L’altro giorno mi hanno proposto un lavoro a Pechino.

La prima volta che sono stato a Pechino è stato nel 1998, per lavoro.

Finalmente avrei visto la Città Proibita, Tien an Men, la Grande Muraglia, le case da tè, la seta, i vecchi maestri con la barba lunga che ti svelano i misteri della vita a ogni angolo di strada.

Pechino mi attendeva per svelarmi tutto il suo fascino d’oriente, un sogno d’infanzia pronto a realizzarsi. Non vi dico l’eccitazione…

Sono passati tanti anni, ma ancora mi tornano in mente tante cose:

I taxi. Ce n’erano di 3 tipi: grande (modello vecchia Audi 100), medio (modello vecchia Passat) e scatola di sardine. L’agente che mi aspettava all’aeroporto aveva pronto in mio onore il taxi medio, ma giusto per non farmi mancare niente lo scelse con un buonissimo aroma da scatola di sardine al suo interno.

La periferia di Pechino: palazzoni su palazzoni, scatoloni rettangolari alti una ventina di piani, da me familiarmente soprannominati “piccionaie”. Ho scoperto poi che quelle piccionaie erano il sogno abitativo per quasi tutti i cinesi, e mi sono domandato il perché. Mi sono risposto quando ho visto le vecchie case dei cinesi.

I grandi palazzi governativi in stile impero costruiti nel dopoguerra sulle macerie della vecchia Pechino distrutta dai bombardamenti dei Jap. Colonne, archi, obelischi. Bisogno di colmare qualche mancanza?

Biciclette, come le immaginavo, tante tutte assieme che nemmeno quando passa il plotone al giro d’Italia: bici vecchie, da uomo, da donna e tricicli da trasporto con carico per asse a occhio di molto superiore ai 3,5 quintali.

Auto, più di quelle che immaginavo. Ora provate a immaginarvi qualche centinaio di migliaio di auto guidate da qualcuno che non ha la minima concezione della precedenza: chi prima arriva prima passa. Per fortuna che vanno piano. L’esperienza più vicina alla morte che abbia mai provato.

Xichang’An, il vialone principale, cinque corsie per senso di marcia. E poi sulla destra la Città Proibita, l’ingresso sovrastato da un grandissimo cartellone con la faccia di Mao, che posa il suo “amichevole”  sguardo su piazza Tien An Men. La prima volta che ho sentito un cinese a Pechino ammettere che su quella piazza era successo qualcosa di grave è stato nel 2005. Potenza del controllo dei media (ogni riferimento è voluto).

Il pranzo su un ristorante con vista sulla Città Proibita. Se qualcuno pensa che le anguille siano scivolose non ha mai provato a pescare gli spaghetti da un pentolone di zuppa usando due bacchettine d’avorio: li prendi e ricadono, li prendi e ti scappano, li tieni e ti scivolano. Quando alla fine sei sicuro di averli, li sollevi e ti prepari a mettere la tua coppa sotto, ecco che quelli ripiombano nella zuppiera e lanciano schizzi dappertutto. Una decina di commensali hanno ricevuto una bella doccia di zuppa, quel giorno.

La Beijing Duck, o qualcosa di molto prossimo al paradiso gastronomico. L’anatra laccata, cotta lentamente alla brace e poi mangiata a pezzettini su una crepe assieme a verdure e salsa di soia: è una delizia per il palato. La cucina cinese è in genere ottima (se avete la fortuna di provarla in Cina, ovvio). Solo un consiglio:  abbiate cura di non guardare dentro le cucine prima e dopo aver pranzato.

Il bagno open space, composto da due vespasiani e due turche. E nessun divisorio. Ah, e anche i vespasiani da donna. Non chiedetemi come fanno a usarlo, non ne ho la minima idea, ma esistono.

Tien An Men di sera, centinaia di persone assiepate a far volare aquiloni di ogni forma e colore. Forse la cosa più bella che abbia mai visto finora. Volavano altissimo, tanto che sapevi che erano su solo perché qualcuno aveva in mano uno spago che partiva verso l’alto.

I negozi di antiquariato con pezzi originali e garantiti, ancora freschi di verniciatura.

Una passeggiata sotto la prima neve della stagione (era fine ottobre) ascoltando Time di Tom Waits. In giacca e camicia. Tralasciamo il raffreddore giunto qualche ora dopo.

Il vecchio aeroporto di Pechino sotto la neve, e centinaia di persone al controllo passaporti. Una gigantesca mischia che cercava di passare attraverso gli unici due varchi aperti. Fila? Che cosa vuol dire fila?

Insomma, ne fui tremendamente affascinato.

A Pechino sono tornato ancora moltissime volte e l’ho vista cambiare rapidamente sotto i miei occhi. Ho visto i vecchi Hutong , i quartieri poveri, sparire e diventare musei, e la gente che vi abitava spedita chissà in quale piccionaia. Ho visto la “transumanza” verso la campagna prima del capodanno cinese, treni così pieni che la gente per tre giorni non si alza nemmeno per andare in bagno o mangiare altrimenti non riesce più a ritornare al suo posto. Ho visto il fax arrivare all’ufficio del nostro agente, senza bisogno di dover andare ogni volta alle poste centrali per spedire due pagine. Ho visto Pechino deserta durante la Sars, metropoli fantasma come nemmeno nei migliori romanzi di fantascienza.

