Recensione di Marco Candida

Massimo Salvatore Fazio è catanese: e leggendo il romanzo di Massimo Salvatore Fazio ci si invischia, fin da subito, in una lingua ricca, satura, piena. E il linguaggio pare del romanzo l’elemento portante. Più degli episodi in esso narrati: un insieme di facezie da commediola, tutto sommato, benché dotati di freschezza, una spensieratezza trascinante, una leggerezza avvolgente, per introdurci nel mondo di Paolo e Adriana, e della loro relazione, e del bernoccolo di Paolo per la chitarra, in particolare il flamenco, e poi gli studi di Paolo in Psicologia, e il soggiorno londinese all’estero, e le conferenze a Madrid, una girandola: Catania, Londra, Madrid, una farandola: di incontri, di impressioni, situazioni. Sempre con un linguaggio attento ai sentimenti, descrizione esatta di emozioni: degne, per dire, di un Recalcati, di un Crepet, di un Galimberti, di un Morelli; ma soprattutto le soluzioni espressive rendono la leggerezza penetrante e non aerea, profonda e non di superficie. E leggendo, non sai mai se la sperimentazione di Massimo Salvatore Fazio sia sperimentazione, perché Massimo Salvatore Fazio, come abbiamo scritto in apertura, è catanese, e le soluzioni formali ricordano l’intonazione e il linguaggio di Sicilia, o del Sud, con una naturalezza, una musicalità, da appunto far dubitare ci sia atto volontario di sperimentazione, ma tutto avvenga naturalmente, ovviamente, persino. I costrutti e i modi d’esprimersi del Sud sono già poesia, letteratura, e tu non sai se l’autore abbia sperimentato, o si sia limitato a scrivere come mangia, trasferendo su carta un modo d’esprimersi già di per sé viscoso, denso, sapido, riecheggiante voci dei grandi padri della letteratura italica, Pirandello e Verga, e Vitaliano Brancati e Gesualdo Bufalino. Questi del Sud scrivono ed è subito letteratura. Mentre al Nord la lingua è meno colorita, più asettica, neutra, ed essendo più incolore si tinge facile facile di modi e costruzioni di lingua anglo-americana. Si fa più fatica, per chi del Nord, a trovare lingua domestica, linguaggio separato, atto a creare da subito un filo diretto col lettore, un’intimità, rendendo così unica l’esperienza di lettura. Unica, ancorché le vicende siano, come detto, leggerucce, come un Erasmus, o la partecipazione a una trasmissione televisiva, o un amore tormentato, ma vero, indissolubile. E poi, arriva pure, nel finale, il colpo di scena: un pugno ai reni. Uno scossone dalla sciarada, dal dileggio, appunto, perpetrato dal bravo autore nei confronti del lettore per tutta la narrazione. Ottimo, ottimo esordio, questo, di Massimo Salvatore Fazio. Libro consigliatissimo: libro di letteratura italiana, per chi ama la letteratura italiana, un libro italiano.   

 

Estratto

A Catania sentirsi straniera nella propria città. Ma Adriana è fuori posto ovunque, dice di sé allo specchio, in un mattino di terrore e Scirocco. Esplodono i cassetti perfettamente ordinati nel computo dei quaranta e più anni e degli uomini, a volte appaganti a volte meno, tutti in un fiat, passati da alba a flagello.
Esce la sera con amiche recenti e anche trentenni. La calura devasta meno se è trama senza ordito, se non c’è relazione ma impatto, endorfina. Qualche scopata, appunto, in presunta libertà. Non è suora Adriana, è sola. È vana in un procedere per specchi che cancellano.
Talvolta le capita di pensarsi con un ometto a passeggio, ben accolta nei luoghi rituali, nella città che raramente dorme, che non ha politica. Sa di se stessa la magia di un decollo perfetto, dell’aereo che si impenna, s’alza, vira e poi schizza. Tutto ciò da guardare come la tipa, ieri notte al centro, presa per spaccio di quattro pillole, due canne e della madre che piange.
Si conclude il rito di Adriana nel rientro a casa, a tarda notte, con l’arsura dell’alcol e con il bruciore, come si dice, nella bocca dell’anima, con la testa che pulsa, spinge, preme così forte da voler spaccare le quattro pareti.

 

Massimo Salvatore Fazio, Il tornello dei dileggi, Arkadia Editore, 2022

Gamy Moore
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