racconto e illustrazioni di Mauro Cristofani

 

Vigilia di Natale. Sera, salotto di casa Manteo. Sara e Spillo giocano, quando arriva zio Mammo. I due ragazzi subito lo assediano, la serata si anima.

 

ZIO MAMMO – Stasera vi potrei raccontare la storia degli acchiappagatti…

SPILLO – Acchiappagatti? Non sapevo che esistessero.

SARA – Se esistono gli acchiappacani…

ZIO MAMMO – È gente che non fa un lavoro simpatico e nella storia che vi racconterò gli acchiappagatti sono i due fratelli Zedordo e Zepordo. Ne ho sentite tante su di loro, e anche sul regno dei Corimbi.

SPILLO – Il regno dei Corimbi? Dov’è?

ZIO MAMMO – Fra monti scuri, luoghi adatti a nascondere malefatte… Come la caccia spietata a poveri micetti indifesi.

SARA – Dài, zio, racconta!

ZIO MAMMO – Aspettate, andiamo sulla veranda a vedere il paese illuminato.

SARA – Che cielo pieno di stelle!

SPILLO – Che aria strana…

 

È tanto bello stasera, c’è in giro

un profumo di gioia e di caldarroste.

La gente si vede e si chiama,

tutti sembrano buoni;

le mamme sorridono ai bimbi

che stringono doni

e perdonano le marachelle.

Di luce nuova, gioiosa,

risplendono pure le stelle…

 

Per alcuni momenti i tre rimangono muti ad ascoltare i suoni e le voci della notte magica.

 

ZIO MAMMO – Allora, volete sapere il resto della storia? Dunque. Sui Corimbi regnava la buona principessa Nibia, che il padre re Anacleo d’Argona designò sua erede prima di morire. Irenia, la giovane seconda moglie, mal digerì lo smacco d’essere esclusa dal trono: era convinta che le spettasse, ma lo sguardo lucido del sovrano aveva visto lontano… Andiamo per ordine. Nibia volle seguire in tutto e per tutto il buon governo del padre, amando il suo popolo con giustizia e dedizione.

SARA – La matrigna era cattiva con lei?

ZIO MAMMO – Di certo non era benevola, né tantomeno affettuosa; ma non solo perché Nibia sedeva sul trono che aveva sperato diventasse suo, ma anche per altri motivi…

SPILLO – Quali?

ZIO MAMMO – Li vedremo in seguito. Ora sappiate che Irenia tentava di mettere ogni ostacolo al buon governo della principessa. La quale s’adoprava sempre più a seguire l’operato del re e di somigliare nei modi e nei gesti alla defunta madre… O meglio, a colei che aveva creduto tale.

SARA – Come?… Non era la sua vera mamma?

SPILLO – E chi era, allora?

ZIO MAMMO – Lo saprai a suo tempo.

 

Lo zio aveva pronunciato una frase a effetto, ben conoscendo l’importanza dei colpi di scena; sapendo anche porre una pausa al momento giusto, torna sulla veranda e i due ragazzi lo seguono.

 

ZIO MAMMO – S’incomincia a vedere gente nelle strade.

SARA – Vanno tutti verso la chiesa…

SPILLO – Con tutte queste stelle e tutte queste luci, sembra d’essere in pieno giorno!

 

… Stasera si vogliono bene

quelli che furon nemici;

non si può fare del male

la notte di Natale…

 

Tutti e tre tornano ai loro posti: lo zio sulla sua poltrona preferita, Sara e Spillo accoccolati sul tappeto.

 

ZIO MAMMO – Nei momenti più dolorosi, quando si sentiva avversata proprio da colei da cui aveva sperato alleanza e sostegno, la principessa Nibia cercava conforto nel ricordo dell’amato padre e davanti alla sua immagine versava tutte le proprie lacrime. E il padre che pareva sorriderle, rinnovava nel suo cuore la speranza.

SARA – Era fidanzata?

