sarchiaponeIn Piazza delle Erbe, all’ombra dei tigli, il tempo scorreva come al solito. Il vecchio mercato sopravviveva come poteva, a fatica, un giorno dopo l’altro, gli ambulanti si guadagnavano da vivere col poco spazio lasciato dai Mega Super Iper Mercati che spuntavano come funghi, il falegname aggiustava i mobili vecchi, la parrucchiera spettegolava e faceva le mèches alle signore, e la Gatteria proseguiva nelle proprie feline abitudini, incurante di tutto ciò.

Già, la Gatteria di Piazza delle Erbe. Come sapete, il mercatino di frutta e verdura che dava il nome alla piazza, e il giardino rinchiuso dentro al tetro e grigio palazzaccio di pietra della Prefettura, erano popolati da una numerosa colonia di gatti randagi, che vi trovavano un rifugio sicuro. I gatti della colonia trascorrevano il tempo seguendo la loro indole e il proprio lignaggio: i più anziani, come Gregorio, Polonio e il professor Scipione, alternavano i sonnellini alle partite a carte, i giovani intraprendenti come Kaminski e il Cavaliere di Lagardère esploravano il quartiere e portavano le notizie, e il Conte Vronskij, feroce gatto abissino guercio, ricercato dalla polizia felina di almeno cinque pianeti, manteneva l’ordine e la disciplina.

Lagardère e Kaminski, irrequieti come sempre, fecero un salto dal loro amico Lebowski, intento a bere un latte con crema al whisky dopo il bowling quotidiano, e tanto per ammazzare il tempo gli proposero una partita di pisciate sui tappeti negli uffici della Prefettura. Lebowski non se lo fece ripetere due volte, poche cose gli piacevano come pisciare sui tappeti, e lungo la strada invitarono a unirsi alla compagnia anche Beauregard, il siamese strabico che piscia sui tappeti ancora meglio di Lebowski.

Il quartetto così riunito si diresse verso gli uffici della Prefettura attraverso le cantine. Quegli antri bui e ammuffiti erano la loro passione, ormai ne conoscevano tutti i segreti. O meglio, credevano di conoscerli, perché quel giorno, attraversando un cunicolo, trovarono un oggetto che fino a quel momento era sfuggito alle loro attenzioni.  Una valigia.

Strano” disse Beauregard, che pur essendo strabico aveva una formidabile memoria fotografica. “Sono passato di qui mille volte e non l’avevo mai notata”. I gatti dimenticarono i tappeti degli uffici e si concentrarono sull’oggetto, lo annusarono in ogni sua parte e decisero che l’odore non era ostile, ma strano. In quei sotterranei avevano trovato di tutto, in particolare ossa di prigionieri che nelle varie epoche storiche vi erano stati rinchiusi, o anche di impiegati, che erano andati in archivio a cercare una pratica e non avevano più trovato la strada per l’uscita. Oppure armi, strumenti di tortura, vecchi divani, tonnellate di cartacce ammuffite… Ogni oggetto aveva il suo odore, che per il felino è come un certificato di nascita e un libretto delle istruzioni, dice tutto quello che è necessario sapere sulla cosa e sulla sua storia, ma la valigia emanava un odore del tutto nuovo.

ValigiaMentre Lagardère, Lebowski e Beauregard discutevano sull’opportunità di aprire il misterioso oggetto oppure chiamare il Conte Vronskij, lo sventato Kaminski non si trattenne e cominciò ad armeggiare attorno alle serrature con le sue unghie affilate. Fu così che dall’interno della valigia sentirono provenire un lamento. I quattro amici pensarono all’ennesima covata di cuccioli abbandonati, che gli umani a conoscenza del posto gettavano a carrettate, ma ascoltando più attentamente, con l’udito finissimo che contraddistingue il felino, intesero una frase di senso compiuto. “Non aprite questa valigia, vi supplico, non apritela”.

I quattro amici drizzarono orecchie e vibrisse, e si disposero in posizione di attacco. La valigia parlò, con voce stridula. “Non aprite, per favore, io sono il Sarchiapone”.

IL COSA?” esclamarono in coro i gatti, che non conoscevano i programmi TV degli anni Sessanta.

