di Ella May

 

Teo 

 

Lorenza Gentile è una ragazza incredibile. Ci siamo scambiate varie email durante la realizzazione della seguente intervista e giuro che ogni volta ho chiuso la casella di posta con un sorriso leggero stampato sulle labbra. Lei è una di quelle rare persone che hanno il dono di pacificare chi si relaziona con loro, dote preziosa. Vive a Londra, quindi non ho avuto il piacere di conoscerla personalmente, ma non ha importanza. Forte e consapevole, ha in sé una dolcezza talmente diretta che diventa impossibile dubitare della sua verità. Credo di essermi in qualche modo innamorata di lei, nel senso più puro e casto del termine.Lorenza
E mi sono innamorata senza riserve del suo strepitoso primo romanzo, edito da Einaudi e intitolato semplicemente “Teo”.
Teo è un bambino che ha un enorme problema: i suoi genitori non vanno d’accordo e lui non vuole assolutamente che arrivino al divorzio.
Cosa può mai fare un cucciolo di otto anni per risolvere una situazione simile, tanto più grande di lui?
Pensa e ripensa, la risposta gli arriva da un libro che racconta la storia di Napoleone.
Napoleone era fortissimo, vinceva tutte le sue battaglie, non ne ha mai persa una; lui saprebbe di sicuro cosa fare per riportare la pace in famiglia. Basta chiederlo a lui. Sarebbe un piano perfetto, se non fosse per il fatto che Napoleone è morto, e da parecchio.
Ma questo dettaglio non ferma il piccolo Teo. Pensa e ripensa, arriva a una semplice e logica conclusione: per parlare con Napoleone bisogna morire.

Avete sentito un brivido freddo lungo la schiena? Io sì.
Lorenza Gentile ci racconta l’avventura di Teo e del suo grande piccolo mondo, che rimbalza come una pallina da flipper tra religioni, credenze, leggende, dubbi e domande di ogni forma e colore.
La fregatura è che Lorenza non ci racconta questa storia come se fosse una favola… Anzi, tutt’altro. Lei ce la fa vivere attraverso gli occhi di Teo, ce la descrive con la voce di Teo e la analizza con la mente di Teo. Insomma, è Teo che ci parla di sé, attraverso Lorenza.

L’effetto che si sperimenta leggendo il libro è indescrivibile: sembra di precipitare in un universo gigante pieno di ostacoli insormontabili, come l’impossibilità di andare in metropolitana da soli, di raggiungere i libri esposti sugli scaffali più alti della libreria e di decidere liberamente se andare a scuola oppure no; un universo popolato da persone altissime e molto strane, che non capiscono cosa pensano e cosa vogliono i bambini. Ecco perché “Teo” è un libro per adulti e non un libro per bambini che può essere letto anche dagli adulti… Perché i bambini certe cose le sanno già.

 

Ci sono diverse regole da seguire, quando si scrivono articoli o si conducono interviste destinate al pubblico: una delle più importanti vorrebbe che il redattore di turno facesse il suo lavoro con distacco e professionalità, senza affacciarsi tra le righe più dello stretto necessario. Di solito io rispetto le regole, o per lo meno ci provo. Ma stavolta no.
Stavolta scelgo d’infrangere la regola principe e ci metto del mio.

Avevo un amico, anni fa, con cui trascorrevo ore e ore a parlare di libri.
Si chiamava Teo.
Si occupava di una libreria per ragazzi, in una cittadina del nord-est.
Ora non c’è più, Teo intendo, la libreria c’è ancora e pure la cittadina del nord-est.
Sono sicura che lui avrebbe amato molto il libro di Lorenza.
Teo, questa è per te.

Ella May

 

 

1) Ciao Lorenza. Parto ringraziandoti subito per la bellissima disponibilità che ci hai dimostrato, sei stata più che collaborativa. Nona Londra vorremmo approfittarne, ma ci piacerebbe molto sapere qualcosa di te; ci racconti come sei arrivata a Londra e perché hai scelto di trasferirti tra i sudditi della regina? Quali sono le tue attività nella città della nebbia perenne quando non scrivi?