 

Lo zio scoppia in una gran risata. Come sempre alla nipotina stavano a cuore, delle eroine, soprattutto le vicende amorose.

 

ZIO MAMMO – Nibia non conosceva ancora l’amore. Ma presto sarà proprio l’amore a cambiare la sua vita!

SPILLO – Parlaci del regno dei Corimbi.

ZIO MAMMO – Era un piccolo regno di valligiani né ricchi né poveri, contenti di vivere in pace. La principessa, un po’ alla volta, li aveva convocati nella Sala del Dialogo per conoscerli, imparando i nomi di quelli che venivano considerati i saggi della comunità, ascoltando le loro domande e cercando di dare risposte. Da queste riunioni, il suo spirito usciva nobilitato, e più forte la sua volontà di perseguire la giustizia.

SARA – Ma lei sapeva degli acchiappagatti?

ZIO MAMMO – Il fido Celano le riferiva quello che avveniva nel Regno, sia nella valle che sui monti lontani. Sapeva che i fratelli acchiappagatti vivevano tra fiere e ladroni e che solo al sentirli nominare la gente faceva scongiuri. Intorno alle montagne circolavano leggende oscure, ma nessuno si sarebbe mai sognato d’andare a verificarne l’esattezza… Anche se tutti erano convinti che Zedordo e Zepordo fossero due orrendi figuri e che la Troncausci fosse una tremenda mangiatrice di gatti!

 

Lo zio aveva buttato là l’ultima frase con ostentata naturalezza, ben sapendo però che l’entrata in scena di un personaggio con un tale nome avrebbe fatto sobbalzare i ragazzi.

 

SPILLO – Chi era?

SARA – Mangiava i gatti?

ZIO MAMMO – La Troncausci era una donna con un corpo enorme e dall’appetito insaziabile, divorava anche dieci gatti per volta.

SPILLO – Doveva avere un grande stomaco…

ZIO MAMMO – Mentre i gatti arrostivano, per frenare i morsi della fame s’ingozzava con speciali antipasti che teneva sempre pronti: gechi in salsa di mirtilli, ramarri con spremitura di bacche, lucertole in umido e altre pietanzine per stuzzicare l’appetito. Era abile a uccidere i rettili a sassate, non sbagliava mai un tiro.

SPILLO – E i gatti come li prendeva?

ZIO MAMMO – Eh, per quello aveva assoldato Zedordo e Zepordo, due lestofanti che s’eran dati alla macchia rintanandosi sui monti. Così s’imbatterono nella Troncausci, che li fece suoi complici con compensi da fame.

SARA – Era ricca?

ZIO MAMMO – Nel suo antro teneva nascosto un forziere pieno d’oro e d’argento.

SARA – Chi glielo aveva dato?

SPILLO – Non interrompere lo zio!

ZIO MAMMO – E tu non essere così aggressivo, l’hai fatta quasi piangere.

 

Lo zio dà un bacione alla bambina, poi la conduce in veranda. Il cielo intanto s’era fatto vagamente lattiginoso. Cade una stella e Sara ammira estatica la scìa luminosa. Spillo accorre e tutti e tre restano muti, come sospesi in un’attesa indefinibile…

 

È tanto dolce la notte.

Si senton gridare felici

nelle loro case i bambini,

e nelle strade le voci

d’erranti spazzacamini.

Un lieto din don di campane

annuncia la Notte Santa,

risponde la voce un po’ triste

d’una cornamusa che canta…

 

Passano alcuni minuti, poi i tre ritornano ai loro posti e lo zio riprende il proprio racconto.

 

ZIO MAMMO – A proposito del commercio dei gatti, sapete che facevano quei furfanti di Zedordo e Zepordo? Cercavano di barare consegnando code di animali trovate a putrefare in qualche anfratto. Ma la Troncausci s’era fatta esperta e capiva subito dall’odore s’eran code fresche, ma se puzzavano prendeva i due fratelli a randellate. Poi fingeva di perdonarli, le facevan troppo comodo. Dopo pochi giorni quelli ritentavano l’inganno, ché non solo avevano sassi al posto del cuore, ma erano anche due grandissimi zucconi.

