di Lorenzo Federici

È incredibile come una stanza di una diecina di metri quadri possa assomigliare alle macerie di un campo di battaglia.

Posacenere stracolmi dei cadaveri delle Filter Kings appoggiati qua e là. Coperte arrotolate ai piedi di un letto disfatto, scarpe un po’ ovunque.

Pareti verde menta trafitte da vecchi chiodi fin troppo simili a quelli della Crocifissione, lampada irrimediabilmente spenta, libri iniziati a metà e poi dimenticati e qualche sparuto quadro appeso in giro.

In bocca il sapore di una notte praticamente insonne. Alle spalle una montagna di tabacco special blend d’oltreoceano, qualche sorso d’acqua e una birra solitaria bevuta fissando la luce del frigo in una cucina avvolta nell’oscurità.

C’è cattiva illuminazione, sarà per la tapparella alzata a metà che lascia trasparire le prime luci dell’alba. O, forse, perché una macchia nera seduta, rannicchiata, tiene la testa ciondoloni racchiusa tra le mani.

Silenzio.

Fuori solo il lieve battere di qualche goccia solitaria di pioggia. Nero su nero. Stamattina niente sorgere impetuoso del sole. Nuvole, vento, freddo.

 

La figura si mosse solamente di pochi centimetri. La mano destra andò a cercare le sigarette appoggiate chissà dove. A tentoni, a luce spenta, al buio.

Eccole, il pacchetto ocra scricchiolò sotto il suo palmo. Chiodi di bara. Sorriso vagamente laconico. Una citazione da Costantin di prima mattina era il massimo che potesse fare.

 

Si alzò da quella sedia. Infilò la Filter Kings tra le labbra e la flebile fiamma dell’accendino illuminò, per un attimo, di rosso l’interno delle sue mani.

Finestra, tapparella, balcone. Senza fare rumore.

Ora la pioggia aumentava di numero e di forza. Centinaia di migliaia di piccolissimi soldati cacciati dal cielo verso un’ignota destinazione terrena, sacrificati per una nuova, folgorante giornata di vita. Legge del contrappasso meteorologico pensava, ma non riuscì a ridere dei propri voli pindarici.

Terminò la sigaretta in bilico tra l’acqua discesa dal cielo e la camera, apparentemente in balia di qualche fantasma notturno che approfittava del buio per tormentarlo ancora.

Gettò il mozzicone nel bel mezzo della pioggia, che ora si era fatta temporale. L’ira del Dio del Vecchio Testamento che saggiava la prontezza degli uomini liberi, fatti, si dice, a sua immagine e somiglianza. Con qualche sbavatura più del dovuto.

Un leggerissimo sospiro lo riportò alla realtà.

Sul letto, coperta dal piumone, ora si agitava un’altra ombra. Non un fantasma, ma un angelo, pensava. Sorrise, il Nostro, e si avvicinò piano al letto, passo dopo passo, come per non disturbare il dormiveglia di quella creatura. Come se la volesse studiare. Senza spaventarla. In fondo non ha fatto altro per tutta la notte. Ha trascorso ogni singolo minuto a fissarla dormire, a pensare e ripensare a dove si erano poggiate le sue mani, a cosa avevano accarezzato, a cosa avevano stretto. A cosa – Dio – le sue labbra avevano toccato, leggere. Un angelo – sì, questo sì – dalla carnagione olivastra e dagli occhi sinceri.

Un miracolo, forse, oppure una dannazione. Non sapeva.

Le accarezzò i capelli mentre si distendeva su quel letto sfatto, caldo, bruciato da un’insensata passione contornata, pensava, dal furore guerriero di un’amazzone ora non più sconosciuta.

C’era da sempre, da qualche parte. No, non era visione o un brutto scherzo della mente, un po’ come quelli che capitavano a tale John Nash. C’era sempre stata. Era lì, anni addietro, quando correva con la bicicletta per arrivare al fiume che lambiva il paesello. Era lì, altero messia angelico, quando guidava per la prima volta o baciava la sua prima – timidissimo infante – ragazza quasi adolescente. Era lì, quando aveva visto le persone amiche andarsene per sempre senza dire nulla. Era lì – ne era certo, capirete – anche quando pensava che in fondo di giorni gliene rimanevano pochi, perché la vita è brutale alle volte, spietato silenzioso assassino che si nutre dei tuoi dubbi e delle tue paure.

Ma che ore sono?

Sembrava una bambina, avvolta da quella coperta e gli occhi socchiusi.

Lascia stare, sono le cinque, torna a dormire. Si sorprese a sussurrare, avvicinando le labbra all’orecchio di lei.

E perché sei sveglio?

Shh, lascia perdere, più tardi te lo spiego. Un bacio, leggero, leggerissimo, quasi a sfiorarle la bocca. Dio, così è il paradiso eh. E io che pensavo fosse una nuvola con sopra il concerto di Bob Marley and the Wailers al completo, pace all’anima sua. Un po’ come il primo, di bacio. Eterno ritorno e buonanotte Federico, Nietzsche fa di cognome.

La abbracciò, cullandola con il proprio respiro. La testa di lei sul petto di lui. Ora dormiva, immersa in un sonno profondo, quasi infantile. Fatto di serenità, pensava. Con lo sguardo rubava i piccoli segreti delle orecchie, la linea del viso, il contorno bellissimo del suo zigomo. Ogni tanto inspirava fragranza di vaniglia dalla pelle del collo. I pensieri levigati dall’attrito di una bellezza disarmante, capace – converrete con il tempo – di togliere ogni maschera. In testa l’ossessivo, ripetitivo ritornello dei Depeche Mode nella gloriosa performance di Enjoy the silence. Tutti vestiti di pelle lucida, tatuaggi al vento e sintetizzatori tormentati a dovere. Nulla da eccepire.

La luce, lei sì, almeno stavolta non era da evitare. Li avrebbe travolti da lì a poco. Redenzione fatta di minuscole particelle mosse da una superiore, onnisciente volontà di verità. Cinque anni di differenza tra i due, e lo stesso sguardo venato di tristezza e disillusione. Ma, una volta svegli e per un giorno soltanto, la malinconia se ne sarebbe andata via. Lontano, lontanissima, anche senza il beneplacito della rima.

 

 

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