E ho visto sparire gli aquiloni da Tien An Men, ultimo colpo alla Pechino di un tempo.

Pechino continua a piacermi, anche se ora è diventata una metropoli come qualsiasi altra, smarrendo la sua identità tra grattacieli e piccionaie. Conserva quel po’ del fascino di un tempo sufficiente a soddisfare le orde di turisti arrivati in voli charter, solo che ora è possibile visitarla comodamente su autobus a due piani stile inglese. Probabilmente è giusto così, tutto cambia e si trasforma, anche le cose cui siamo più affezionati.

Anche gli autori che amiamo di più.

Ho finito di leggere Pane e Tempesta, l’ultimo libro di Stefano Benni. Mi ha divertito e commosso, si è lasciato leggere in fretta, eppure non mi ha coinvolto.

Ritorna nel racconto il mitico Bar Sport, ma sembra tutto troppo finto, forzato, staccato. Preparato e impacchettato per turisti della lettura.

Bar Sport, il libro originale, era uno spaccato esagerato di un vero Bar Sport, dei suoi personaggi, delle abitudini. Nessuno di noi conosceva personaggi veramente come quelli descritti, ma tutti conoscevamo qualcuno di molto simile. Benni faceva caricature di chi conosceva bene.

Qui Benni fa ancora delle caricature ma molte volte non si riconosce il punto di partenza, forse perché pure lui quel punto non lo conosce più.

Questo Pane e Tempesta non è né carne né pesce. Non arriva ai livelli de La Compagnia dei Celestini (per me ultimo grande libro di Benni) ma nemmeno decade ai livelli di Bar Sport 2000 (perfetta simbiosi tra lo scritto e ciò di cui scrivi: se lo conosci, non ci entri).

Vale la pena leggerlo, soprattutto se non conoscete Benni, però se avete i soldi contati e volete comunque scoprire Benni, fatevi l’accoppiata di Bar Sport e il Bar sotto il mare.

Sperando che un giorno Benni sappia raccontarci di nuovo le sue vecchie atmosfere e suoi grandi personaggi, forse persi in un vecchio vicolo dimenticato dal tempo, ancora non raggiunto dai turisti.

Con Affetto e una grandissima dedica a Cristina

IK

Giudizio di Pane e Tempesta, Stefano Benni, Feltrinelli, 2010: perché?

httpv://www.youtube.com/watch?v=1mD4jpZwTmY&feature=related

Juan Jose

Un killer con la sua etica.
In questo spazio si parlerà di tutto quello che concerne scrittura, musica, video. Cose nuove e vecchie, soprattutto vecchie e dimenticate. Non se ne parlerà in termini tecnici (che non sono un esperto) ma in termini di sensazioni ed emozioni, di cosa l’opera ha trasmesso a me (e solo a me), di cosa questa rappresenta nella mia vita. Sperando di trasmettere a voi il gusto (o l’avversione) per quello di cui si parla.
In questo spazio ogni tanto capiterà qualche scritto mio, che altrimenti cosa a cosa serve uno spazio a disposizione?
In questo spazio ogni tanto ci potremo divertire a con qualche gioco, o con qualche esperimento, e voi sarete ovviamente le cavie.
In questo spazio si recensiranno anche i testi di quanti vorranno postare da noi le loro opere. Attenzione: qui vige la sana regola del sarcasmo. Chi non è disposto a rischiare, si astenga.
Ovviamente ci sarà spazio per i vostri educati e intelligenti commenti. Commenti irrispettosi non saranno pubblicati ma immediatamente cestinati.

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4 thoughts on “Ritorno al futuro

  1. Ah!
    Una guida, un racconto, un diario. Bello! Si sente che hai tagliato parecchio…si sente che c'è ben altro dietro alle tue eleganti e sintetiche frasi. Ma cosi deve essere: dare l'imput, far presagire la profondità ma senza svelarlo del tutto…altrimenti diventa un manuale pedante e noioso.
    Mi piace perfino il paragone della trasformazione: Pechino di una volta sta al nuovo Pechino come Bar Sport sta al Pane e tempesta.
    Un unico appunto: io amo leggere libri del luogo che visito…..

    1. Agi, grazie del commento.
      Anche io amo leggere libri che parlano dei luogi che visito. Ma dopo. Se leggi Holden Boy, tra le righe (verso la fine) ho cercato di spiegare il perchè: odio mi sia tolta la sorpresa.

      C'è molto altro da dire della vecchia Pechino, ma sulla pagina non rendono: sono solo immagini, mentre quelle immagini, per me, si mischiano a profumi (non sempre buoni), colori, sensazioni, che non si possono trasmettere, perché non sono la finzione di un racconto, ma esperienze realmente vissute.

      Grazie ancora!

  2. che bella descrizione di Pechino, una guida turistica dei sentimenti che la citta' ti ha suscitato!
    per qualche ragione la collego al racconto che un ragazzo mi ha fatto mentre salivamo le vette innevate in seggiovia, domenica scorsa, dei suoi 6 mesi come programmatore di computer in Senegal. Si guarda da fuori, ma non si riesce mai realmente a capire che sta succedendo!
    Ma quel bell'uomo nella foto sei tu????

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