SPILLO – Che ne faceva, la Troncausci, delle code dei gatti?

ZIO MAMMO – Le spargeva per terra e poi ci si rotolava sopra col suo enorme corpo flaccido, gemendo per la voluttà.

SARA – Era grande il posto dove abitava?

SPILLO – Già… e che c’era dentro?

ZIO MAMMO – Era un antro assai grande che un tempo veniva usato come rifugio dai pastori, quando le montagne non erano ancore infestate da briganti. Nel mezzo c’era un ceppo svuotato che serviva da dispensa, lì accanto un orcio con vari arnesi raccattati qua e là e l’angolo dove accendere il fuoco.

SPILLO – L’acqua dove la prendeva?

ZIO MAMMO – A una sorgente vicina. La Troncausci se ne serviva per bere e per fare i suoi intrugli, non certo per l’igiene personale, ché non si lavava mai. Emanava una tale puzza che perfino Zedordo e Zepordo la sentivano, e sì che nemmeno loro profumavano di lavanda!

 

A questo punto lo zio fa una pausa, divertito nel vedere i due ragazzi ascoltarlo a bocca aperta. Quando s’accorge che stanno per spazientirsi nell’attesa del séguito, riprende la sua narrazione.

 

ZIO MAMMO – Ora dovete sapere che la Troncausci, da giovane, era stata assai piacente, e che aveva vissuto alla corte del re…

SPILLO – Alla corte del re?

SARA – Allora era bella?

ZIO MAMMO (sorride divertito) – Calma, ragazzi, una cosa per volta. Dunque. Anacleo d’Argona, il re dei Corimbi…

SARA – Il padre di Nibia.

ZIO MAMMO – Sì, ma non m’interrompere.

SPILLO – E sta’ zitta, chiacchierona!

ZIO MAMMO – … Il re era stato molto infelice con Irenia, la seconda moglie. L’aveva sposata per dovere di Stato e non per amore, tuttavia cercò sempre di portarle rispetto. Come tutti i sovrani, nella reggia teneva un gineceo con cento cortigiane, sorvegliate giorno e notte dall’eunuco Sastro, il quale provvedeva anche a sostituire quelle cadute in disgrazia con il re…

SARA – Che vuol dire?

ZIO MAMMO – Che non erano più benvolute da Anacleo. Quando fra le sue cortigiane fu introdotta la Troncausci, che allora era chiamata col suo vero nome, Ziza…

SARA – Ah… che bel nome!

SPILLO – Smetti di interrompere!

ZIO MAMMO – … Il re fu sedotto dalla sua grazia e dalla sua bellezza strana, tanto che se ne innamorò perdutamente eleggendola a sua Preferita, che alle corti dei re era considerato un titolo quasi nobiliare.

SARA – Ma la regina…

ZIO MAMMO – La regina e Frido, il capo delle guardie a lei fedelissimo, si finsero col re all’oscuro di tutto, ma insieme ordirono trame nell’ombra ai danni di Ziza. Quand’ella partorì una bambina, Anacleo la riconobbe come sua erede e volle che fosse cresciuta alla reggia. Dopo poco, però, Ziza sparì…

SARA – Con la bambina?

ZIO MAMMO – No, anche la piccola scomparve. Le nutrici non sapevano dove fosse, e invano il re sguinzagliò i suoi armigeri in ogni angolo del suo regno. Frido gli riferì, d’accordo con Irenia e falsamente, che la donna se n’era andava via dal palazzo imprecando contro il sovrano stesso e gridando di non voler mai più metter piede in quella reggia maledetta… Anacleo, addolorato e incredulo, era talmente sconvolto che non riuscì a capire l’inganno. Fu questa la sola circostanza in cui non seppe far luce sugli avvenimenti, una manchevolezza che avrebbe dato alla sua vita una svolta fatale.

