di Ella May

 
Sette Diavoli

 

È stato definito da Joe R. Lansdale “raffinato ed intelligente”, ha una scrittura pungente e toccante, collabora con il Corriere della Sera e tira di boxe. Marco Archetti non può essere considerato un “promettente” scrittore, perché dal 2004 ad oggi lui di promesse non ne ha mai fatte eppure le ha sempre mantenute tutte, con un’infilata di romanzi uno più azzeccato dell’altro. Se non lo conoscete ancora, consiglio caldamente di porre rimedio: non ve ne pentirete.

 

1) Ciao Marco, benvenuto nei meandri di LetterMagazine… Sei pronto? Prendiamo spunto dalla biografia presente sul tuo sito, che racconta la tua vita in modo abbastanza dettagliato, scandendola con i titoli e le date delle tue pubblicazioni. Partiamo da quando hai iniziato a vivere per conto…

 

Me ne sono andato di casa molto giovane, a diciotto anni. Mi sono mantenuto facendo mille lavori, lavori che non avrei nessun problema a rifare domattina. La scrittura non è elezione semi-divina da cui non si può tornare indietro. Diciamo che in quel momento andava già bene così. Volevo essere indipendente e ci riuscivo. E poi scrivevo, di notte e di giorno, in ogni momento libero. Scrivevo e leggevo, ma senza la piena consapevolezza del perché lo facessi. Scrivevo e leggevo e basta. Era un fatto.

 

2) Capitolo “Cuba”: questa parte della tua storia è appena tratteggiata nella biografia… Chi è Omar Perez? Come hai vissuto a Cuba e come ti ha cambiato quel periodo?

 

Il periodo cubano è stato il periodo più bello e più brutto della mia vita. Ho conosciuto molte persone, tra cui Omar, poeta, saggista, scrittore, uomo di quieti slanci, col carisma del pensiero. È stato un fratello. Ma ho anche vissuto, purtroppo, i problemi dei miei amici: la galera, i ricatti, la censura, la miseria. Promettevano paradisi, da quelle parti.

 

3) A Cuba nasce “Lola Motel”, pubblicato nel 2004 con Meridiano Zero, ma avevi già scritto altri 5 romanzi, rimasti per tua scelta in un cassetto. Perché quello, invece, hai pensato di pubblicarlo? E come sei arrivato a farlo con Meridiano Zero?

 

A Meridiano zero ci sono arrivato grazie al servizio postale. Ho inviato il romanzo e mi hanno risposto. Ho pensato di proporre quel romanzo e non uno qualunque degli altri cinque – che ho dato alle fiamme, per mia e vostra fortuna – perché lo sentivo più maturo. Non in senso assoluto, ci mancherebbe. Ma in quel momento era quanto di meglio potessi fare. 

 

4) Da Meridiano Zero a Feltrinelli, con “Vent’anni Che Non Dormo”. Raccontaci questo salto, compiuto in un solo anno.

 

Sì, si trattò di un salto in senso stretto. Mi ritrovai, da aspirante scrittore inconsapevole – non mi sono mai detto che volevo scrivere, semplicemente scrivevo perché per me era come respirare, e poi mi hanno pubblicato – a un pranzo milanese in cui Alberto Rollo mi rivolgeva critiche e complimenti, e mi parlava di un contratto da firmare presto. La sera ho festeggiato. Con una certa immoderatezza, a dire il vero.

 

5) Invece “Jet Lag”?  Parlaci di questa parentesi.

 

Fu il racconto con cui ho partecipato a “Scritture giovani”, festivaletteratura di Mantova 2005. Ci avevano dato un tema: l’Altrove. Io, che già all’epoca avevo in odio i birignao, scrissi un racconto sventato e comico, ambientato in un cimitero. Ad alcuni è piaciuto, ad altri no. Io non mi rileggo mai.

 

6) Poi dal 2005 al 2008 non ti sei fermato un attimo: per “Maggio Splendeva” ti sei trasferito a Roma, “Gli Asini Volano Alto” l’hai presentato a Firenze… Ed in mezzo ci hai infilato ben due festival internazionali. Tre anni senza respiro!

 

“Maggio Splendeva” è ambientato a Roma nel 1936 e mischia Storia e fantastico. Sentivo la necessità di cambiare direzione dopo “Vent’anni Che Non Dormo”, che fu molto amato ma che non volevo mi cacciasse in un cul de sac narrativo. Andai là per fare dei sopralluoghi, come i registi. Poi un’amica mi disse: “Restaci, no?”. E ci sono restato due anni. Da lì mi sono trasferito a Milano, dopo un breve periodo in Toscana. In un inverno cupo ho scritto “Gli Asini Volano Alto”, un romanzo comico sui Dieci Comandamenti e su due fratelli. Poi ho partecipato al festival internazionale di Guadalajara, in Messico. Ricordo un’intervista per la radio nazionale con Pino Cacucci e Bruno Arpaia molto divertente. E poi il viaggio di ritorno, in aereo, con Sveva Casati Modignani che mi raccontava delle sue esperienze in Africa.

