di Christian G. Moretti

foto di Albert Garcia-Ferrero © 2010


 

Il mare ci avvolge, ci racconta storie lontane, ci accarezza, ci culla. Il mare sana le nostre ferite, le fa bruciare, ci scalda e ci raffredda. Il mare ci porta lontano, ci spaventa, ci dà l’illusione di navigarlo e poi ci fa affondare. Il mare ci unisce e ci divide. Il mio, il tuo mare, infinito e piccolo, dolce e salato. Il mare che possiamo guardare solo di notte, quando nessuno ci vede, quando nessuno lo contempla. Il mare che è custode del nostro segreto, il mare che racconta solo la nostra storia d’amore.

 

Mattia

A volte penso che non mi piace guardarmi allo specchio, non mi piace guardarmi e vedermi a metà. La vita è così strana, ti dà qualcosa ma te ne toglie molte altre. Io non ho mai voluto molto dalla vita, solo pace, tranquillità e lei mi ha puntualmente esaudito. Con il passare dei giorni, però, mi sono reso sempre più conto che qualcosa mi mancava. Non saprei dire precisamente cosa, non ero in grado di identificarlo, sapevo però che questa mancanza mi rendeva incompleto.

Ecco perché non mi piace guardarmi allo specchio, questo è il motivo per cui rifuggo dalla mia immagine. Che senso ha, dunque, riflettere il proprio essere su uno specchio? Non sarebbe meglio farlo negli occhi di qualcun altro? Non è giusto lasciare che i nostri occhi penetrino se stessi, non si deve lasciare che la nostra bocca sorrida dinanzi alla nostra immagine, che si compiaccia di se stessa – vanità di vanità. Non sarebbe più giusto riflettere il proprio sorriso in quello di qualcun altro?

A volte penso che non mi piace soffermarmi troppo su quello che non ho. Tutti dicono: ‘Gioisci per quello che hai e non preoccuparti per quello che non hai’. Questo è sicuramente vero, ma come fare quando senti che dentro di te qualcosa si muove? Come fare se dentro di te qualcosa reclama un’entità poco identificabile? Come fare quando ti senti incompleto, a metà e alcune volte anche sbagliato?

Forse è meglio uscire a prendere un po’ d’aria fresca, in fondo me la merito proprio. Per oggi ho chiuso con La Scuola di Francoforte, tanto l’interrogazione ce l’ho tra due giorni e non dovrebbe essere un problema.

Esco a fare una passeggiata. Mi piace l’autunno, l’odore delle castagne e guardare il fumo dei camini lontani di un vecchio borgo arroccato su una collina che si adagia lenta e pacifica verso il mare. Un mare caldo, tranquillo, custode di molti segreti, ammiratore di molti tramonti, inebriato dal profumo delle zagare in primavera. Oggi però no, il mare è agitato, increspa le sue acque in piccoli vortici bianchi e neri, trascina dentro di sé i piccoli granelli di sabbia che, docili, si lasciano confondere e perdere nell’infinito dell’abisso. Il profumo della salsedine si sparge sulle fronde degli ulivi e degli aranceti che punteggiano le colline, è un odore forte, aspro, selvaggio.

 

Sono le otto e un quarto di mattina, sto parcheggiando la moto davanti all’entrata della scuola. Piove forte, oggi è una di quelle giornate in cui davvero vorrei rimanere a casa a dormire. Stranamente non c’è nessuno sul piccolo vialetto che porta all’entrata dell’istituto. C’è solo un ragazzo con le stampelle che fa fatica a camminare e che si sta inzuppando. Corro verso la porta d’entrata cercando di non bagnarmi troppo, raggiungo il ragazzo e gli chiedo se ha bisogno di aiuto con lo zaino. Alza lo sguardo, è un attimo, il suo sguardo mi penetra, il cuore mi scoppia nel petto, mi tremano le mani, la mia voce esita.

‘No, grazie, faccio da solo’ – mi risponde.

Entro in classe, inizia la lezione, la mia testa non riesce a pensare ad altro che al ragazzo con le stampelle.

Kant e la Critica della Ragion Pura; i suoi capelli nerissimi, corti; Schopenhauer; i suoi occhi cerulei e umidi; la Noia; il suo sguardo smarrito e sornione.

Esco da scuola, il mio sguardo lo cerca tra la folla degli studenti festanti per la fine delle lezioni. Non c’è!

Mi avvicino alla moto e scopro di aver dimenticato le chiavi in classe, forse le ho lasciate sotto al banco. Ritorno dentro l’istituto, vado nella mia classe e finalmente recupero le chiavi. Che sbadato sono!

Esco dalla classe e finalmente la mia voglia di vederlo viene soddisfatta, chissà poi da quale divinità tra le tante dell’Olimpo.

‘Ciao’ – mi dice sorridente – ‘Com’è andata la giornata?’

‘Bene’ – gli rispondo.

Mi rendo conto che la sua parola esita, s’intoppa, vacilla, capisco che è balbuziente.