SPILLO – Cos’era successo veramente?

ZIO MAMMO – Frido aveva da tempo teso a danno della povera Ziza una sempre più fitta rete di menzogne, tesa a insinuare in lei perfidi sospetti sul suo sovrano tanto amato.

SARA – Cosa le diceva?

ZIO MAMMO – Che Anacleo si era stancato di lei, e che stava cercando il modo di disfarsi anche della bambina.

SARA – E lei ci credeva?

ZIO MAMMO – I metodi di convincimento dell’infido capo delle guardie erano quasi infallibili, e la sua cattiveria senza pari. Così, arrivò davvero il giorno in cui la piccola sparì dalla culla. Alla madre disperata, Frido disse che era stato il re a ordinare di portarla via, per gettarla poi nella Gattara, un pozzo profondissimo da cui nessuno usciva vivo. Lì dentro era rinchiusa un’orda di gatti rabbiosi resi famelici dal prolungato digiuno, e la piccolina non avrebbe trovato scampo. Il crudele Frido, senza alcuna pietà, gridò alla povera Ziza che il re non voleva vedere più neanche lei, e che aveva ordinato di cacciarla via per sempre dalla reggia.

SPILLO – Ma Ziza non poteva parlare col re?

ZIO MAMMO – Frido glielo impedì. Alla fine, stremata dai singhiozzi, cadde a terra quasi tramortita. Quando rinvenne, si trovò sperduta in mezzo ai monti, con accanto un forziere pieno di soldi. Dunque, pensò, che il re ricompensava la sua devozione con un pugno di monete, dopo averle spaccato il cuore in mille pezzi e ucciso il frutto del loro amore! Per tre giorni e tre notti versò tutte le lacrime che ancora le restavano, e quando raggiunse il culmine dell’angoscia, sentì tutto in sé inaridirsi e sparire ogni moto di bontà. Allora la invase un rancore smisurato e devastante, da cui germinarono sciagurate voglie di vendetta e l’odio per tutti i felini, che credeva fossero stati gli sterminatori della figlioletta…

 

Lo zio vede addensarsi ombre leggere sul viso dei ragazzi, perciò ritiene necessaria una pausa che alleggerisca la tensione creatasi a questo punto della storia. Prende dei dolcetti dalla chicchera offrendoli ai nipoti con un largo e rassicurante sorriso. Dai vetri appannati si vede la prima neve, e tutti corrono in veranda…

 

Le voci si fanno più allegre

e suoni e canti di gioia

fan eco in lontananza.

Nell’aria un fiocco rincorre

un altro fiocco che danza…

 

Estatici e lunghissimi istanti, poi il racconto riprende.

 

ZIO MAMMO – … Fu così che Ziza diventò la Troncausci dal grande corpo disfatto, insaziabile divoratrice di gatti. Le sue membra non avevano più niente di umano, erano solo un ammasso di ciccia semovente, un corpo gelatinoso in completo sfacelo. Coi soldi trovati nel forziere pagava i servizi di Zedordo e Zepordo, ma la quantità di monete s’assottigliava sempre più ed ella pensava con terrore al giorno in cui non avrebbe più potuto pagare i loro servigi. La carne di gatto, per lei, era oramai l’unico cibo che il suo stomaco riusciva a digerire! Inoltre, col passare del tempo, anche il solo tirar sassate ai rettili stava diventando per lei uno sforzo sovrumano…

 

Il racconto sembra languire. “Ci vuole un colpo di scena che ravvivi l’attenzione”, pensa lo zio.

 

ZIO MAMMO – In una fattoria della vallata viveva Nelandro, un bellissimo e intrepido giovane che amava tutti gli animali del creato, specialmente i gatti.

SARA – Meno male!

ZIO MAMMO – Un giorno, durante una giocosa scorribanda sui monti, vide Zedordo e Zepordo che inseguivano un gruppo di micetti impauriti. I due manigoldi, per fortuna, non s’accorsero di lui.

