di Enrico Antonio Cameriere

 albero colorato

Love will tear us apart

Respirò profondamente due o tre volte girandosi attorno appena fuori della sua tana.
Era una giornata luminosa e uno splendido sole spuntava molto in alto tra i fili d’erba più grandi. Si sentiva appena un vento fresco che arrivava fino in basso, ma in alto doveva soffiare a un’intensità molto maggiore. Le nuvole, ben definite, di un bianco violaceo, si spostavano velocemente inseguendosi all’infinito.

Non aveva mai visto dei colori così intensi, pieni, carichi. La saturazione cromatica dava un volume particolare agli oggetti, l’erba appariva così invitante anche per lui che era un carnivoro convinto; non aveva tanta voglia di cacciare in una giornata del genere e salì sullo stelo più invitante a godersi lo spettacolo.

Dall’alto tutto era ancora più bello. Si fermò un po’ su una grossa foglia, così come abitualmente faceva quando cacciava nell’attesa di mosche, api, vespe o altro. Quel giorno, però, era intenzionato ad abbandonarsi, il cibo sarebbe venuto e non era mai stato un grosso problema procurarselo. Cacciare era stato sempre il suo grande piacere. Non c’era nulla di più appassionante che appostarsi, nascondersi tra le foglie, muoversi di scatto e, senza tentennamenti, afferrare la preda, sentirla gemere fino all’immancabile scricchiolio finale. Non era crudele, era solo un logico passare di vitalità da un essere a un altro. Chissà che cosa provava l’altro in quel momento… Se lo era sempre domandato, non la vedeva come una sopraffazione, ma come una normale fatalità, un evento naturale tra due esseri.

Non sapeva se gli piacesse di più appostarsi e cogliere le prede all’improvviso, vedere lo sguardo sgomento e perso, o sentirle smarrite nella sua stretta. Non era un abbraccio sensuale, certo, ma la morte aveva un suo fascino… Tra preda e carnefice si instaurava un rapporto molto particolare non riducibile né alla violenza né alla seduzione, ma a una loro particolare miscela. Più le vittime erano impaurite più era seducente il gioco. Non era come poteva apparire al primo impatto: anche le vittime avevano un ruolo nella seduzione; pratocerto era un atto finale, ma i suoi occhi si incrociavano con quelli della preda e qualcosa passava, non sapeva definire bene, ma non era solo paura, ne era convinto.

 

Quella non sarebbe stata una giornata di caccia. Aveva voglia di abbandonarsi a sensazioni più impalpabili e più definitive. Sentiva che c’era un’atmosfera diversa, non solo per il sole così caldo e vitale o per il vento che portava odori e suoni come speranze tradite. C’era qualcosa di diverso nell’aria, o forse di diverso in lui, nella sua consapevolezza, nei desideri. Si sentiva disposto a provare altro, aveva voglia di guardarsi attorno, cogliere le nuove occasioni che gli sarebbero capitate, afferrare le opportunità che si sarebbe procurate.

In effetti, vide delle vespe a distanza ravvicinata. Gli sarebbe bastato poco per catturarle, ma sarebbe stato uno spreco, un peccato proiettarsi in banalità già vissute. Mentre pensava queste cose vide un suo simile di sesso diverso. Non aveva mai dato loro tanta importanza, anzi aveva visto le femmine come concorrenti per la caccia, ma questa era diversa, gli interessava; lei, invece, non lo degnò di uno sguardo e continuò nei suoi giri.

Sapeva come trattare con vespe e mosche, ma con un suo simile che fare? Come rendersi interessante o mostrare attrazione? In effetti, nessuno l’aveva mai spiegato, si era evitato sempre l’argomento come una cosa disdicevole, quando non pericolosa. Invece era bello quello che stava provando. Doveva solo capire come gestire quella cosa strana che sembrava molto interessante.

Lei era già un po’ distante. Lontana e distratta, per nulla interessata a lui. Non era una preda come le altre, era più difficile ma molto più attraente; c’era qualcosa di magnetico in lei, non riusciva a liberarsi dal suo sguardo, neanche in una giornata incantata come quella.

Provò ad avvicinarsi come avrebbe fatto cacciando, ma in maniera meno furtiva. Dichiarando appena la sua presenza, lei era consapevole, ma pareva non curarsene e questo lo irritava di più e, soprattutto, lo accendeva, risvegliava qualcosa dentro. Decise, quindi, che doveva comportarsi come con qualsiasi preda e che l’avrebbe stretta, l’avrebbe bloccata. Provava un desiderio che doveva appagare, non sapeva come, ma doveva riempirsi di lei, la giornata era adatta a una nuova esperienza.

Le era ormai vicinissimo, si piazzò davanti imponendosi. Lei tentò di sfuggire ma lui, reso lesto dall’abitudine alla caccia, le tagliò la strada imponendosi nella sua fisicità. Ora erano uno di fronte all’altra, si guardavano, lui la desiderava, senza riuscire a cogliere le sue intenzioni.

Sentiva di dover agire. Si avventò, la strinse tra le zampe unendo i loro corpi. Fece sentire quasi con prepotenza la stretta, finché lei cedette. I corpi diventarono uno.

Una sola domanda lo assillava in quel momento: perché aspettare tanto per provare un’esperienza come quella? Nessuna sensazione era mai stata così avvolgente. Si sentiva per la prima volta veramente unito a un altro essere.

Il respiro era affannoso, sembrava portarlo alla deriva. Il sole, alto; lo sentiva infuocato sul suo corpo. Quell’unione, provata per la prima volta, lo stava stordendo: sentiva il vento soffiargli placido accanto, lieve balsamo a quella nuova stanchezza. Le zampe lo sostenevano a stento, la vista man mano si affievoliva. Concentrato sulle sue sensazioni, tutto attorno solo un accecante silenzio.

Lui era sempre più dentro di lei, si sentiva coinvolto, come ubriaco; un leggero e piacevole vortice lo portava lontano da tutto, all’interno di lei. Poi, improvvisa, la vertigine. Inesorabile e trascinante.

Un ultimo sguardo. Un sottile sorriso al pensiero di tutte le sue primigenie paure…

L’ultima sensazione fu il vento sottile che sapeva di menta e di pioggia, che gli lambiva l’ultimo lembo di corpo che lei stava mangiando. E poi fu il sole. Il solo che non l’aveva abbandonato. Caldo e freddo, insieme.

Dall’alto i due insetti erano quasi indistinguibili. Lei, ansimante, affondava eccitata le mandibole sulle membra della sua vittima, un piacere sempre più intenso, fino all’ultimo pezzetto del suo corpo, mentre ripeteva mentalmente: ”Dio quanto ti amo”.foglia

Il sole era ancora alto e il vento spirava tra le foglie di una romantica giornata.

 

 

Special editing for LM by Gamy Moore

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