di Flavia Chiarolanza

 

L'ultimo spettacolo

 

Conviene parlare di distopia? L’esperienza insegna che il nostro quotidiano può subire una deriva distopica dall’oggi al domani, mentre la realtà guadagna punti rispetto a un set di fantascienza.

Il genere distopico, che sia filmico o letterario, rimane tra i miei preferiti. Purché, si intende, la trama venga ideata secondo i crismi. E non è facile.

Stante la frenesia di cercare in rete tutti gli aggiornamenti sulle pandemie nostrane, sono grata a Vincenzo Zonno che riesce sempre a distrarmi con la sua penna fantasiosa. E infatti, a distanza di due anni, eccomi nuovamente qui a recensire un suo libro: L’ultimo spettacolo. Già il titolo ha un sapore apocalittico, così come i colori e la grafica della splendida copertina (opera di Salvatore Palita).

Inizio a parlarvene prendendo spunto da una delle tante riflessioni che, al suo interno, mi hanno colpita: le nuove generazioni soffrono meno nell’adattarsi ai cambiamenti, dato che nei meandri di una società distorta ci sguazzano dalla nascita. In questo modo perdono ogni stimolo alla ribellione, non dovendo fare i conti con l’assenza di libertà un tempo scontate. La libertà religiosa, per esempio, oppure la libertà di essere processati senza prima farsi un giro nelle stanze delle torture. Ma soprattutto, la più sacra delle libertà: quella di esercitare il proprio arbitrio, decidendo in autonomia senza l’avallo di un’autorità superiore, che muove le fila dall’alto e priva l’individuo di ogni scelta, guidandolo con odioso fare paternalistico.

Zonno disegna un mondo davvero inquietante, pericolosamente vicino a quello che stiamo contaminando e lasciando in eredità ai posteri (virus compresi). Il suo è uno sguardo che si allunga lungimirante sulle sfaccettature di una realtà in continua evoluzione, diretta forse verso l’apocalisse. E pensare che questo romanzo ha visto la luce prima dell’attuale pandemia…

Com’è, in buona sostanza, il mondo descritto da Zonno? Un mondo tanto marcio nelle fondamenta quanto pulito e ordinato in superficie. Ma cosa farsene di tanta pulizia, se nel sommerso cova un male che impedisce alla natura di fiorire? I personaggi si muovono in parchi dai colori artificiali e le geometrie perfette. Gli animali sono gli unici a non gradire tale perfezione: annusando erba fittizia e fiori di plastica, stentano a ritrovare quegli stimoli che sono fondamentali per metterli in sintonia con l’ambiente circostante.

Harpo è un protagonista straordinario, come tutti quelli che popolano i romanzi di Zonno: mai banali, mai scontati, inafferrabili fino all’ultima pagina, laddove – immancabile – arriva il colpo di scena. Direi anzi la più imprevedibile tra le scene madri: quella che – insieme al sipario – si porta dietro gli applausi scroscianti della platea.

Una domanda accompagna il lettore per tutto il tempo: è lui, proprio lui, Harpo, l’autore dell’omicidio che apre le pagine del libro? Tutti gli indizi presenti sul luogo del delitto sembrano confermarlo, ed ecco che la narrazione si tinge dei colori del giallo. Ma posso assicurarvi che la trama thriller non sarà l’unica ad avvincervi.

Al termine della lettura ho richiuso il libro pienamente appagata, serbando il ricordo delle sue immagini più potenti; e riflettendo sul suo messaggio con un pizzico di timore, mentre lo sguardo volgeva alle mura invisibili della quarantena. In fondo, un buon libro è come un buon film: quando esci dalla sala, continui a pensarci.

 

Ciao, e auguri a tutti di simpatiche previsioni post apocalittiche…

 

Vincenzo Zonno, L’ultimo spettacolo, Catartica Edizioni, Collana In Quiete, Pagine 192.

 

Gamy Moore
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Gamy Moore

Gamy Moore, ovvero Paoletta, Piumetta, e chi più ne ha più ne metta... Croce e delizia della rete.
Sceneggiatrice, scrittrice, poetessa in rima.
E il mondo viveva meglio prima.

www.paolacimmino.it
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