 

Ecco che Sara aveva il suo eroe, e Spillo lo immaginò subito forte e coraggioso.

 

ZIO MAMMO – Nelandro non capiva perché i due ce l’avessero tanto con quei gattini fuggitivi, ma lo scoprì presto. Seguendoli senza farsi vedere, arrivò all’antro della Troncausci e da tutte le loro mosse capì quali esseri malvagi fossero. Tornato a valle, pensò a come poter agire per impedir la carneficina e il commercio infame.

SPILLO – Bravo Nelandro!

ZIO MAMMO – Egli sapeva dell’esistenza d’un vecchio mulino abbandonato, non lontano dalla fattoria, il cui mugnaio era stato amico di famiglia, e si propose di trasformarlo in un rifugio sicuro per gatti randagi. Per primi ci portò i suoi mici Dadù e Vivetta, che nella nuova dimora avrebbero trovato tanti compagni con cui giocare e l’avrebbero aiutato con la loro astuzia. Così, in breve tempo, Nelandro e i suoi due amici riuscirono a portare al sicuro nel mulino più di cento gatti, salvandoli da una fine sicura.

SPILLO – E il mangiare come se lo procuravano?

ZIO MAMMO – Nelandro sottraeva del cibo dai depositi della fattoria di suo padre. Sapeva di rischiare, ma era convinto di fare la cosa giusta. Anche perché molte delle vettovaglie conservate nei depositi non venivano utilizzate dal fattore, e finivano al macero.

SARA – Ma… Nelandro ce l’aveva la mamma?

SPILLO – Che domande! Se aveva un padre…

ZIO MAMMO – La mamma era una donna timidissima, da sempre sottomessa al marito. L’aveva dovuto sposare per saldare un debito della sua famiglia, ma poi gli s’era affezionata.

SARA – A Nelandro voleva bene, vero?

ZIO MAMMO – Certo che l’amava, era il suo unico figlio e il ragazzo la ricambiava teneramente. Però egli non aveva mai avuto molta confidenza con suo padre. Anzi, in passato eran successi fra loro episodi assai sgradevoli…

 

Lo zio dosa con abilità gli ingredienti per tener vivo il suo racconto, così l’effetto è garantito. Ora può permettersi un’altra pausa. Ha la sua età: parlare ai ragazzi è certo piacevole, ma anche molto impegnativo. Ogni tanto è necessario riprender fiato e ricaricarsi, aiutandosi con un buon caffè. I nipoti ne approfittano per tornare sulla veranda…

 

Le strade le piazze i cortili

diventano silenziosi,

dietro i vetri appannati

stanno i bambini, curiosi,

ad ammirare la neve

che cade lenta pian piano

mentre un angelo canta lontano…

 

 

Lo zio e i due ragazzi riprendono ciascuno il loro posto.

 

SARA – C’è ancora tanto alla fine della storia?

ZIO MAMMO – Se volete, continuiamo un’altra sera…

SPILLO – No, no!

ZIO MAMMO – Dunque. Zedordo e Zepordo erano nei guai, di gatti in giro ce n’erano sempre meno. Quelli rimasti, eran felini così foresti che la Troncausci non riusciva a masticare le loro carni legnose e minacciava i fratelli di non pagarli più se avessero continuato a servirla così male.

SARA – E la principessa Nibia?

ZIO MAMMO – Quando finalmente venne a conoscenza delle infamie perpetrate nel suo regno ad opera degli acchiappagatti e della Troncausci, ordinò ai suoi fidi di catturare i tre colpevoli e condurli alla reggia in catene.

SPILLO – E la regina, e il capo delle guardie?

ZIO MAMMO – Irenia e Frido assistevano con angoscia al naufragare dei loro progetti malevoli, agli intrighi orditi nell’ombra con viltà e tradimento. Ma presto avrebbero ricevuto una giusta punizione.