‘Cosa hai fatto alla gamba?’ – azzardo io.

‘Niente, mi sono fatto male al ginocchio giocando a calcio’ – mi risponde un po’ imbarazzato.

‘Bene, ora devo andare’ – concludo io dopo aver constatato il suo imbarazzo.

‘Magari un giorno possiamo vederci, vuoi il mio numero?’ – mi chiede.

Divento rosso e con un filo di voce tremante gli rispondo di sì. Mi appunta il numero su uno scontrino e me lo dà. Nel momento in cui tendo la mano per prendere il foglietto di carta, mi afferra la mano con un movimento agile e me la stringe. È calda, liscia, non troppo grande e con una leggera peluria. Rimango come imbambolato e fisso i suoi occhi. Lui mi sorride e mi dice: ‘Mi chiamo Paolo, e tu?’.

‘Io … io sono Mattia’.

 

È passata una settimana da quando Paolo mi ha lasciato il suo numero ma non ho ancora avuto il coraggio di scrivergli. Ho paura di quello che può succedere. Decido comunque, tra tante esitazioni, di scrivergli un sms, breve e conciso: ‘Ciao, sono Mattia. Ti va di vederci al bar del porto questa sera alle otto e mezza?’. Ho scelto le otto e mezza perché a quell’ora, e specialmente in inverno, il porto è deserto. Il bar è piccolo ma accogliente, e fortunatamente chiude tardi.

Dopo due minuti ricevo la sua risposta: ‘Perfetto, grazie per avermi contattato. Non vedo l’ora di vederti’.

 

Arrivo al porto, sono le otto. Quando sono nervoso arrivo in anticipo agli appuntamenti. Mi siedo su un muretto di granito bianco e mi accendo una sigaretta. Do una boccata veloce e butto fuori il fumo quasi subito, prende forma nell’aria e crea immagini longilinee e morbide. La luce arancione dei lampioni è soffusa, disegna sagome imperfette, ombre traditrici. Si avvicina una macchina, sarà lui? No, non è lui. Devo calmarmi. Faccio un’altra boccata dalla sigaretta, questa volta più profonda e sento il fumo che entra nei miei polmoni, li riempie, inizio ad avere caldo.

Eccolo, la sua sagoma si dirige verso di me, è a piedi e senza stampelle.

‘Ciao, Paolo’ – simulo con un falsissimo disinteresse.

‘Ciao Mattia’.

La sua bellezza m’imbarazza.

‘Facciamo una passeggiata sulla banchina?’ – mi suggerisce con un sorriso.

‘Certo’.

Le mie mani tremano, la mia voce mi tradisce. Parlo sempre troppo veloce quando sono nervoso, devo calmarmi.

 

Ci sediamo su un muretto sulla punta del molo. È buio pesto da qui. Parliamo per una mezz’ora, di me, di lui.

Ad un certo punto Paolo sfiora le mie dita, avvicina il suo corpo al mio in un inesorabile tentativo di impossessarsi del mio corpo e mi bacia appassionatamente.

Il mio cuore inizia a battere fortissimo, inizio a sentire caldo. Paolo scorre le sue mani sulle mie, mi sfiora le braccia, le spalle, mi abbandono a lui. Il suo respiro si confonde con il mio, la sua saliva si mescola con la mia. Ho il suo dolce sapore nella mia bocca. Mi sta amando e io sto amando lui. I miei occhi s’incrociano, si fondono, si sincronizzano con i suoi, il battito del mio cuore segue i suoi movimenti. Mi gira la testa, ma non voglio svenire, voglio ricordarmi di questo momento, il momento in cui non mi sento più a metà. I nostri corpi s’intrecciano in uno solo, il mare è testimone del nostro peccato, il vento culla la nostra passione, le stelle sono le uniche ad illuminare i nostri destini. Ti stacchi da me, mi dici che mi vuoi, mi baci ancora, questa volta però velocemente. Prendi la tua borsa e scappi via da me, il tuo pacchetto di sigarette ti scivola dalla tasca e cade per terra.

Cosa ti ho fatto Paolo? Mi vuoi ma scappi via da me? Perché?

Raccolgo le tue sigarette, le guardo, le stringo. Credo di essermi innamorato di te, credo di aver visto l’amore nei tuoi occhi, in fondo la luce delle stelle è più luminosa quando è buio.

 

Paolo

‘Ma chi è questo ragazzo?’ – penso – ‘Non sarà mica quello che alcuni dicono di essere frocio?’.

‘Non mi piace che si avvicini a me e mi parli, potrebbero vederci e chissà cosa penserebbero di me gli altri della squadra’.

Mi chiede se ho bisogno di aiuto con lo zaino. ‘No, grazie, faccio da solo’ – gli rispondo, io non ho bisogno dell’aiuto di nessuno. Nessuno mi ha mai aiutato, tutti pensano solo che sono uno stupido balbuziente. A scuola mi chiamano il cretino perché non parlo quasi con nessuno. Gli altri non sanno però che se non apro bocca è perché sono timido, non mi piace ascoltare la mia voce che s’intoppa, mi vergogno. Preferisco incassare i colpi piuttosto che dimostrare a tutti che sono un animaletto strano.