 

Sono arrivata a Londra a diciotto anni, subito dopo la maturità. Volevo studiare recitazione e l’Inghilterra mi è sembrata il posto giusto dove andare, data la tradizione teatrale che ha alle spalle. In più, avrei avuto l’occasione di imparare l’inglese e aprire i miei orizzonti. Nonostante la pioggia implacabile, è stata la scelta giusta.
I momenti in cui non scrivo sono rarissimi, dopo una o due settimane di stacco ricomincio subito a sentirne la necessità impellente, ma so che è importante fare delle pause e a volte me le impongo. In questi periodi leggo tantissimo, vado a teatro e alle mostre, cerco di aprirmi al mondo il più possibile, se posso viaggio, parlo con le persone che incontro, mi faccio raccontare la loro storia. Immagazzino ispirazioni, personaggi, spunti, idee, notizie che possano arricchire il mio pensiero e di conseguenza i miei romanzi. Sono sempre alla ricerca di nuovi punti di vista.

 

2) Appunto, giusto alla Lorenza scrittrice volevo arrivare. Come ti è venuto in mente di scrivere la storia di un bambino di otto anni? Com’è nata lidea di Teo e com’è arrivata fino alla pubblicazione?

 

All’inizio doveva essere solo un racconto, come tutto quello che avevo scritto prima di allora. Teo si è presentato alla mia mente fatto e finito con un grande problema: incontrare Napoleone per fare tornare insieme i suoi genitori. Mi sono affezionata subito a lui e ho preso a cuore la sua ricerca perché mi metteva davanti a una questione interessante: che cos’è la morte? Esiste l’aldilà? Se esiste, dov’è? Com’è fatto? In men che non si dica il racconto è diventato un romanzo. Tutte le persone a cui lo facevo leggere ne rimanevano affascinate, affezionate, toccate. Sono stati i primi lettori, la famiglia e gli amici, che mi hanno spinto a cercare di farlo pubblicare. Ho prima contattato una tra le più importanti agenzie letterarie in Italia, quella di Vicki Satlow, inviandole il mio manoscritto per posta, con sopra il mio nome e il numero di telefono. Mi ha chiamato dopo due settimane. È stato grazie a Vicki se sono arrivata a farmi leggere da Einaudi.

 

3) Uno dei punti di forza del libro è sicuramente la tua capacità di raccontare avvenimenti e persone attraverso lo sguardo di Teo, tanto diverso dal punto di vista degli adulti. Come sei riuscita a calarti così bene nei panni di un bambino?

 

letturaImmedesimarmi negli altri è un’inclinazione naturale per me. Mi viene spontaneo con i personaggi più disparati. Non ci sono tecniche o istruzioni per l’uso. Sicuramente però è una capacità che si può esercitare, e io l’ho esercitata molto con la recitazione. Poi, credo che c’entri anche la curiosità. Ascolto attentamente quello che mi viene detto, faccio domande, mi soffermo sui discorsi che sento per strada, cerco di comprendere mentalità lontane dalla mia, di immaginarmi modi diversi di vedere il mondo. Leggere, anche, aiuta molto, come andare a teatro o guardare un bel film. Tutte attività che mi portano a scoprire punti di vista diversi sulla vita, da cui trarre ispirazione.

 

4) Quando si diventa grandi (leggi adulti) si perde in qualche modo la dimensione umana che è propria dei bambini. Tranquilla, non sto per chiederti il classico consiglio su come si possa salvare il bambino che è in noi Peggio: sto per chiederti se ricordi i pensieri, i sogni e le paure che hai sperimentato nella tua infanzia. Comera la Lorenza bambina?

 

Sognavo di diventare famosa perché mi piaceva l’idea della limousine e del vestito lungo fino ai piedi. Mi sono esercitata tanto in discorsi sensati e commuoventi per quando avrei ricevuto qualche premio, che fosse l’Oscar o il Nobel non faceva molta differenza, pensavo fossero la stessa cosa. Di paure non ne avevo tante se non quella di venire dimenticata alla stazione, credo che una volta fosse successo, solo una manciata di minuti, e mi era rimasto il trauma.

 

5) Quando avevi otto anni chi era il tuo Napoleone? Ne hai uno anche adesso? Ma soprattutto Cos’è Napoleone?

 

Napoleone è un personaggio guida, detiene la chiave per la vittoria. Ho avuto tanti Napoleoni, nella mia vita. Da piccola erano le Spice Girls, per esempio, poi sostituite da Marco Columbro, è risaputo che ne fossi perdutamente innamorata, ormai non ne faccio più mistero. È stato al liceo che ho cominciato ad appassionarmi ai morti: scrittori, filosofi, artisti. Tra i tanti citerei Giordano Bruno, Marcel Duchamp e Raymond Queneau.