 

7) Ed arriviamo al 2011, dopo qualche anno di fermo nel settore romanzi: con “Sabato, Addio” dai il via ad una sorta di trilogia, ambientata nel quartiere Carmine di Brescia ed ispirata all’ “Antologia di Spoon River” di Master, in cui il protagonista di turno racconta in prima persona la propria vita. Ci spieghi meglio?Marco Archetti

 

Io avevo già in mente una storia come quella di “Sabato, addio”. Poi, un’estate, nel rileggere il libro di Master – pescato a caso tra decine di altri, dalla libreria estiva di un’amica: bellissimo – ho trovato il criterio narrativo (il letto del fiume, insomma) che mi interessava. Volevo scrivere la storia di un uomo brutto e di una donna bellissima, con gli accenti del noir. Come in tutti i miei libri, considero guadagnata la pagnotta solamente se riesco a far sì che il lettore non mi molli, ed abbia voglia di voltare pagina chiedendosi: “Cosa succederà, adesso?”

 

8) Il presente: 2013, “Sette Diavoli”, secondo capitolo della trilogia suddetta, pubblicato con Giunti Editore e non più con Feltrinelli. Come mai questo “cambio di marchio”?

 

Perché succede. Si cambia lavoro, si cambia editore. Se ne trova uno nuovo, si ritorna con quello vecchio. È il valzerone consueto. La quadriglia che balliamo tutti, al lavoro e nelle cose di ogni giorno.

 

9) “Sette Diavoli”: qui fermiamoci un attimo… Torna il tema della guerra. Perché?

 

Hai ragione. Il tema della guerra è spesso presente nei miei libri. Non saprei spiegarlo, però. In generale non indago a fondo sui perché delle cose che scrivo. Le scrivo. Da lì in poi, lavorano gli altri, interpretando, immaginando, sistematizzando. Io mi faccio travolgere. Passato il turbine, passo ad altro.

 

10) La protagonista di “Sette Diavoli” è Egle: sappiamo che questo personaggio ti “è nato” ascoltando il racconto disordinato di una signora seduta in un bar. Esempio di come la realtà può essere spunto primitivo per poi diventare immaginazione. Come funziona la tua mente di scrittore?

 

La mia mente di scrittore è la mente di chiunque altro, che vede una persona e ci fantastica su. Mi succede dalla mattina alla sera: in tram, a piedi, in automobile mentre sono fermo al semaforo, ascoltando la radio. La realtà non va sprecata. Le storie hanno due gambe e due braccia e sono tutte tra noi. Io davvero, credimi, vedo le persone come romanzi ambulanti. Ognuno è felice, triste, crudele, indifferente, emotivo, altruista. Ognuno racconta qualcosa. Ognuno si porta dietro un fardello o una collezione di farfalle. Bene, scrivere vuol dire dare un ordine a queste fantasticherie. Dar loro un senso, un capo e una coda. Una bella storia è una bella storia. Ma esiste solo quando viene raccontata. 

 

11) Egle: una donna sola, in mezzo alla fine della Guerra, in mezzo al primo dopo-guerra. Nel cuore di Brescia. Una donna che ha Sette Diavoli in corpo. Una donna che in qualche modo nasce al mondo già vinta, ma che non si piega mai, neanche alla fine, pur dovendo giocare con le regole di un gioco imposto. Le hai voluto bene raccontandola? Parlaci del tuo rapporto con questo personaggio…

 

Io ho amato Egle come solo, prima, Ester di “Maggio Splendeva”. Anche Filippo di “Sabato, Addio”, devo dire, l’ho molto amato. Ma Egle è Egle. E poi è una donna. Scrivere immaginando di essere una donna – ed essendo, dunque, una donna, per qualche mese della mia vita – è stato bellissimo. Io mi immergo sempre in ogni personaggio che racconto. E ogni personaggio che racconto per me è esistito, esiste. Chiudo gli occhi, ed è sempre qui.

 

12) “Sette Diavoli” è un romanzo molto crudo, diciamocelo. Non è una di quelle storie che le leggi e ti scivolano sopra come l’acqua. Riesci a tratteggiare il clima emotivo che lo percorre, a colori?

 

Non so cosa rispondere. E poi vorrei che ognuno tenesse dentro sé il clima in cui si è immerso. Chi sono io per smentirlo? Non credo che uno scrittore debba dire troppo di ciò che ha scritto.

 

13) In questo romanzo di violenza ce n’è, in molte forme. Eppure spesso non la vediamo, la si intuisce “soltanto”, e non so dire se così sia più o meno invasiva. Perché questa scelta espressiva, se possiamo chiamarla così?

 

Per una scelta consapevole. Secondo me un romanzo non deve raccontare tutto. Deve lasciare interstizi, vuoti, corridoi. Scrivere anche ciò che non si scrive e riuscire a far sì che il lettore lo legga: questo è il difficile.

 

14) Chiudi la biografia sul tuo sito con questa frase: “Detesto chi scrive per amore di se stesso e non delle storie che racconta”. Cosa hai amato della storia di “Sette Diavoli”, al punto di volercela raccontare?