Sono il Sarchiapone, e voi non potete aprire la valigia perché io non esisto”. Questa frase provocò l’immediata reazione di Lebowski, dotato di una profonda idiosincrasia per le lezioni di filosofia che il professor Scipione ogni tanto tentava di impartire a quei giovani gatti incoscienti.

Per favore” esclamò “non cominciare anche tu con le masturbazioni mentali. Se non esisti, non puoi parlare, e se esisti, facci aprire la valigia così ti facciamo uscire e ti offriamo un bicchiere di albana dolce, poi andiamo tutti insieme a pisciare sul tappeto nuovo del Prefetto”.

Non potete capire” replicò il Sarchiapone “proprio perché non esisto voi non potete aprire la valigia. L’impatto tra Essere e Non Essere potrebbe causare una crepa nello spazio-tempo e farci scomparire in un buco nero”. La risposta mandò definitivamente fuori dai gangheri Lebowski, che minacciò la valigia di finire nel buco più nero che lui conoscesse, l’antico pozzo in cui i signori della città, un tempo, facevano scomparire i rivali, ma per una volta gli altri gatti mostrarono un filino di saggezza, e decisero di sottoporre la questione al Consiglio degli Anziani. Tirando e spingendo, portarono la valigia fuori dai sotterranei, e osservarono che per essere una cosa che non esisteva, pesava più del vecchio divano che l’anno prima avevano rubato dall’ufficio del viceprefetto per fare il regalo di compleanno al falegname.

Il Conte Vronskij li sorprese proprio nel momento in cui, stremati dalla fatica, spingevano la valigia fino al bancone che fungeva da sala comune e luogo di ritrovo per la colonia, e pretese immediate spiegazioni. I quattro amici, senza fiato, chiesero una crema al whisky e consigliarono al Conte di scambiare due chiacchiere con la valigia. La proposta in sé lo mise di pessimo umore, che peggiorò di brutto quando il Sarchiapone cercò di esporre nuovamente le motivazioni per le quali la valigia non poteva essere aperta. Colto da feroce mal di testa, Vronskij convocò lo Stato Maggiore degli Anziani. Due ore dopo, l’intero Consiglio dormiva, all’infuori del professor Scipione che era al settimo cielo per la felicità. Finalmente aveva trovato qualcuno con cui discutere di filosofia! Lui e il Sarchiapone erano passati dall’esame del pericolosissimo impatto tra l’Essere e il Non Essere, al Divenire di Eraclito, e si erano gettati in un’appassionante gara di aforismi. Il Conte Vronskij stava per impazzire: la sua mentalità militare non ce la faceva a reggere tante sciocchezze in una volta sola, e aveva pure finito la vodka.

FurettoFu l’ultima recluta della Gatteria a toglierlo d’impaccio: il furetto Smeagol, abbandonato da poco e diventato membro con riserva della colonia nella sezione “Primo Pelo”, ancora sotto la tutela di Lagardère e Beauregard. Smeagol non era il più sveglio dei furetti, ma era molto affezionato all’umana che si occupava di loro e tutti i giorni portava cibo, coperte, medicine e carezze. Era una signora anziana, molto miope, costretta per vivere a lavorare in un posto orribile, dove la trattavano malissimo, ma dal quale non poteva andare in pensione, nonostante l’età e i tanti anni di lavoro, perché il governo corrotto e ladro di quella nazione stava allegramente svuotando le casse dello stato e i soldi per le pensioni erano finiti. Smeagol vedeva la loro umana sempre più stremata: ogni mattina, quando arrivava col pentolone fumante per riempire le ciotole, sembrava più piccina e gobba, e la sera, quando passava  per le cure ai malati, lo spuntino e un po’ di coccole, si raggomitolava con loro sotto un vecchio banco del mercato e piangeva a lungo. I suoi amici facevano il possibile per consolarla, si stringevano a lei avvolgendola in una morbida coperta di pelliccia e di fusa, le offrivano ciambella e albana dolce, Gregorio cantava il Tema di Lara, il professor Scipione le recitava lunghi brani del De Bello Gallico, avevano perfino cercato di insegnarle la versione felina del tressette, ma non c’era niente da fare. La loro umana si stava rassegnando alla sconfitta e si spegneva un poco ogni giorno.

