Napoli è nelle prime pagine della cronaca, sopratutto nera ed allora un tocco di sano cazzeggio non guasta anche per dimostrare che, malgrado tutto, abbiamo sempre la capa fresca.
Il tema di Agata è quello solito delle canzoni napoletane: il male d’amore, la donna zoccola e la precarietà della condizione economica (insomma ‘o muorte ‘e famme).
Questo avviene attraverso un abile meccanismo poetico in crescendo degli autori Pisani e Cioffi, in una lirica costruita con tre strofe ed un ritornello ripetuto.

Il tono non è quello solito lamentoso e piagnucoloso, ma sarcastico ed ironico con un sottile delicato ricorso al doppio senso.

 

 
Veniamo all’analisi di dettaglio.
STROFA n. 1
Io mme metto ‘o steccadente in bocca
pe’ nun fumá…
Nun ce veco e nun mm’accatto ‘e llente
pe’ sparagná…
Vivo solo col mensile
d’impiegato comunale,
spacco ‘a lira, spacco ‘o soldo,
spacco pure ‘o “duje centè'”…
e tu invece te la intendi
col padrone di un caffè?!

COMMENTO ALLA STROFA n. 1

E’ un incipit Mirabile, quasi manzoniano (come quel ramo lago di Como). Che icastici questi versi quando delineano la figura di questo autentico morto di fame che rinuncia a tutto, all’innocente vizio del fumo, trascura la sua salute per accondiscendere ai capricci dell’amato bene e da vero signore non dice esplicitamente, ma sottolinea con delicatezza e da vero gentleman il comportamento poco onorevole della signora che si accoppia carnalmente con un volgare commerciante. Ci piace sottolineare la contrapposizione sociale tra l’impiegato comunale, a stipendio fisso, morto di fame , con le pezze a culo, cornuto ed “il padrone di un caffè, commerciante , ricco , evasore fiscale e cornificatore del nostro.

E tutto questo da una valenza di protesta sociale che travalica il tempo.

Sin qui sembrerebbe il solito lamento del cornuto, che è un tops riccorrente della canzone napoletana, ma nel ritornello c’è lo scatto di orgoglio, la ribellione.

RITORNELLO

Agata!
Tu mi capisci!
Agata!
Tu mi tradisci!
Agata!
Guarda! Stupisci…
Come Ch’è ridotto quest’uomo per te!

COMMENTO AL RITORNELLO

Una chiave di lettura superficiale indurrebbe ad affermare che siamo sembre nell’ambito del genere “lamento del cornuto”. Ma la più recente corrente esegetica che mi sento di condividere interpreta questi versi come un beffa ridanciana e plautina nel solco delle fabulae atellanae, quindi al verso “guarda stupisci” va dato una notazione priapea ed infatti le intepreti più attenti accompagnano alle parole guarda stupisci da un inequivocabile gesto che indica il basso ventre. L’esegesi di scuola priapea è confermata dalla crasi della lemma stu pisci (il cui significata è di tutta evidenza) e dalla ripetizione del ritornello, al termine di ogni strofa, con un tono in crescendo che vuol simboleggiare l’atto sessuale.

STROFA n .2
Mm’accattaje nu cappelluccio tuosto
tre anne fa…
E, ‘a tre anne, ‘o tengo sempe ‘ncapa…
Nun c’è che fá…
Stu vestito grigio scuro,
s’è cambiato di colore…
Mo s’è fatto verde chiaro:
Era n’abito ‘e papá…
E mm’ha ditto ‘o cusetore:
“Nun ‘o pòzzo arrevutá:
ll’aggio troppo arrevutato…
Ve cunziglio d”o jettá….”

COMMENTO ALLA STROFA n. 2

E qui si ritorna al lamento ma con una più intensa vena di sarcasmo e con una allusione forte al duro, al tuosto del cappelluccio ( e priapo balza con tutta la sua intensità ). Voglio ricordare le metafore “r’a cape ‘e coppe e r’a cape ‘e sotto” che ricorre di frequente nel linguaggio popolare tanto caro alla borghesia napoletana. Mi piace sottolineare ancora la potenza espressiva del ritratto del sarto di famiglia (mestiere decaduto) che richiama nello stesso tempo sia personaggi popolari di Viviani sia quelli borghesi di Scarpetta. Come il ricordo dell’abito rivoltato è una pesante critica all’esasperato consumismo contemporaneo.

Dopo la strofa n. 2 si ripete il ritornello con enfasi maggiore come ho puntualizzato in precedenza.

RITORNELLO
Agata!
Tu mi capisci!
…………………..

STROFA n. 3
Ho ridotto il pasto giornaliero,
sempre per te…
‘A matina, nu bicchiere d’acqua…
senza cafè!
Vèngo â casa e nun te trovo,
‘o purtiere tene ‘a chiave:
– Dov’è andata? –
– A’ sala ‘e ballo!
-Mi commuovo…e penzo che
te facive ‘a partetella,
tutt”e ssere, ‘nziem’a me…
Mo mme faccio…’o sulitario,
guardo in cielo e penzo a te!

COMMENTO ALLA STROFA n. 3

Qui si raggiunge l’acme della lirica: con i versi finali che sono un allusione esplicita all’amore solitario. Priapo trionfa e trionfa soprattutto con il ritornello finale nel quale si esplicita con completezza il gesto.

LA VERSIONE “ITALIANA” DI NINO FERRER

 

A PROPOSITO DI TRADIMENTI, CORNA E DISPIACERI ASSORTITI

 

 

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