 

Ho amato, di questa storia, la forza della protagonista. E la possibilità di raccontare una donna in prima persona, accettando, di fatto, un rischio. Ma ogni romanzo che scrivo per me è un gioco serissimo, è una scommessa. Mi chiedo: riuscirò ad arrivare fino in fondo? Riuscirò a dire quel che devo dire, e a dirlo nel modo migliore? Riuscirò a dire anche, per soprammercato, qualcosa di più? Sarò all’altezza? Crollerò prima? Domande e domande. Rispondo scrivendo, cioè dimenticandole.

 

Archetti15) Facciamo almeno uno scatto fotografico sul Marco Archetti “scrittore-essere umano”. Sappiamo che non scrivi seduto alla scrivania, immerso nel silenzio di uno studio arredato ad hoc: tu scrivi nella tua cucina, oppure seduto in un bar. Cos’è che ti piace tanto delle cucine e dei bar? Scrivi a penna su fogli di carta o giri con il portatile sottobraccio? Hai un bar “fisso”?

 

Delle cucine amo la luce e la semplicità. Mi ci trovo bene. Dei bar amo il viavai, il luccichio dei bicchieri e delle tazzine, il gargarismo della macchinetta mentre fa il caffè, i giornali svolazzanti in giro e il rumore di fondo. A un certo punto posso alzare la testa, vedere o sentire qualcuno, e portarlo dentro quel che sto scrivendo. Io collaboro con la realtà, mentre scrivo, non la respingo affatto. Ho un paio di bar fissi, sì, e giro col portatile sotto braccio. Scarabocchio moltissimo anche sui fogli, però. Soprattutto le strutture, le trame. Io lavoro moltissimo sulle trame. Tutti credono che io lavori sodo sul lessico o sulla forma. Be’, non è così. Lì mi viene tutto abbastanza facile, a volte, addirittura, buona la prima. Invece sgobbo come un matto sulla trama e sul ritmo. La mia vera ossessione è il ritmo. Ciò che non ha ritmo, io non riesco nemmeno a leggerlo. È come nella boxe: se non hai ritmo, le prendi.

 

16) Romanzi vs racconti: tu che li pratichi entrambi, quale forma preferisci?

 

Li pratico entrambi, vero, ma con una differenza: anche come lettore, mi sento più congeniale il romanzo. Non escludo tuttavia che una mattina io mi alzi e mi scopra scrittore di racconti, e magari scriva solo quelli. Il mio lavoro mi deve sorprendere, lo pretendo e faccio di tutto perché possa accadere.

 

17) Spuntano come funghi, un po’ ovunque, corsi di scrittura creativa: servono secondo te? Cosa fa di un uomo (e di una donna) uno scrittore?

 

Difficile da dire. Bisogna aver voglia di raccontare, uscire da se stessi, abbandonare lo specchio ed essere appassionati agli esseri umani. E aver letto carriole di romanzi. Parlare con tutti. Immaginare di essere chiunque. Non chiudersi in casa. Amare. Odiare. E poi fare un passo indietro.

 

18) A bruciapelo: perché la boxe?

 

Parlare di boxe per me è un invito a nozze. Una volta si diceva così, “invito a nozze”, eppure io sento gente che dice sempre: “Che palle, sono invitato a un matrimonio”. Tornando a noi, cioè ai guantoni: la seguo fin da piccolo. I gloriosi anni ‘80 visti dal mio divano: Marvin Hagler, Sugar Ray Leonard, Roberto “manos de piedra” Duràn, il grandissimo Julio César Chavez. Mio padre la seguiva. E io di conseguenza. Poi, grazie a un reportage che il Corriere della Sera mi ha fatto fare all’interno di una storica palestra di boxe bresciana – la Mariani, quella dove io stesso mi alleno – ho riscoperto l’amore che si era sopito. I sacchi, gli specchi, l’ambiente angusto e un po’ lugubre, l’odore della fatica, il ring e le corde: il giorno dopo mi sono presentato per cominciare. La boxe è bellissima. È uno sport che racconta storie, che narra l’uomo, i suoi sogni, i suoi fantasmi. Per me il pugilato è resistenza e dignità, forza e fragilità, intelligenza e sportività, mistero e semplicità. Io rispetto molto i pugili, e non solo quelli che sono miei amici e di cui conosco da vicino i sacrifici e gli sforzi. Ma tutti.

 

19) LetterMagazine ti saluta e ti ringrazia moltissimo per esserti raccontato un po’… Ma non senza chiederti un appuntamento: a quando il terzo capitolo della trilogia?

 

Ancora non lo so. Ma so che presto un personaggio mi prenderà per il collo e mi disturberà il sonno. Presto non risponderò più con costanza al telefono. Presto, felice come un bambino, mi metterò a scrivere, e per mesi e mesi esisterà solo quello e sarà bellissimo, ma ecco… in questo momento non so quando accadrà. Spero domattina.

 

 

 

http://www.marcoarchetti.it/index.html#home 

httpv://www.youtube.com/watch?v=GC_BQ5IWFIM


 

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