 

6) Questa ti sembrerà strana, ma porta pazienza Proprio non riesco a trattenerla. Cosa sono i bambini?

 

I bambini sono la parte più spontanea, creativa e spensierata di noi, ancora privi di sovrastrutture, incontaminati dal pensiero razionale, sono la fonte viva di energia alla quale dovremmo sempre attingere nella nostra ricerca della verità.

 

7) Visto che hai esplorato lanima di un bambino come Teo, posso chiederti come vedi te stessa nelle vesti di madre?

 

Mi sono immaginata madre molte volte e sono sicura che sarò molto presente. Farò senza dubbio il possibile per giocare con i miei bambini perché è il loro modo di sentirti vicino e cercherò di imparare il loro linguaggio per non farli sentire mai soli.

 

                    autografi      presentazione

 

8) Perdonami, abbiamo divagato. Torniamo a Teo: la nonna gli ha insegnato il gioco del destino (inutile che ci proviate, non ve lo spiego, dovrete leggere il libro per scoprire cos’è. Ndr.) un gioco che serve per rispondere alle domande senza risposta Lhai inventato tu o te lo hanno tramandato?

 

L’ho inventato io, anche se ho sempre pensato che lo facessero tutti. È un modo molto pratico per ottenere risposte dal cielo.

 

9) Teo affronta molte battaglie nel corso della sua breve storia: la battaglia principe è sicuramente quella che ingaggia per far tornare la serenità in famiglia, ma mi ha colpito molto anche la guerra continua che si trova a sostenere per farsi ascoltare dagli adulti. Deve sempre inventarsi dei trucchetti per catturare la loro attenzione e ricevere una risposta alle sue domande. Perché gli adulti non sanno ascoltare i bambini?

 

Guardandomi intorno mi sembra che la maggior parte degli adulti abbia dimenticato il linguaggio dei bambini. A volte li ascoltano, ma senza riuscire a parlare la loro lingua. Per fare un esempio: se un bambino ha paura del lupo e un adulto cerca di rassicurarlo dicendogli che il lupo non esiste, ottiene l’effetto opposto perché il bambino si sente incompreso, per lui esiste eccome. Bisognerebbe andare un po’ più in profondità per capire che cos’è, in realtà, ciò che il bambino chiama lupo. Potrebbe essere l’ignoto, magari, o il male. Questi esistono eccome, noi tutti ne abbiamo paura. Non sapendo come nominare queste realtà, il bambino le chiama lupo. Piuttosto che ignorare il problema, sarebbe bene insegnargli a proteggersi dal lupo o meglio ad affrontarlo. È solo un esempio, ma spero di aver reso l’idea. Nel caso di Teo, è il suo bisogno di incontrare Napoleone che significa qualcos’altro: la necessità di una famiglia felice. Ma nessuno degli adulti fa lo sforzo di leggere tra le righe per riuscire a capirlo.

 

10) Un altro aspetto interessante e, perché no, molto divertente del tuo piccolo protagonista è la sua mania di appuntarsi via via schemi sintetici per mettere in ordine le informazioni che riesce a trovare. E devo ammettere che i suoi riassunti sono davvero stupendi e molto significativi!

 

È un bambino metodico, oltre che determinato, ed è proprio in questo che si concentra l’aspetto comico ma anche drammatico della vicenda. Teo cerca di razionalizzare qualcosa di impalpabile per riuscire a capirlo, e più ci prova più questo gli sfugge.
È un avvertimento per gli adulti, l’iper-razionalizzazione difficilmente porta a risposte esaustive sulla vita, che è governata (a mio parere) da leggi invisibili, quanto più possibile lontane dalla logica.

in libreria 

11) A un certo punto Teo dice che gli adulti fingono spesso di sapere tutto, ma così facendo si precludono la possibilità di fare domande e quindi non imparano mai niente. Invece ne avrebbero da imparare

 

L’orgoglio è sempre una fregatura. Solo rimanendo umili si riesce ad imparare qualcosa.

 

12) Il libro tratta molti temi: i rapporti familiari e il dolore della separazione, la religione, la morte, la vita, lamicizia Quanto può essere difficile per un bambino venire a capo di concetti così complessi che spesso neanche gli adulti hanno ben chiari?