Smeagol espresse la sua idea al Conte Vronskij, che ne fu entusiasta. Svegliò le sue truppe, le mise sull’attenti e illustrò il piano, accolto da unanime consenso, come del resto tutte le proposte avanzate dal Conte, proposte che in genere non si potevano rifiutare. Quando arrivò il mattino e la loro umana venne a riempire le ciotole, Vronskij le diede la valigia, intimandole di portarla con sé sul lavoro. La signora non discusse, si fidava ciecamente dei suoi amici della colonia, e si avviò verso il Palazzo dei Veleni con la valigia in mano. I compagni notarono che non faticava a portarla, nonostante fosse una donnina gracile e quasi priva di forze: la valigia era diventata leggera, mentre la notte precedente pesava come un macigno. Il professor Scipione tentò di spiegare loro il motivo, il difficile passaggio dall’Essere al Divenire, ma quegli ignoranti lo zittirono immediatamente a colpi di verdure andate a male. Ah, l’ingratitudine della gioventù…

Arrivata in ufficio, la signora appoggiò la valigia accanto alla scrivania e chinò la testa con un sospiro sul suo lavoro quotidiano, che la aspettava inesorabile come una cambiale. Non sentì nemmeno il passo felpato della dottoressa Loperfido, la nuova capufficio che aveva preso il posto del dottor Silvani, vittima di uno spiacevole incidente. La dottoressa Loperfido odiava quella donna con tutte le sue forze. Nel Palazzo dei Veleni avevano tentato in tutte le maniere di liberarsi di lei, che era stata assunta ancora nei tempi antichi, quando esistevano istituti anacronistici come il “contratto a tempo indeterminato”, e per il licenziamento occorreva una formula astrusa come la “giusta causa o giustificato motivo”. Che diamine, pensava la giovane ed entusiasta dottoressa Loperfido, miglior giusta causa di licenziamento dell’alzarsi a metà pomeriggio e andarsene! Invece no, le avevano spiegato che la signora poteva andare a casa al termine del suo “orario di lavoro”. Ai tempi dissennati in cui questa vecchia inutile era stata assunta, si firmavano contratti tra lavoratori e datori di lavoro, contratti capestro in cui era scritto che il dipendente aveva diritto non solo a smettere di lavorare ad un orario fissato, non solo a non fare nulla il sabato e la domenica, ma anche alle ferie e alla malattia pagate, e addirittura, pensate la follia, a cinque mesi, dico, cinque mesi di permesso retribuito per partorire i figli. Come se le doglie durassero cinque mesi! Anche la valorosa dottoressa Loperfido aveva procreato un figlio, come la buona educazione Aziendale imponeva, ma naturalmente non lo vedeva mai, era compito dei nonni crescerlo. Lei passava loro i fondi per il mantenimento, prendeva le decisioni importanti, come la scuola privata a cui iscriverlo, e lo avrebbe visto, forse, un giorno, al compimento della sua maggiore età, ma solo se si fosse mostrato degno.

MobbingCon quella vecchia inutile, come con gli altri reperti di un’epoca fossile che fortunatamente si era evoluta dalla rigidità alla flessibilità, l’Azienda aveva messo in atto le armi più efficaci che l’arte del mobbing e del bossing aveva insegnato. Mica per niente lei e gli altri capiufficio avevano trascorso tanti fine settimana in un castello della Transilvania, per imparare a fondo come si portava un dipendente sgradito alla scelta tra il suicidio e le dimissioni… Ma quella vecchiaccia no, lei era ancora lì, non firmava mai quella maledetta lettera che la dottoressa Loperfido, e il povero dottor Silvani prima di lei, le sventolavano sotto al naso ogni giorno. Gli altri dinosauri se ne erano andati tutti, si erano licenziati o suicidati, un vecchio fossile aveva addirittura avuto l’impudenza di gettarsi dalla finestra del palazzo, sporcando tutto il marciapiede e mettendo l’Azienda in cattiva luce… dio mio che vergogna… ma quella donna orribile no, lei resisteva. Avevano tentato ogni tipo di mobbing, l’avevano lasciata per due anni senza niente da fare, con l’unico compito di accendere un macchinario al mattino e spegnerlo la sera, un macchinario vecchio e inutile come lei, ma non era bastato. L’avevano sorvegliata per vedere se durante l’orario di lavoro svolgeva attività proibite, come leggere o navigare in internet, ma niente. La vecchiaccia fissava il muro, irrigidita per la paura, e qualche volta piangeva, ma neppure la lacrimazione in orario di servizio era ritenuta “giusta causa”. Inaudito. In seguito l’avevano costretta a svolgere lavori impossibili, e quella teneva ancora duro. Era quasi cieca, aveva perso i capelli, non aveva più sembianze umane, ma si ostinava a occupare quella scrivania, determinata a raggiungere l’impossibile traguardo che lei chiamava pensione, al quale non sarebbe mai arrivata.

