché scritte. La mano gentile dell’autore le porge con garbo, dalla punta della penna a quella dell’orecchio, e ci riscopriamo tutti siculi, lesti nel cogliere le sfumature di un linguaggio che da sempre sublima il mondo dell’arte.

Non conoscevo le precedenti opere di Giovanni (e mi riprometto di rimediare), ma apprendo fin da subito che il commissario Martino è già stato brillante risolutore di casi giudiziari; e suole circondarsi di comprimari abili quanto lui nell’arte di favellare e congetturare ironicamente, di modo che il lettore possa divertirsi senza mai perdere di vista gli sviluppi della trama.

Ogni indizio, seminato con intelligenza, aiuta a comporre un mosaico complesso ma non ingarbugliato. Giovanni scansa la trappola dell’epilogo inverosimile, dunque inadatto ad una trama che si vuole realistica calata com’è nel contesto di crimini figli del territorio ragusano; ed evita fino all’ultimo di anticipare gli elementi conclusivi della vicenda, che viaggia sul doppio binario della delinquenza nostrana e internazionale. Americana, per l’esattezza, giacché i cugini yankee sfiorano le medesime vette di demenzialità nel tentativo di approcciare i nostri dialetti attraverso la lente deformante del loro linguaggio.

Il commissario Martino spalanca le porte del suo ufficio ed entra in confidenza con il lettore, chiamato ad origliare i serrati dialoghi che animano l’evolversi della trama e tenuto sulla corda di una narrazione dinamica, comica per certi aspetti e mai scontata.

Degno di nota è anche il linguaggio che taluni personaggi adoperano in alternativa al dialetto, o al parlato confidenziale (ed investigativo), a riprova della destrezza nel cambiare registro stilistico secondo l’intensità che vuole darsi al racconto. Non sfuggono le citazioni shakespeariane, messe in bocca a chi – secondo l’immaginario comune – dovrebbe impegnare le ore lontane da quelle d’ufficio in ben altri, meno sentimentali e più virili, passatempi.

Il volumetto è delizioso, anche a fronte della crudezza di talune situazioni, e ricostruisce una parte di storia recente della Sicilia, offrendoci la possibilità di curiosare nelle sue virtù e nefandezze, perché non c’è terra più amabile e contraddittoria di quella che appartiene al nostro meridione.

L’autore volge, al luogo in cui ambienta la vicenda, uno sguardo di rimprovero e benevolenza insieme ad un augurio di riscatto, reso possibile dall’operato di tanti bravi servitori. Giovanni ce li racconta senza la retorica della celebrazione ad ogni costo, ma al contrario sottolineandone le debolezze, come emerge dal conflittuale rapporto tra il protagonista Martino e il rivale di sempre, il Giudice Impallomeni: lo scontro tragicomico che vede contrapposte uniformi e toghe, agli eterni antipodi della medesima barricata eretta contro il nemico comune. La giustizia dell’asfalto vivo e quella delle carte timbrate, l’una prologo l’altra epilogo di ogni storia giudiziaria: mani che vorrebbero – ma non sempre possono – stringersi all’ombra del medesimo finale.

Ora che ho acquisito lo status di fan di Giovanni Merenda, ne elogio il prodotto con fierezza e rivolgo a tutti il medesimo consiglio che ho già dato a me stessa: non fermatevi a questa lettura, ma cercate le vicende pregresse del Commissario Martino e della sua squadra. Chissà che, in alcuni di voi, non nasca l’idea di ricavarne una serie. Ascoltate i dialoghi tra le pagine, e poi venitemi a dire se non vi ha colto all’istante la voglia di sentirli dal vivo.

Auguri a tutti di una buona scoperta!

Giovanni e gatto 

 

NB
Si può ordinare il volume solo da Feltrinelli

 

https://www.facebook.com/giovanni.merenda.artist

 

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