Ma perché mai questo ragazzo mi avrà fermato? Cosa vorrà da me? Nessuno ha mai voluto niente da me!

Davvero non capisco!

È tutto il giorno che ci penso e non riesco a stare attento alla lezione.

 

Finalmente suona la campanella, questa volta ci metto un po’ di più ad uscire per via delle stampelle – mi sono fatto male giocando a calcio, uno stupido mi ha fatto lo sgambetto e mi ha urlato ‘balbuziente!’.

Ecco di nuovo il ragazzo misterioso! Non sembra abbia cattive intenzioni! Magari gli do il mio numero, tanto non vuol dire niente, non vuol dire che anche io sia come lui.

 

È passata una settimana da quando ho dato il numero a Mattia. Oggi ho trovato il suo profilo su Facebook. Mi piace la sua foto di presentazione, ha un viso tenero. Mi piacerebbe rivederlo di nuovo ma non so come contattarlo, non mi va di aggiungerlo tra le mie amicizie, non vorrei che i ragazzi della mia classe pensassero che sono amico di un frocio.

 

Verso le sei e trenta ricevo un messaggio, è lui! Mi chiede di vederci al porto. Non so cosa fare, ho paura che possa succedere qualcosa, che qualcuno possa vedermi con lui e pensare che anche io sia frocio. Nonostante tutto, però, gli rispondo di sì. L’istinto mi guida, pulsa dentro di me e non sono in grado di ribellarmi a lui.

Alle otto e un quarto esco di casa, passo dal distributore automatico di sigarette e compro un pacchetto da venti. Sono nervoso e magari fumare una sigaretta mi aiuterà. Ne fumo una velocemente, aumento il passo per non arrivare in ritardo. Non riesco a calmarmi, devo fumarne un’altra, questa volta cerco di assaporare il fumo, do una boccata avida e lascio che il fuoco consumi il tabacco e lo trasformi in cenere che il vento spazzerà via, così come la mia paura, forse.

Arrivo al porto, non mi va di entrare nel bar e propongo a Mattia di fare un giro a piedi.

Parliamo per un po’, mi soffermo a guardare il suo viso, mi piace, mi attrae. Mi avvicino a lui, voglio baciarlo, voglio sentire il suo sapore nella mia bocca, voglio che sia mio. Gli accarezzo le mani, sono fredde e tremano. Gli tocco le spalle, scendo per la schiena, lascio che i miei polpastrelli accarezzino la sua spina dorsale e che lui si abbandoni totalmente a me. Mattia è davvero tenero, sembra un cucciolo spaurito, cerca le mie labbra, cerca le mie braccia. Mi piace sentire il suo battito aumentare, mi piace porgere l’orecchio sul suo petto e sentire il suono del suo amore. Ho paura però, paura di essere visto, paura di essere scoperto. Io non sono un frocio, io non faccio cose strane, ho solo baciato un ragazzo. Scappo via.

Mattia mi chiama, non capisce perché scappo. Scusami, scusami, ma non posso stare qui con te. Oggi ho visto una luce strana, una luce che solo tu mi hai fatto vedere, una luce accecante che non posso mostrare a nessuno, la luce delle stelle che si nasconde nelle tenebre, la luce timida e fioca di una cometa che solo pochi possono vedere. Ho visto la mia vera natura, ma mi fa paura.

 

Il Mare

Caro Paolo,

non ti ho più rivisto, non ti ho potuto più scrivere né parlare con te. Ho provato molte volte a telefonarti ma il tuo cellulare è sempre staccato. Ho saputo che non ci sei più, che hai deciso di lasciare questa vita stringendoti una corda al collo. Paolo, non so cosa ti abbia spaventato della vita ma sono sicuro che è lo stesso che spaventa anche me ogni giorno: la voglia di uscire fuori ed urlare il mio amore per te, di accettare quello che la mia vita mi ha dato e di camminare sempre a testa alta, perché non devo vergognarmi di amare un uomo.

Sai Paolo, ho ancora il tuo pacchetto di sigarette che lasciasti cadere dalla tasca della tua giacca quella sera, la nostra sera. Lo stringo al mio petto ogni notte prima di addormentarmi e sento che sei qui con me, che mi abbracci, che ancora una volta confondi il tuo respiro con il mio. Sento il tuo amore, un amore senza limiti adesso.

Paolo, ti amo e sono felice che anche solo per una sera mi abbia amato anche tu nella maniera più autentica e sincera che un uomo potesse fare.

Custodirò per sempre il mio amore per te e lascerò che il mare, il nostro mare notturno, ti dia voce, il vento, la nostra brezza marina, ti dia il tatto sulla mia pelle, la salsedine inebri i miei sensi come tu hai fatto con me. Allora sarai con me ancora e mi amerai di nuovo.

 

Tuo Mattia.

 

 

 

 

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