SARA – E Zedordo… e Zepordo

ZIO MAMMO – Furono acciuffati. Tanto intraprendenti erano stati coi poveri gatti indifesi quanto pavidi e untuosi furono coi carcerieri, provocando sarcasmo e indignazione. Avreste dovuto vederli come piagnucolavano implorando pietà! Furono segregati a vita in una cella buia: per sfamarsi erano costretti a cibarsi di piattole e di topi, e per calmare la sete, a bere il proprio vomito.

SPILLO – E la Troncausci?

ZIO MAMMO – Gli acchiappagatti confessarono tutto e fu scovata. Caricarono il suo enorme corpo recalcitrante su un carro tirato da quattro buoi e la portarono al cospetto della principessa… Ora, attenzione, perché questo incontro è fondamentale ai fini della nostra storia.

SARA – Perché?

ZIO MAMMO – Ascolta. Quando la vide apparire in fondo alla sala del trono, Nibia avvertì in sé un tremore strano, un’emozione mai provata prima. E man mano che la donna si avvicinava, quella sensazione aumentava, cresceva a dismisura… fino a provocarle un malore indefinito, una sfinitezza inspiegabile.

SPILLO – Forse s’era impaurita a vederla così brutta!

ZIO MAMMO – No, non è per questo.

SARA – E la Troncausci che faceva?

ZIO MAMMO – Anche lei smise di urlare e di smaniare… Mentre i carcerieri la spingevano verso il trono, appariva sempre più emozionata. E quando fu ai piedi di Nibia s’impietrì, come còlta da un baleno fulminante. Allora gli sguardi delle due donne s’incontrarono, e scoccò una magica scintilla che le fece sentir legate l’una all’altra da un filo invisibile ma saldo, misterioso eppur semplice e chiaro.

 

Lo zio fa una pausa per gustarsi meglio la sorpresa che ha creato nei ragazzi. I quali, impazienti, lo pregano di proseguire.

 

ZIO MAMMO – La mangiagatti fu portata via e imprigionata.

SARA – Ma allora…

ZIO MAMMO – Mentre veniva condotta via dalla sala del trono, si voltò a guardare Nibia con gli occhi lacrimanti. E Nibia ricambiò quello sguardo, mentre soffocava in gola un singhiozzo disperato..

SPILLO – Non capisco…

ZIO MAMMO – Saprete presto la ragione dei loro turbamenti. Ma non volete sapere cosa è stato di Nelandro?

SARA – Sì, sì!

ZIO MAMMO – Fu condotto alla reggia con tutti gli onori e fu applaudito per la sua generosità e il suo coraggio. Quando la principessa Nibia in persona volle porgli sul capo il Serto fiorito simbolo dell’onore, i visi dei due giovani si trovarono così vicini da potersi quasi sfiorare. Ciò bastò a far scoccare la magica scintilla dell’amore! Ma un dignitario di corte proprio in quel momento annunciò la fine dell’udienza, e Nelandro si dovette congedare.

SARA – E non vide più la principessa?

 

Lo zio sorride e dà un bel bacione sulla guancia alla nipotina.

 

ZIO MAMMO – La rivide, eccome se la rivide! L’amore vince sempre. Ma è tempo che mettiamo ogni cosa e ogni persona al proprio posto, e avviarci al finale della storia.

SPILLO – Però senza fretta, vogliamo sapere tutto.

SARA – Sì, per filo e per segno.

 

Messo alle strette dai nipoti, lo zio deve cavarsela ancora una volta con abilità e uscire in modo soddisfacente dall’intreccio da lui stesso ordito. E senza perdere neppure un’oncia della propria credibilità di narratore!