La dottoressa Loperfido la riprese aspramente, chiedendo spiegazioni su quella valigia, ma la vecchia si giustificò con la consueta irritante mitezza, sostenendo che si trattava di abiti che doveva portare agli anziani genitori. Alla dottoressa presero i bruciori di stomaco: non solo quella strega inutile continuava a vivere a spese dell’Azienda, invece di morire o al limite elemosinare un lavoro di pulizie a due euro l’ora, ma pure i suoi genitori erano ancora vivi, di certo a carico dello Stato, mantenuti con una pensione, alle spalle dei contribuenti giovani e dinamici come lei. Era troppo. Col costo di quella vecchiaccia l’Azienda avrebbe potuto pagare almeno due giovani schiavi senza orario e senza diritti, disponibili sette giorni su sette ventiquattro ore al giorno, e per di più le risorse della Nazione non potevano essere sprecate per mantenere le vecchie cariatidi che improvvidamente l’avevano procreata, ma per finanziare le riforme sociali, come per esempio gli sgravi fiscali sui benefit dei dirigenti, casta a cui la dottoressa Loperfido era certa di appartenere in pectore, quando finalmente i suoi meriti e la sua devozione alla causa dell’Azienda sarebbero stati giustamente riconosciuti.

NeroneMeditando sulla saggezza di Nerone, che aveva decretato la pena di morte per gli ultracinquantenni, la dottoressa Loperfido ritornò alle sue incombenze quotidiane, cercando di non pensare alla malefica vecchiaccia che le stava facendo venire l’ulcera. Nulla le toglieva dalla testa che nel tragico incidente occorso al dottor Silvani ci fosse il suo zampino. Il tempo vola quando ci si diverte, e anche quella giornata lavorativa passò in un lampo, tra una riunione e l’altra aveva trovato anche il tempo di licenziare un paio di precari irrispettosi, così si fecero le nove di sera e la dottoressa tornò in ufficio a riprendere la borsa finto Vuitton e accompagnare due tirocinanti incaricati di portarle la spesa in macchina. Passando davanti alla scrivania della vecchia si accorse che la valigia era ancora lì. Non riuscì a reprimere un moto di stizza, quella vecchia ignobile non era neppure in grado di ricordarsi cosa aveva portato con sé al mattino. Poi fu colta da un sospetto: e se quella dei vestiti per gli anziani genitori fosse una scusa? La strega era astuta! Magari la valigia le serviva per contrabbandare generi proibiti, o addirittura per rubare… Sperando in un colpo di fortuna, la dottoressa decise di aprirla, magari avrebbe trovato le prove per licenziare la megera e coprirsi di onori e meriti davanti alla Direzione Suprema.

L’ultimo ricordo della dottoressa Loperfido fu il rumore dello scatto delle serrature della valigia, prima di precipitare nel buco nero spazio-temporale che l’avrebbe portata indietro nel tempo, fino al Medioevo, come lebbrosa mendicante. Lo scoppio scardinò il Palazzo dei Veleni fino alle fondamenta, ma non furono mai rinvenute tracce di esplosivi, né di gas o combustibili. Anche i pezzetti del corpo della dottoressa non li trovò neppure la Scientifica.

 

 

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