 

Sono temi importanti e difficili, sui quali pochi di noi si sono fermati a riflettere veramente.
Per come la vedo io, nell’affrontarli un bambino ha le stesse difficoltà di un adulto. Anzi, forse per lui è un po’ più semplice perché ha ancora un forte intuito che, all’occasione, lo può aiutare ad avvicinarsi alla verità.

 

13) Sembrava che a fare quello che facevano i bambini si sentivano un po stupidi”… dice Teo degli adulti. I miei genitori non ci sapevano più giocare (a nascondino). Vincevo sempre io. Conosci un adulto che sappia giocare come si deve a nascondino? Tu ci sai ancora giocare?

 

Avendo studiato teatro mi viene facile giocare con i bambini. Bisogna lasciarsi un po’ andare e credere molto nel potere dell’immaginazione.

 

14) Teo si sente perennemente colpevole: si colpevolizza per le liti tra i suoi genitori, per le sfuriate della sorella e per molte altre situazioni che in realtà non dipendono in alcun modo da lui. Com’è il senso di colpa dei bambini?

 

È un fenomeno che non ho mai vissuto in prima persona o che non ricordo, per lo meno, ma del quale ho sentito tanto parlare, soprattutto dai bambini. Mi sembra naturale: se due genitori non riescono a dare una spiegazione plausibile ai loro figli del perché litigano o in casa c’è tensione, ma anzi negano il problema, i bambini iniziano a sospettare di essere i responsabili del conflitto e che i genitori ce l’abbiano con loro.

 

15) Qual è secondo te la colpa più grande degli adulti nei confronti dei bambini?

 in tv

Non mi piace parlare di colpa, parlerei piuttosto di responsabilità. Il punto è sempre lo stesso: la responsabilità più grande da parte degli adulti nei confronti dei bambini, secondo me, è quella di riuscire ad instaurare con loro una comunicazione efficace e aperta, basata su un linguaggio costruito insieme, comprensibile da entrambe le parti.

 

16) La morte: Teo non ne ha paura, la cerca e la programma con un notevole senso pratico. Si dice di continuo: questo non posso farlo perché non ho i mezzi, questo posso farlo se distraggo la tata E via così. Per lui la morte è solo una via per raggiungere il suo scopo e non centra con il voler chiudere con la vita, anzi, tuttaltro.

 

Teo incarna l’essenza di tutte le religioni. Per lui la morte non è che un altro aspetto della vita, una dimensione diversa; non la fine, ma una trasformazione. Teo fatica a comprendere il concetto di “non-esistenza”, di nulla, tanto comune nella nostra epoca, ma tanto lontano dalla maggior parte delle filosofie e delle religioni, a parte, ovviamente il Nichilismo. C’è forse un’implicita critica a quest’ultimo sistema, nel libro. Al contrario di tutti gli altri pensieri, infatti, è l’unico a non essere dimostrato.

 

17) Non vado oltre, per non rischiare di raccontare troppo di una trama che merita di essere letta e scoperta un passo alla volta, assieme a Teo. Però tu ci prometti che non smetterai di scrivere? E già che ci sei Ci regali unanteprima sui tuoi progetti futuri?

 

Smettere di scrivere sarebbe come smettere di pensare o di respirare. Impossibile. Da quando ho cominciato (avevo quindici anni) non ho mai smesso. Scrivere è il modo più efficace che ho per capire il mondo. È sempre stato così. Inventare storie è una necessità per capire meglio la mia, e quella delle persone che mi stanno intorno. In più, è maledettamente divertente!
Il prossimo romanzo è in fase di editing e uscirà l’anno prossimo sempre per Einaudi Stile Libero.
L’unica cosa che posso anticipare è che anche questa volta sarà un personaggio a farvi innamorare… ma in modo molto diverso!

 

18) Lorenza, avrei almeno altre venti domande da rivolgerti, ma purtroppo per me e fortunatamente per te siamo arrivati alla conclusione. Saluta Teo, a modo tuo

 

Mi verrebbe più spontaneo salutare voi da parte sua: “Sayonara!”, vi dice, convinto sia cinese.

 

 

 

http://www.lorenzagentile.com/index.php/it/

 

 

 

 

(Foto gentilmente concesse dall’autrice)

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