 

ZIO MAMMO – Quella stessa notte, Irenia e il suo complice Frido andarono alla cella dov’era rinchiusa la Troncausci con l’intento di farla tacere per sempre, e con lei eliminare il segreto dei loro misfatti. Con un’ampolla piena di veleno micidiale s’appressarono alla grata, ma appena l’aprirono una massa di grasso trasformata in furia s’avventò contro di loro. Le torce si spensero e nel buio s’udirono scricchiolii d’ossa spezzate, rantoli sordi e gorgoglii, rutti come boati e infine un silenzio abissale. Quanto tempo passò nessuno seppe mai.

SARA – È finita?

ZIO MAMMO – Sì, ma solo per i due traditori.

SPILLO – E la donna che fine fece?

ZIO MAMMO – Da quel giorno tornò ad essere Ziza, quella che un tempo fu l’amata di Anacleo d’Argona re dei Corimbi.

SARA – La madre di Nibia…

SPILLO – Lei!

ZIO MAMMO – Proprio lei, e ben presto riprese il posto che le spettava alla reggia, accanto alla figlia ritrovata.

SPILLO – Non mangiava più i gatti…

ZIO MAMMO – Ma no! Anzi, divenne la loro protettrice.

SARA – Restò sempre grassa?

ZIO MAMMO – Il destino magnanimo la volle ripagare di tutte le ingiustizie e sofferenze che aveva subìto. A poco a poco ritornò a esser piacente e sinuosa come un tempo, solo con qualche annetto in più.

SARA – E Nelandro?

SPILLO – E Nibia?

 

A questo punto lo zio s’alza in piedi e, come ispirato davanti una scena invisibile, enfaticamente dà inizio all’epilogo…

 

ZIO MAMMO – Ora immaginate una giovane sovrana affacciata ad un balcone della reggia. Il suo sguardo è fisso all’orizzonte e nel suo cuore c’è un sogno bellissimo sperando che s’avveri… Immaginate poi quel giorno in cui la fanciulla vede spuntare da lontano un cavaliere gentile che dà la mano a un’amabile signora sorridente, e poi immaginate tre creature abbracciate piangenti di felicità… Perché tutto ciò accadde davvero! Una madre ritrovò la figlia perduta, una fanciulla sconfisse la solitudine legando per sempre la sua vita a quella del bel giovane amato e tutti vissero felici e contenti…

SARA – E i genitori di Nelandro?…

ZIO MAMMO – Ne gioirono grandemente e quell’avvenimento li trovò più uniti.

SARA – Le principesse dei tuoi racconti, alla fine sono sempre fortunate…

ZIO MAMMO – Certo, realizzano i loro sogni. E qualche volta anche quelli degli altri.

SPILLO – E i gatti del vecchio mulino?

ZIO MAMMO – Tornarono ad essere i padroni dei loro monti e a far le loro scorribande spensierate.

SARA – E Dadù e Vivetta?

ZIO MAMMO – I due micetti furon portati a corte, per la gioia degli sposi e dei loro numerosi figli… Ecco, abbiamo messo veramente tutto al proprio posto. E se ho dimenticato qualcosa, aggiungetela voi.

 

La mezzanotte è scoccata, din don!

Suona campana, don dan!

Canta a tutta l’umanità

che questa è una notte d’amor

Din don din dan don…

Adesso tutto è silente

Non languono le cornamuse

i rintocchi non s’odono più…

È spuntata lucente

Una stella lassù

 

Si ringrazia Micaela Lazzari per l’editing.

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2 thoughts on “Gli acchiappagatti di Natale (Scena familiare con favola)

    1. Grazie Beatrice! I due bambini protagonisti della favola esistono davvero e la scena descritta nella favola è avvenuta molti Natali fa. Sara, figlia di un caro amico, mi ha sempre chiamato “zio”, e Spillo era suo compagnuccio di giochi. Adesso hanno vent’anni e sono entrambi impegnati negli studi e nelle loro storie giovanili, purtroppo li ho persi un po’ di vista, ma quando ci ritroviamo, mi accorgo con piacere che il ricordo delle lontane serate passate insieme è sempre vivo in loro. Mentre in me resta tanta nostalgia.

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